13/07/17

Il tormento della dolcezza


L'aria è satura di fumo e cenere.
Le notti sono caldissime, spietate, si rischia di impazzire. Giro a vuoto tra incubi assistiti, smodate bevute d'acqua in posizioni impraticabili, mi alzo, penso a qualcosa e lo demolisco, penso a qualcuno e poi rimuovo, non penso e per questo finisco con il darmi dello stronzo vegetale.
Sono notti asfissianti; non mi sembra di aver vissuto già 45 anni e in questo tormento di caldo bianco e putrido non me ne concedo più di altri 15 sulla breccia di qualcosa, fossero anche le pareti lisce di un piano di autodistruzione.
Notti in cui mi dibatto nel letto e fuori come un animale scacciato da un'arca fallimentare, mi faccio del male con appunti che non userò mai, con le sigarette che rendono la gola un cratere pesante, notti in cui i nomi di tutti coloro che ho conosciuto e incrociato diventano un rebus risolvibile solo da sensuali e inutili angeli di catrame.

Il caldo mi sfonda il petto, divento carnivoro, ultimativo e sganciato definitivamente dai cestini familiari, i sagrati scoloriti, le dannate e stancanti aspettative altrui. Perdo la pazienza e mi gratto anche se sono pulito, docciato, rinfrescato; le parole che mi vengono di notte sono imprese di demolizioni senza capomastro. E anche senza sindacato, naturalmente, perché chi lavora sulle mie parole più profonde sono presenze assenti, sono ricordi messi in attesa al telefono venti anni fa.

In queste notti di cenere e pagine familiari smembrate fino alla nausea dell'addio incerto, il mal di testa mi dice che della politica me ne sbatto, che non voglio etichette di sorta, e che i buoni esempi da seguire sono sempre merce avariata. Impossibile seguire le scie di luce riconosciute anche dagli altri: il vero esempio è quello che non sei certo di scorgere, potrebbe essere un emissario di Dio ma anche l'Avversario. Nessuno potrà garantirti di non aver preso una svista fatale.

In queste notti in cui la spazzatura puzza come le delusioni rimosse, ricordo alla rinfusa tutte le forme di resistenza scelte nel tempo, ogni volta credendo fossero definitive. Ricordo bene la mia resistenza all'amore, fin troppo bene: “Puoi leccarmi la faccia, puoi farmi venire, puoi dirmi che ti prendo come nessuno mai, ma sappiamo che non è vero. E anche se lo fosse, no, non potrai mai sostituire le mie streghe”.
Conosco bene quelle streghe. Mi mangiano la faccia, la sputano ogni tanto nel pozzo della mia stessa sensibilità, vale come lanciare monete nella fontana di Trevi o agganciare quei lucchetti del cazzo sui ponti.
Non mi fido di chi crede di poter rimuovere le streghe con la bacchetta magica. Non mi fido ed è per questo che mi lascio andare. Il bollettino finisce qui, non permetterò che mi pervengano altre informazioni di questo tipo.

Poi sogno, sotto la cenere, mentre l'intera regione brucia, i bambini piangono, le coppiette-biberon scopano pulito su tovaglie da picnic e i malati pregano per non morire o morire male. Sogno e sono sogni rivoltosi, in cui c'è sempre un elemento indominabile: ora il mare, ora la terra, spesso i sorrisi perduti di chi mi ha amato, le luci in stanze vicine allo sguardo ma impossibili al tatto e al controllo. Mi sveglio sudato, ansimante; oppure eccitato, ma anche violento, pronto a tutto. Anche a rimettermi a dormire come se nulla fosse, come i codardi che evito alla luce del giorno.

I veri incubi non concernono però la carne, l'etica, l'epica dell'anima, le nostalgie taglienti, le madri fuggite nel nulla e i consanguinei più pallidi dello sperma secco: i veri incubi afferiscono alla dolcezza.
Quelli fanno male in modo deciso, chirurgico.
La dolcezza che ho dato e ricevuto, quella evitata, quella incompresa e recuperata male, la dolcezza da pergamena genealogica che non serve a nulla, la dolcezza da tradimento compiuto e quella, forse migliore, da struggimento post-inganno.
In qualunque veste si presenti al mio piccolo tempio di fuochi fatui, il dopolavoro della notte, la dolcezza ha su di me un effetto devastante, incontrollabile, dal gusto amaro e dall'odore secco, bruciato, l'odore delle fiamme quando fingono di estinguersi per riproporsi altrove e meglio.

La dolcezza arriva sui lidi dell'alba, quando mi aggiro per casa come un pazzo, con una bottiglia d'acqua in una mano e la sigaretta spenta nell'altra, mi raggiunge come una piuma gelida quando sono in piena smobilitazione di idee fisse, ma quale scrittore, ma quale uomo, ma quale missione.
Mi prende a schiaffi, mi chiede di non ragionare più, di non andare a ritroso tra le fiamme e i mari venduti, mi chiede la dignità della tranquillità.
Quella che ti permette, sempre alle prime luci del giorno, di accettare il vento come vento, il fuoco come fuoco e la vita come un gioco serio e animato al quale dovrai insegnare a nuotare. Senza la fissazione di annegare pur di dimostrarti vivo.

©Luca De Pasquale 2017

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