26/07/17

Non a fianco, di fronte


I sogni, anche quelli veloci e impossibili, funzionano di fronte, non a fianco.
La prospettiva giusta non è laterale ma frontale.
I sogni di profilo dicono meno di quello che potrebbero. I sogni bisogna guardarli negli occhi.
A volte bisogna spostarsi per poterli guardare nella loro pienezza, e anche nella loro distanza.

Sto imparando nuove prospettive. Credevo di dominare la mia valle, ma era un'illusione, un contentino che mi davo per tenermi quieto.
Ti senti pronto a tutto, pronto a sfidare avversari molto più grandi di te, ti senti pronto ad affondare in uno specchio e precipitare in mondi che non conosci, senti anche che non hai più niente da perdere. Eppure, finisci per sbandare, per legarti a un attimo, per arretrare davanti a un dettaglio e fermarti a pensare.

Sono i dettagli a sorprendermi, a rivelarmi quello che non vedo con il mio compassato guardarmi attorno.
Oggi ho guardato una donna piuttosto anziana che abita qui vicino. Non so chi mi ha detto che ha sconfitto un tumore. Questa donna sorride a tutti, anche me. E oggi ha sorriso al mio volto stanco di insonnia e di veglia, ricevendo in cambio quella strana smorfia -tra resa e ingenuità- che è il mio tentativo di sorridere.
Oggi ho anche guardato delle persone che entravano in chiesa. Sembravano tutti compiti, rispettosi. La chiesa era aperta, per cui da fuori potevo osservare dentro cosa accadeva.
Quelle persone si sono fatte il segno delle croce. C'è chi ha iniziato a pregare e chi si è seduto sulle panche di legno in silenzio. Completo silenzio. Io, l'intruso, ero lì fuori con la mia sigaretta, stanco, impersonale come è chiunque che osserva senza chiedere attenzione.

Poi sono sceso più giù. Ho raggiunto il mio nascondiglio preferito, quell'angolo disabitato in mezzo a palazzine basse da dove si può scorgere tanto il mare che la linea ferroviaria.
Sono attratto da tutto quello che è partenza. Tutto ciò che è inversione, smobilitazione del costruito, dissolvenza del raggiunto. Sono irresistibilmente attratto da punti di fuga. Li valuto, li smonto, li catturo dentro, me li porto nelle mie notti e li sublimo per evitare disastri incalcolabili.
Gli arrivi, invece, mi inquietano. Le mete raggiunte somigliano troppo alla fine della corsa.

Qualche giorno fa ho iniziato a scrivere una cosa che iniziava con la frase “Ti caccio in stanze senza fine”. Ho riletto la frase e ho cestinato il documento senza proseguirlo neppure mentalmente. Cosa e chi caccio senza fine?
Sensazioni, attimi, presagi, congiunture, profumi, cosa?
Non ho mai interrotto questa ricerca spasmodica, così pericolosamente confinante con l'indigestione di impulsi.
Nel 1993, senza nessun apparente motivo, capitava spesso che uscissi di notte con il walkman che conteneva una cassetta con un solo pezzo inciso: “Kiss of life” di Sade. Un brano che amavo alla follia, e che probabilmente mi riportava a qualcosa di amniotico, originario. Mi ammaliava, era il mio incantesimo del 1993.
Dicevo ai miei genitori che avevo appuntamento con degli amici e uscivo. Ma ero solo. Dovevo e volevo stare da solo.
Avevo dei percorsi fissi, quattro o cinque. Il preferito era il seguente: via Carducci-via Vittoria Colonna-piazza Amedeo-via Crispi. Arrivavo sul corso Vittorio Emanuele, più o meno all'altezza dell'ufficio di mio padre. E tornavo indietro contento. Studiavo i palazzi, i citofoni illuminati, le insegne dei negozi chiusi, i passanti frettolosi, sempre accompagnato dalla canzone di Sade Adu.
Quel pezzo mi ricordava forse che pur amando il buio più dell'amore -per me un sentimento assolutamente ovattato, notturno, totalizzante- ero comunque maledettamente innamorato della vita. E dovevo continuare a esplorarla, anche vagando di notte come un pazzo.
All'epoca ero convinto che i sogni, utili più dei soldi, dovevano essere disposti uno accanto all'altra, come una collezione privata senza spettatori. E li guardavo di profilo, a volte soddisfatto, altre inquietato.
Oggi capisco che troppe volte non ho eseguito il movimento migliore, spostarmi per averli di fronte e guardarli negli occhi.
Ma c'è tempo, almeno credo, per rimediare a questo peccato di ragioneria dell'anima.


©Luca De Pasquale 2017




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