23/07/17

Nunc Stans



Il caldo impedisce di distinguere, luci a parte, il giorno dalla notte. Mi aggiro per la casa come un soldato senza comandi, caracollando da un angolo all'altro, intervallando sboffi di vitalità con docce e abluzioni, scegliendo punti del balcone dove il fumo non mi torni indietro come una calotta di catrame.
Le notti sono molto lunghe, uguali, spietate.
Sulle straripanti terrazze dei palazzi bassi di fronte, si tengono feste adolescenziali dominate da interminabili partite di ping-pong e da risate sguaiate. Riesco a captare argomenti che tengono banco in cene all'aperto, incontri tra amici. Non trattengo nulla.
I rumori provenienti dagli appartamenti dei vicini sono amplificati oltre ogni immaginazione. Si distinguono vuoti di stomaco, colpi di tosse, c'è sempre qualche bambino che piange, qualche televisore che trasmette repliche di scialbi programmi primaverili.
I vicini sono degli estranei. Non è colpa loro. Tante case cambiate e mai legato con qualcuno dei confinanti. Le amicizie condominiali sono pericolose, destinate a perdersi al primo dettaglio stonato.

La notte arriva dopo un giorno pigro, stiracchiato. Da una finestra arriva la voce dell'ispettore Derrick, da un'altra prende corpo una mielosa conversazione telefonica con un parente lontano. Mi accorgo velocemente che sono in corso dei tornei di ping-pong nei paraggi.
Federica, punto! Questo è punto! Siamo 17-15, mi sa che stavolta cederai...”
E io?
Io sono seduto nel buio, una brace sul balcone, lo stesso punto dove i miei genitori, fino a qualche anno fa, portavano le sedie di paglia e passavano le serate a parlare di nulla o a stare in silenzio. E io -quando c'ero- interpretavo nel modo più affabile la parte del figliol prodigo complicato.
Sono seduto in questo buio finto e sfoglio le mie margherite livide. Torno indietro con la memoria, cerco errori, cerco azioni, ritirate, stendo il passato davanti a me per camminare su uno scacchiere consumato.
Faccio questo perché l'estate non è cosa mia, non mi riguarda. L'estate è letargo, è lavoro in soffitta, abat-jour spenti per allungare il respiro oltre il letto. Nient'altro e nulla pretendevo di diverso.
Tornerò d'inverno, con la pioggia, scanserò le pozzanghere come se fossi più giovane, non parlerò d'amore con estranei, non consiglierò i libri che mi fanno più male su facebook, insisterò nel non dare spiegazioni alle villane curiosità dei figuranti.

Sempre nel buio, vengo informato dalle voci stentoree che Federica perde con tale Danilo tre partite su tre. Questo Danilo ha la voce di un animale scuoiato e dev'essere un totale idiota.
Le ore passano, arriva sotto le finestre la solita coppietta lingua in bocca e petting con tanto di sospiri trattenuti e canzoncine latine nello stereo dell'auto. Mio padre addirittura rientrava in casa, quando si accorgeva che qualche coppia veniva a scambiarsi effusioni più o meno umide sotto le nostre finestre di legno ferito e scolorito.
Ma io non sono mio padre. Non sono infastidito e non sono curioso. Non guardo e non faccio pensieri al riguardo. Non arriveranno alla penetrazione perché è troppo presto e passa ancora gente con cani e sacchetti dell'immondizia. Sono le 23e45, ci sono trentadue gradi, sono spettinato e poco visibile, una brace tonda su un balcone. Domani non mi raderò e se qualcuno per caso dovesse chiedermi cosa sto leggendo, risponderò “niente di eclatante” e chiuderò la questione.

Le estati sono sempre state per me momenti estesi di attesa, pause da tutto, affetti compresi. Non si tratta di ricaricare le batterie, si tratta invece di bonificare lo sversatoio, abbattere le scenografie dei sogni, selezionare le canzoni e le manie per il prossimo freddo, arrivando persino a disconoscere la maggior parte dei passi compiuti durante l'anno.
Un molo deserto d'inverno può essere la mia festa, il mio ardore, il mio illuminarmi e forse tornare bambino; l'estate è una stagione breve che sintetizzo come meglio posso, catturando qualche essenza notturna, accogliendo qualche selvaggio temporale di calore, entrando nei negozi e consentendomi di salutare con un cenno, senza voce. Non serve la voce d'estate.

La coppia molla gli ormeggi dopo le slinguazzate, la festa ping-pong è finita, mi sono alzato molte volte ma sono sempre tornato. C'è odore di legna, di frittura e di notte estiva.
Anche oggi ho ritrovato delle falle nella memoria e nel comportamento, ho revisionato gli atti più tribolati, le imprese più sconsiderate, ho tinto di blu le stanze degli archivi e mi sono maledetto distrattamente per il mio tempismo opinabile nel rimestare certe storie.
Stanotte non ho voglia di parlare, perché in notti come queste bisogna solo rispettare il sentimento d'attesa, è inutile accendere i fari su una postazione volutamente nascosta.

Chi credeva di acquistarmi con qualche benefit pietoso ha sicuramente sbagliato calcoli e probabilità. Chi mi ha offerto sicurezza e miglioramenti credendo che cercassi solo nuovi arroganti punti fermi ha preso un granchio.
Ho altri piani, altri programmi.
Credo fermamente che la luce esterna sia una parte importante dell'anima di un uomo, e così cerco di orientarmi a seconda del colore del cielo, della lontananza dall'acqua e dalla pace, da Dio e anche da quelli che si professano, spesso con gusto dell'iperbole, come amici reali.

Da bambino mi portavano chili di giocattoli, forse per sanare un animo malinconico che invece era la mia più lucida corazza. Ero contento di riceverli, ma il mio grande desiderio era un altro, essere portato in un posto, di notte, dove avrei potuto osservare fontane in funzione nel buio, illuminate il giusto. Accompagnato e poi lasciato subito, perché ne ero certo, sul bordo di una fontana notturna avrei respirato un'aria familiare, sarei entrato nel quadro dei miei sogni, tutto trepidante dell'amore da costruire, della lotta da disegnare, del male da evitare.
Non sono mai stato accompagnato di notte in un parco di sole fontane e di silenzio. La scena l'ho trasportata nei sogni, nelle prime cose che scrivevo, tutte piene di finestre accese nella pioggia, di skyline notturne, di fontane appunto, e di stazioni deserte con grandi orologi luminosi e un vento quasi fisico da inseguire sui binari scuri.

Questo punto preciso, in cui i miei genitori sistemavano le sedie per continuare la loro metodica e affettuosa quotidianità, è stanotte la mia fontana spenta, la mia torre bassa, dalle cui feritoie segrete posso affacciarmi sui miei errori con la sigaretta accesa e l'umiltà di voler continuare a vivere seguendo la luce e non le regole.
Mi faccio male, ma domani sarò in piedi come sempre.


©Luca De Pasquale 2017






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