30/07/17

L'ombra in vendita su ebay


Butto via tonnellate di roba. Non sono uno che ama conservare. Preferisco rimuovere e ancor di più distruggere.
Distruggo con serietà, il che significa senza godere.
Non è la catarsi che cerco, e tanto meno il brivido rappresentato dal decidere le sorti di una lettera, di un ricordo, di un oggetto invecchiato o addirittura nuovo.
Troppa roba mi toglie aria.
Così come troppe raccomandazioni e preoccupazioni mi esasperano, e troppi contatti in una volta sola mi disperdono come un assassino confuso in preda a un'amnesia improvvisa.
La coralità ha qualcosa di caotico, ma non è il tipo di caos che mi emoziona.
Mi è capitato di considerare troppo affollata anche la condizione a due, in cui -dopo un iniziale entusiasmo- finivo per assecondare le pulsioni più deraglianti, quelle aizzate da un sentore di prigionia.

Non vado alle cene con troppi vecchi amici. Le trovo patetiche. Non mi emoziona piangere il morto, e cioè la nostra giovinezza condita dalle utopie personali e collettive. Diventano situazioni grottesche, laddove si mandano in passerella rughe curate e cicatrici suturate, mogli, bambini, medagliette aziendali, papiri di personalità e spesso anche libri, il più delle volte usati per rivendicazioni atroci: “Non avete mai creduto in me, ma io ho pubblicato dei libri”.
Vendette piccole, tra patatine e alici fritte, con i denti sbiancati, gli occhiali alla moda, un Dio a caso nel portafogli, che sia un santino o una banconota da cento euro.
Nonostante la mia sincerità, è ancora una gran fatica saltare queste occasioni. Le scuse non mancano, ma è penoso lo stesso.

Intanto la roba da buttare aumenta con il passare dei minuti. Continuo la mia opera estiva di serena demolizione, forse di interi anni, di ere, di conoscenze acquisite e digerite, di delusioni catalogate per odore e colore di capelli.
Certo che lo so, a quest'ora dovrei stare al mare, con un bel costume blu scuro,
il colorito ambrato, il cazzo rimpicciolito dall'acqua di mare, il cuore spugnato. Invece eccomi qui, maglietta bianca e jeans chiari, stavolta pettinato come se dovessi andare al lavoro, intento a smobilitare particelle e souvenir di vecchi mondi scaduti o mai diventati stati autonomi.

Ho provato a sentire alcune persone. Dicono che non bisogna chiudersi. Io non sono mai stato chiuso, è solo che la mia residenza è in un castello un po' fuori mano.
Lascio che mi parlino delle loro passioni. Li lascio parlare, io ho poca voglia.
Uno mi parla del suo presunto impegno politico, che non condivido assolutamente. Gli concedo di distruggere il Partito Democratico solo perché la questione non mi riguarda, ma che noia mortale e quanta retorica. Passare dalle comuni ai movimenti non mi sembra salutare, ma non oso dire nulla. Fatti suoi.
Un altro mi fa una testa come una mongolfiera sull'indie rock, genere che ho bazzicato sempre con una certa diffidenza, soprattutto perché “indie rock” oggi significa poco o niente, anzi è un mesto equivoco.
L'individuo capta il mio scetticismo: “Scusa Luca, ma tu cosa stai ascoltando in questa fase della tua vita?”
Fase della mia vita?”
Intendo l'ultimo anno, và”
Un misto. Principalmente, power metal con ballate, rock anni settanta, Bruno Martino, Alan Sorrenti e deep house ipnotica di notte”
Quella è musica per chiavare”
Capisco perché, ma non solo. E poi nessun uomo dura quanto il battito notturno di una traccia deep lunga e composita”
Io ci riuscirei”
Mi rallegro con e per la tua compagna”
Carolina è mia moglie”
Mi rallegro con e per tua moglie. Va bene così?”
Il terzo della triade mi consegna tutto un reportage orale sui suoi bellissimi viaggi oltre confine. Lo fa quasi con la bava alla bocca. Mi parla di cottage, di malghe austriache, di appartamenti francesi, di attici di cristallo in Cornovaglia, ma io resto impassibile e non per posa. Parla solo di viaggi.
Che cazzo me ne fotte dei tuoi viaggi? Non mi hai detto di una sola emozione, di un sommovimento interiore, di un nuovo sogno. Solo spostamenti e comfort, e allora vaffanculo alla tua sindrome di Chatwin con la stipsi.
Questi descrittori di grandi avventure mi ammorbano e mi fanno diventare spietato, ostile. Al punto che vorrei chiedergli “ma tu quando fai l'amore con la tua donna la guardi negli occhi o pensi solo a quello che stai facendo? E dopo, sei ridicolo con le coccole come tanti uomini oppure riesci a trattenere l'odore e il sapore di lei non fuggendo al cesso o nel tuo mondo?”
A te come va il tuo dramma-lavoro?”
Questo mi chiede Chatwin, con enfasi, con calore, lavorando ai fianchi dei suoi scrupoli. Ma che scrupoli hai? Le nostre vite sono diverse, lontane, non siamo fratelli. Non sul serio e nemmeno spiritualmente.
Sto in forma. Penso di poter guadagnare qualcosa vendendo la mia ombra su ebay. Sono solo indeciso se far partire un'asta o scegliere la formula del 'compralo subito'. In questo caso non farò pagare le spese di spedizione”
Lui ridacchia, io faccio sul serio.

Adesso il materiale da eliminare è diventato ingombrante. Dovrei fermarmi, rifiatare. Eppure, mi sento allegro e determinato. Non c'è niente di meglio che sbarazzarsi di materiale di risulta e di inutili ammennicoli.
Raccolgo tutto in un grande sacco bianco in cui a occhio e croce potrei entrare anche io. Non sarebbe un'idea malsana. Lascerei l'ombra in giro, finché qualcuno non deciderà di comprarla su ebay.
Mi accendo una sigaretta. Stasera fumo in casa. Non è ben fatto e poi fumare fa molto male. Lo so. Andiamo avanti.
Mentre armeggio con il sacco, mi ricordo che ieri sera ho guardato un film con Totò e Peppino De Filippo che adoro, “Chi si ferma è perduto”. Una pellicola deliziosa, con un clamoroso Aroldo Tieri, attore che ho adorato. C'è un aneddoto quasi piccante su questo film, che si perde nella notte dei tempi. Ero ragazzino e guardai il film per la prima volta con i miei genitori. Quando assistei alla scena che vedeva Marisa Traversi (Adua) insidiare Peppino De Filippo (Colabona) non riuscii a controllarmi di fronte alle forme (e ai reggicalze) della Traversi, che mi turbò profondamente, anche grazie alla sua voce provocante. Andai in confusione, diventai tutto rosso e gli ormoni mi seppellirono. I miei genitori se ne accorsero e risero di gusto, inteneriti. Avevo undici anni. Per diverso tempo la saltellante Adua fu una mia devastante ossessione erotica. Cercai donne che le somigliassero, ma ero troppo piccolo per suscitare attenzioni di quel tipo.

Ripensare a quei tempi, a quell'ingenuità, agli abbracci che regalavo a mio padre per sanare i suoi silenziosi e dignitosi precipizi, ai sorrisi da bambino in crescita che offrivo a mia madre per ripagarla parzialmente del sacrificio di aver resistito in condizioni non facili (per cause esterne), ebbene tutto questo mi incupisce e allora i miei occhi cambiano colore, la sera non mi abbraccia e prepara gli artigli per la notte.
Sono vulnerabile. Mi piace lasciarmi sbranare in alcuni momenti, ma non sempre. Stasera non mi va, però l'ho vista la dama della notte calzare quei guanti di seta che finiranno per stracciarmi la faccia alla prima carezza più sporca.
Del resto, me lo merito. Certo che me lo merito.
Perché purtroppo i miei desideri sono crimini, e quando si mescolano ai sogni diventano veri e propri agenti del caos, che uccideranno la mia quiete faticosamente guadagnata e renderanno vani gli abbracci e i baci che riuscivo a centellinare per la mia famiglia.
Ho perso molti pezzi, mi hanno corrotto, mi sono corrotto; sono colpevole di molte leggerezze, tra cui quella di percepire la lontananza come un richiamo e di non lasciarla mai lì dov'è.
Il mio errore è imbarcare la mia ombra tutte le volte che sento un richiamo, forse per dimostrarmi che non sono un naufragio. Un uomo può essere un naufragio e non una boa. Non è giusto. La mia ombra mi compromette. La venderò su ebay.

©Luca De Pasquale 2017





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