11/07/17

Inganni


“Quando non ho paura, allora mi piaccio. Quando rido mi piaccio, ma non capita spesso. Quando amo a più non posso, allora sì che mi piaccio”
La Crus – La nevrosi

Tutte le volte che mi sposto, capisco velocemente che non ho un punto di partenza e neanche una sponda d’arrivo.
Lo spostamento non è mai un investimento con conclamate certezze alle estremità. Lo spostamento è vento. Forse è un temporale, un azzardo, non è mai organizzato.

Oggi, in metro, ho studiato una giovane coppia seduta poco distante da me; io ero in piedi come sempre. La donna continuava a spostare i suoi capelli sulle spalle, a destra, a sinistra, intrecciandoli con la dita, lisciandoli. Lasciava parte della schiena scoperta durante questo gioco. L’uomo non sembrava indifferente a questi gesti, ho intercettato parte dei suoi pensieri, delle sue voglie. Aveva voglia di morderla sul collo, poi sulle spalle. Non davano l’idea di essere una coppia formata.

E intanto, oltre i finestrini, la distesa di mare e cemento mi chiedeva incessantemente: “da dove sei partito, dove sei diretto?”, senza ottenere nessuna risposta. Ogni mio movimento, soprattutto in questa stagione, non ha una sua tracciabilità emotiva e interiore. Si tratta di vagabondaggio taciturno, è predazione dello sguardo, sono appunti per scrivere. Rubo dove posso, appena se ne presenta l’occasione. Mi approprio dei desideri, delle attese, dell’impazienza contenuta, della rabbia delimitata dalle corregge delle borse, dalle cerniere lampo, dai cinturini degli orologi, dalle bocche suturate in dignitose posture pubbliche.

E poi, il mare. Il mare dai finestrini del treno, quasi un vizio. Dove perdere gli occhi e ricordare quello strano richiamo che sentivo da ragazzo, scomparire tra le onde ad ogni tramonto per riapparire il mattino seguente.
Negli occhi dell’uomo leggevo il desiderio carnale per la donna che giocava con i capelli lasciando collo e schiena scoperti. Una delle poche immagini reali della giornata.

In treno ho anche ripensato agli inganni.
A tutte quelle volte che gli esseri umani annunciano amore nell’entusiasmo dell’attimo per poi rimangiarselo poco dopo, senza un minimo di controllo degli impulsi, della propria storia personale e di quella altrui, persino della musica. Si parla facilmente quando si vive qualcosa di nuovo, un inizio, quando i minuti bruciano eliminando tutta la zavorra costituita dalla noia di anni, di pensieri fissi, di precedenti delusioni. Gli amori annunciati hanno qualcosa di malato e c’è sempre un demone assoldato per tritarli, umiliarli, farli a pezzi.
Non è questione di fiducia o sfiducia, è questione di accettare che al giorno segue la notte, e che le promesse nella luce non sono al riparo da spettri, dalla dispersione crudele dell’attimo successivo.
Una volta una donna mi annunciò che avrebbe voluto vivessi con lei.
“Ti preparerò una camera dove potrai scrivere tutto il giorno”, mi disse materna e passionale, senza che io le avessi chiesto nulla in proposito.
“Sarà stupendo tornare a casa e trovarti lì, alla scrivania, a picco sul mare, e pazienza se vorrai usare la macchina per scrivere invece del computer, è un tuo diritto”, continuò.
Non ero innamorato di quella donna, ma mi si gonfiò il cuore, e mi diedi dell’insensibile, non avevo dunque capito che si stava innamorando di me?
Quella notte non chiusi occhio. Pensai a lei in continuazione. Non avrei mai accettato di fare il mantenuto in casa, non credevo certo di essere Cornell Woolrich e l’inanità mi manda al manicomio, eppure quel gesto, quelle parole che valevano come gesto, pareva contenessero davvero una preparazione spontanea all’amore, a una condivisione.

In pochi giorni, mi resi però conto che ero solo un giocattolo per lei. Un giocattolo particolarmente strano, sì, ma sugli scaffali di un negozio specializzato. Avrebbe potuto scegliere giocattoli più funzionali, più cari, e così andò, frenando la mia indecisione, pugnalandola e portandomi per qualche mese in un purgatorio sentimentale senza belvedere.
La stanza per scrivere. Perché coinvolgere il mio gesto più sacro, lo scrivere, in una promessa sdraiata sulla cera?
Perché scomodare scene di intimità al cospetto di un’infatuazione gestita quasi a mo’ di sorteggio tra palline di carta?
Ero una pallina di carta, e quella bella bocca giocò sporco sul mio infinito da tasca, sempre il solito: scrivere con l’idea di sparire subito dopo. Senza addii, senza foulard, un punto che si sposta dal vento ad altro vento.

Gli inganni sono spesso involontari.
Non sono un colpevolista in questo senso. Amare è un volo immenso e fragile, capriccioso, troppe volte è una preghiera che manca l’ingresso nella cattedrale giusta, quella dell’anima.
E dietro la voglia di amare ruggisce quel mostro inguardabile e subdolo che è lo stato di necessità, l’esigenza di recuperare il dolore seminato confusamente, per non parlare di quell’infido lampo persistente che è la paura della solitudine.
Inganni. Li ho subiti, certo. Ne ho anche costruiti, quasi sempre per vendetta. Ho usato gli inganni passivi anche come pretesto narrativo.
A certe donne ho chiesto quasi di ferirmi, mi sembrava opportuno, era parte del percorso accidentato, era una spinta a questo nuovo vestito da sfoggiare in maturità, “parto dal vento e nel vento finisco, nessun programma”.

I piccoli spostamenti in treno sono sempre memoria che si muove sotto la crosta del mare che diventa l’orizzonte interrotto dei miei finestrini.
Ogni cosa che guardo contiene l’insidia che mi piace, l’inganno. Inganno per me significa non credere, non credere ai miei occhi.
Continuare a sognare. E forse, un giorno, scomparire meglio in un mare non interrotto dal cemento.

©Luca De Pasquale 2017

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