24/07/17

L'odore dei negozi di dischi metal negli anni ottanta


A metà degli anni ottanta trovare un negozio di dischi specializzato in metal a Napoli era quasi un'impresa titanica. Una chimera.
Io muovevo i miei primi passi musicali, perso dietro una religione ancora confusa, fatta di pomeriggi trascorsi ad ascoltare massivamente Judas Priest, Iron Maiden, Saxon, Ozzy, Motorhead, Venom e Kiss.
Al ginnasio, nella mia classe c'era solo un ragazzo che ascoltava heavy metal come me. Lui, però, era decisamente più fortunato: poteva (e che novità) contare su una paghetta che era mille volte più lauta della mia e su un fratello più grande, un fighettone dall'aspetto svedese, il quale suonava il basso in una band di chiara matrice maideniana.
Così, finì che il compagno di classe iniziò a vendermi delle cassette registrate (ricordo ancora: delle Maxell 90 bianche e blu) che mi spacciava per rarissimi bootleg. Mi feci spennare per bene, ero sprovveduto, ingenuo e voglioso di conoscere e accorciare i tempi.
Poi, ad un tratto, capii che quel ragazzo mi stava gabbando alla grande. E con i miei soldi -sudatissimi e frutto di varie ramanzine paterne- non faceva che arricchire il suo già invidiabile patrimonio di vinili metal.
Un giorno andai da lui e glielo dissi: “Tu mi stai fottendo”
Lui negò. Ma non me ne diedi per inteso, ci mandammo reciprocamente affanculo.

Non avevo più il mio referente metal. Poco male. Cominciai a girare il pomeriggio in cerca di negozi specializzati, ne trovai uno a Via Crispi, per puro caso, accompagnando mio padre al lavoro.
Ci andai con un certo entusiasmo, ma anche lì ebbi qualche imprevista delusione. Innanzitutto, non ero certo un metallaro nell'aspetto: capello riccio, giubbotto evidentemente scelto dai miei genitori (gusto elegante antiquato, diremmo), nessuna toppa, nessuna maglietta con mostri, demoni, valchirie dotate di lame e tombe etrusche stilizzate. Non ero assolutamente metal nel modo di presentarmi; e le mie evidenti lacune strutturali mi provocarono la saccente stigmatizzazione del proprietario del negozio: “Non dire cose che non sai”.
Ricordo benissimo questa frase. L'ho impressa nella memoria. Fu molto antipatica, andando a spettinare ulteriormente i sogni e le smanie di un adolescente solitario quale ero io.
E perché arrivò questa frase tagliente? Perché, se la memoria non mi inganna, avevo osato dire che mi piacevano più gli Attacker degli Exciter, o perché ritenevo i W.A.S.P. una grande band; o forse perché mi ero fissato con i Malice e gli Abattoir, trascurando altre istituzioni del genere.
Il risultato ovvio fu che persi entusiasmo non nel genere -ero troppo preso per farmi scoraggiare anche su quello- ma nel negozio. Non ci andai più dopo una strigliata sempre acida su un'altra mia fissa minoritaria, quella per i Laaz Rockit. Si vedeva da allora, che i minori mi avrebbero appassionato in modo particolare.
Con un colpo di fortuna insperato, stavolta accompagnando mia madre a cambiare delle scarpe, scovai ed emigrai velocemente in un negozio che stava al Vomero. Non era specializzato in hard'n'heavy, ma ben fornito. Trovai gli Slayer, scoprii gli Armored Saint (che sono tuttora una mia fissazione), con Quartz e Samson mi battezzai di NWOBHM (che in tutta evidenza legavo solo ai Maiden), poi comprai i canadesi Sword, gli svedesi 220 Volt, gli olandesi Vengeance. Acquisti confusi, che però -in una logica stramba ma efficace- diedero il via ad approfondimenti più lucidi e canonici. Dopo due anni di caotiche sbandate e qualche indecisione perdonabile, presi la mia strada. Mi resi conto che giravo attorno a speed, power e thrash metal. Gli Slayer diventarono la mia band chiave, e per lungo tempo dominarono il mio cuore, prima dell'avvento dei Queensrÿche. I quali, come ho avuto più volte modo di ammettere, mi sconvolsero profondamente.

Ricordo quel periodo con grande nostalgia.
Quei piccoli negozi metal -a parte l'arroganza e la spocchia autoghettizzante dei commessi- avevano un odore particolarissimo, diverso dagli altri negozi di dischi. Il profumo del vinile misto a muffa e umidità, l'atmosfera da cripta iniziatica, da abbazia sconsacrata e popolata da nervosi e brufolosi ribelli, quelle caratteristiche erano uniche.
Prendevi in mano un vinile impolverato dei Cirith Ungol e ti sentivi una specie di eroe dei due mondi, praticamente un individuo unico e illuminato. Ci pensavano poi i commessi sapientissimi a farti tornare quello che eri, un volenteroso adolescente alle prime schermaglie cognitive.
In un pomeriggio di pioggia acquistai “Keeper of the seven keys” degli Helloween e, finalmente, “Hell awaits” degli Slayer. Forse era il 1987. “Hell awaits” sarebbe diventato rapidamente uno dei miei dischi-ossessione. Era potentissimo, esoterico ed energetico oltre ogni livello.
Mi sentii felice quel pomeriggio. A scuola andavo malissimo, mi salvava sempre e solo l'italiano, ma avevo iniziato a fumare, a darmi arie da grande. Dedicavo idealmente alle ragazze le rare ballate dei miei gruppi metal. Ero pronto a innamorarmi. I miei genitori stavano bene. Non c'erano troppe ristrettezze economiche e vivevamo in un bell'appartamento, vecchiotto ma affascinante. Cominciavo a scrivere i miei primi racconti, che risentivano di suggestioni caotiche, da “Powerslave” dei Maiden a Bukowski, da Strindberg a Malmsteen. Avevo deciso: sarei diventato uno scrittore.

Come la storia certifica, sono diventato poi anche io un venditore di dischi.
Quando ho iniziato a farlo, ero quasi trentenne e non avevo certo più problemi di conoscenza con il rock e il metal, però mi dissi che non potevo ricalcare i comportamenti di quegli orribili commessi della mia prima adolescenza.
Quando un ragazzino mi entrava in negozio e mi sparava la sentenza “John Petrucci è il più grande chitarrista di ogni tempo e era”, io mi limitavo a sorridere. E poi decidevo, sempre con buona grazia e fare paterno, se era il caso di introdurgli Randy Rhoads, Yngwie J. Malmsteen, Chris DeGarmo o Michael Schenker. A seconda delle sue inclinazioni, che era mio compito intercettare. Senza smontarlo, senza demolire le sue scarne e autoreferenziali certezze, tipiche dell'età.
Purtroppo, noto che anche nel giornalismo musicale sono ancora presenti fenomeni di vero e proprio superomismo nozionistico, che non portano a nulla di concreto e di utile. Un incazzoso mentore che si tira arie da onnisciente avrà pure i suoi discepoli, ma saranno in parecchi gli adolescenti che sapranno fare a meno di lui e delle sue arie da Weimar o Iperuranio del metal. Sembra sia davvero difficile uscire dall'acquitrino sempre ridondante di sentenze e liste di proscrizione.

Mi mancano quei pomeriggi tra i Metal Church, gli Armored Saint e i Celtic Frost. Mi manca certamente la spensieratezza di quegli anni, la follia consapevole di spendersi l'intera paghetta in dischi. Mi manca addirittura il confronto impari e malmostoso con i commessi, quegli oracoli smilzi dal fiato greve .convinti che un ragazzo innamorato dei Motley Crue dovesse essere schiacciato come una formica. Topi da negozio, come poi sono diventato io. Solo, senza arroganza condita.
Mi manca quella suggestione chiara costituita dall'odore dei vinili, dall'insegna del negozio accesa alle prime luci della sera e io ragazzo costretto a scegliere tra quattro lp con ore e ore di indecisioni e inversioni di parere; mi manca il ritorno a casa con la busta contenente il prezioso vinile e parte dei miei sogni, destinati, come quegli anni, a scomporsi nel caos distraente della crescita involontaria.

Ho dovuto più volte vendere, per stati di necessità improvvisi, le mie collezioni di vinili e cd metal. Cerco di non pensarci spesso, come del resto a molte situazioni simili. Purtroppo le mie capacità mnemoniche mi impediscono di rimuovere i preziosi 7'' della NWOBHM persi, le stampe greche e messicane di oscure band dissolte in un amen.
Sarei meno infastidito se avessi venduto le varie perle della mia emotiva collezione a dei veri cultori e non a dei banali mercanti, interessati solo a lucrare fino all'ultimo spicciolo nel mercato dell'usato. Sono i piccoli imprenditori delle passioni altrui ad aver inquinato e saturato il mondo già fragile dei dischi. Vendere arte senza passione vale meno che scoparsi un buco nel muro.

Ma qualcosa di profondo è rimasto comunque. Di molto profondo. Certi dischi, certe band, hanno messo radici nel mio immaginario e da lì è nato un mondo che non ho mai arrestato e che continua a ispirarmi ancora oggi, soprattutto nella scrittura. Alludo a quel metal “doloroso” e epico alla Queensrÿche e affini, Crimson Glory, Recon, Siam, Sacred Warrior, Heir Apparent e mille altri. La voce di Geoff Tate mi ha accompagnato per anni e anni in notti di pioggia, in amori contorti e votati allo scacco, in cupe escursioni nelle voglie indefinibili di persone sconosciute. Ancora oggi, nel 2017, se piove e per strada non c'è nessuno, se una donna mi ricorda la pioggia perché mi guarda in quel modo, non posso esimermi dal mettere su “The lady wore black” dei Queensrÿche.
E poi ci sono quei gruppi che mi hanno marchiato a fuoco, che mi danno energia, cristallizzati eppure vivi nella bacheca non spolverata dei numi tutelari, degli angeli custodi sonori. Su tutti gli Armored Saint, che continuo a seguire con devozione. Certo, se dicessi che molte delle cose che scrivo sono influenzate da Beatles, Marvin Gaye e Radiohead otterrei molti più feedback e commossi riscontri, ma conta davvero qualcosa che i propri gusti vadano a concordare con l'altrui voglia di trovare spazi comuni di condivisione?

In fondo, a metà degli anni ottanta essere metallaro era una scelta a suo modo impopolare e penalizzante, passavi per un mezzo esaltato che poi, inevitabilmente, si sarebbe calmato. I professori dicevano a mia madre che avrebbe dovuto scardinare in me presunte simpatie per il demonio, che per giunta non avevo mai palesato nemmeno per scherzo.
Continuavo a citare piccoli gruppi metal nei miei temi, con la stessa solennità che qualcun altro, intellettuale precoce, usava per Pavese, Proust o Svevo. Non me ne sono mai fregato: per me la voce di Geoff Tate valeva come un romanzo del pur adorato Dostoevskij e quella di John Bush degli Armored Saint (poi negli Anthrax) poteva supplire a disordinate letture di Kerouac.

Non rinnego niente. Non quelle ingenuità, non i miei anni violenti e disperati di formazione. Rinnego solo le frettolose ma necessarie vendite ai prezzolati del buon affare, personaggi poco interessanti ai quali spero di non dover ricorrere mai più.


©Luca De Pasquale 2017

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