28/07/17

Il reddito non fa l'uomo, l'alto non sommerge il basso


Esistono frasi, massime ed esortazioni che entrano nella vita di un individuo sin dalla sua giovane età, e come un hobby deforme diventano parte integrante della colloquialità, dei meccanismi della vita sociale e delle relazioni, come un marchio a fuoco.
Frasi che vengono ripetute da persone diverse in contesti diversi, nei momenti più inaspettati. Frasi spesso inerziali, corteccia senza contenuto, che finiscono per qualificare l'interlocutore come un involontario molestatore.

Nel mio caso, ci sono delle situazioni verbali ossessive che mi inseguono sin da quando ero adolescente.
La più abusata è quel “devi pensare positivo” che rappresenta per me addirittura una discriminante, rispetto alla continuazione di un rapporto, quale che sia la sua natura.
Perché è un'esclamazione/esortazione sciocca, velleitaria e priva di qualsiasi profondità. Vuole dire tutto e non dice niente. Presuppone che il “pensare positivo” sia collocabile nella zona “ottimismo” di un cervello, senza considerare che un approccio positivo può essere anche espresso attraverso un vitalismo non proprio consolatorio.
L'ossessione dell'approccio positivo impedisce a molti di guardare con attenzione e lucidità tanto nel proprio giardino che in quello altrui, innescando una sorta di perpetua scelta superficiale di lettura rispetto agli eventi, spesso controversi, che la vita offre.

Si può annoverare tra le superficialità sperimentate anche quella di consigliare a uno che non se ne fotte niente di “entrare in dei contesti” la nuova linfa determinata dal sapersi vendere in pubblico e in società.
Non ho mai pensato che un lavoro realizzi davvero completamente un uomo. In più, ancor meno, credo che l'ambiente sociale di appartenenza e la posizione socioeconomica non siano criteri per cui un individuo può essere qualificato superiore ad un altro.
Non è detto che un avvocato valga più di un lattaio. Non è detto che le (eventualmente) ingenue letture di un carpentiere abbiano meno peso delle strombazzate e nauseanti attitudini con l'esistenzialismo francese di un docente.
E ancora, un ottimo reddito non può salvare un pessimo individuo dal naufragio esistenziale. Ha solo più comodità, che in genere finisce anche per non apprezzare dovutamente.
Quando qualcuno mi dice, sfruttando tutta la retorica demagogica in suo possesso, “tu vali troppo per stare in questa situazione”, alludendo al disastro finanziario, all'instabilità lavorativa, e aggiunge “la verità è che non hai saputo crearti le giuste occasioni con le persone giuste perché non ti sai vendere”, dimostra non solo di non aver capito un flauto del sottoscritto, ma anche, per esteso, di persone votate a una forma di coerenza che ai più appare una scelta suicida.
E se anche fosse?
Quindi solo perché parlo bene dovrei avere accesso ad ambienti più sofisticati e dovrei disporre di altre finanze?
Solo perché nasco in una famiglia “dabbene” della “Napoli migliore” devo essere considerato una pecora nera? Solo perché scrivo qualche libro dovrei “arrivare più in alto”?
In alto dove, come, con chi e perché?
A chi avrei dovuto leccare il culo secondo i saggi? Quante frasi non avrei dovuto profferire, quante pacche avrei dovuto dare, quanti imbecilli non avrei dovuto osteggiare?

Faccio mie, ancora una volta e con un indicibile piacere, le parole che Valerio Zurlini spese per il suo personaggio più controverso, Daniele Dominici, nel bellissimo libro “Pagine di un diario veneziano”:

Invece subito qualcosa di ambiguo si era frapposto fra lui e le sue mete naturali. E questo qualcosa non sembrava solo determinato dagli avvenimenti esteriori che spesso influenzano e modificano il corso di una vita, ma connaturato invece ad una sua stessa insofferente natura di ribelle, di sradicato, di uno in definitiva non adatto a nessuna società civile”

E ancora:

Insomma pochi uomini come lui mi davano un'impressione di indifferente decadenza: ma qualcosa di beffardo e consapevole riusciva sempre a riscattarlo, a sconfiggere ogni senso di solidarietà o di pena”

Sembra sia difficile per parecchi accettare procedimenti a sottrazione (non quelli, invero di scarsa credibilità, di personaggi mediatici freak che invocano la necessità di spogliarsi di tutto e poi dispongono di cospicui conti bancari), persone che sono incapaci -e consapevoli di non poter mutare tale condizione- di pensarsi “in vendita” o su un proscenio immaginario impostato sul miglioramento delle condizioni, sull'accrescimento di riscontri e privilegi, arroccate sull'utopico scopo di generare nuovi consensi e dunque nuove opportunità.
Perché dovrebbe fottermene, giusto per semplificare, di interrompere i miei caffè con il cassintegrato per darmi a degli aperitivi con persone intriganti che scrivono libri, sceneggiature e sono prezzemolini ogni minestra sulla scena del culturismo culturale venatorio cittadino?
Migliorerei come persona? Sarei più affascinante? Farei eccitare più donne? Pubblicherei più libri per editori più strutturati? Facendo cosa, presenziando con il piglio giusto, quello del savoir vivre?
D'accordo. E poi?
Se raggiungerò traguardi con asticella più alta, sperando che non mi entri dritta nel retto, sarà per altri motivi emotivi. Punto e discorso chiuso.

Terzo e ultimo capitolo, “l'invidia sociale” e il vittimismo, altri puntuti appunti che ogni tanto mi vengono rivolti con un fare fintamente aperto e comprensivo.
Invidia sociale di cosa, prego? Ho già risposto al punto precedente. Non saprei cosa farmene di una bella e lussuosa casa, se avessi molti soldi comunque non vorrei guidare e possedere tre auto, mi manca solo viaggiare e acquistare quegli oggetti “vivi” che sono i libri e i dischi. Non spenderei i miei soldi in mangiate di pesce, investimenti finanziari e lussuose divagazioni. Penso che se avessi molti soldi me li giocherei velocemente, nel senso proprio che finirei per darmi a degli azzardi. Senza azzardi crepo: e ora non voglio ancora crepare. Non adesso, non in questo periodo loffio del secolo.
Per quanto concerne il vittimismo, come direbbero i francesi da grande distribuzione, “bof...”.
Bof...” perché il vittimismo dove albergherebbe, nel caso? Nel dire, con sincerità e senza vergogna, che non si hanno mezzi e che si sopravvive a fatica con cifre che anche un ventenne della piccola borghesia possiede quadruplicate?
Questo è vittimismo?
Ma vittimismo un cazzo, dai, questi sono fatti. Vittimista per me è chi si lamenta di non poter acquistare lo stereo nuovo, vittimista è chi non riesce ad andare in California e ripiega piangente su Sperlonga o Amantea, vittimista è chi dice che si pagano troppe tasse quando si posseggono quattro o cinque appartamenti. Ma certo, poverini. Hanno troppe case, i bambini. Che sfortuna, che disgrazia!

La butto, la dico, la penso. Poi datemi del marxista, del veterotrotzkista o quel che vi pare: le classi sociali più privilegiate sono abituate a guardare i poveri all'ora del telegiornale, dire mestamente “povera gente” con un minimo di empatia e riprendere a mangiare. Senza capire nulla di reale di quello che i “poveracci” vivono nel quotidiano, che è spesso solo faticosa dignità che non vuole commiserazione. Altro che invidia sociale e vittimismo.
E poi, tanto per scorticare altri equivoci, è inutile collocarmi come “uno di sinistra”, perché non ha alcun senso. Io sono operaista, sono egualitario, non “uno di sinistra”. Sto con i deboli, da sempre e senza aver mai cambiato rotta. Non significa essere di sinistra, è troppo riduttivo. Conosco troppe persone “di sinistra” che se ne strafottono di chi annaspa, di chi è sfruttato, di chi non emerge. Sono troppo presi dallo scrivere e dichiarare che sono di sinistra, non sanno fare altro. Di sicuro non lottano, se non nei letti delle loro case, sovente con risultati deludenti. E scrivono pure dei libri di merda.
Stupido errore è poi pensare che chi è povero non possa esprimersi in un buon italiano, fare buone letture, che so, amare il jazz o Truffaut o Peter Brook e anche Fassbinder. Il povero deve pensare, nell'immaginario dei più fortunati, solo alle sue disgrazie e alle sue miserie, alle bollette, allo scarico del cesso che non funziona, alle medicine non prescrivibili.
Non deve farli sentire in colpa e non deve rompere il cazzo.
Non deve sbavare dal suo ghetto, dal suo confino, non deve protestare, non deve urlare, non deve fare opposizione in piazze più pulite. Il povero deve declinarsi nei ghetti e nei ghetti restare. Questo è lo strisciante fascismo cortese dei privilegiati e delle loro ricette per uscire dal fango, ricette recitate con distacco, giusto per stare tranquilli.
Il paradosso è che non ho mai avuto niente contro gli abbienti. Nulla di personale. Tant'è che non conosco una sola persona, nel mio giro, che si trovi nella mia condizione. Eppure sono rapporti regolari, tendenti alla distensione e al dialogo, non tesi; ci può essere qualche riserva, scontato che ci sia, ma non faccio guerra di classe alle persone che conosco solo perché stanno meglio. Ma questo equivoco non si risolverà mai e pazienza.

Mi concedo un punto supplitivo per quanto riguarda la scrittura. Resto sempre basito quando qualcuno -che magari non ha grande familiarità con lo scrivere e pure con il leggere- arriva a consigliarmi di “cambiare argomenti”. Devo dire che non mi incazzo mai. Voglio capire dove si va a parare. Allora chiedo: “Tu cosa scriveresti, al posto mio?”
E scopro, oltre allo scontato raccomandarsi di provare con commissari, tenenti, marescialli con il terzo occhio e procioni alla Marlowe, che mi si chiedono più dolcezza, più amore, più trame appassionanti.
Ed io rispondo: “Ma io scrivo sempre d'amore, non te ne accorgi?”
Allora ti dicono vai con i romanzi di formazione, che si portano. Il mio sarebbe il romanzo di formazione di un suicida in vita, non verrebbe letto.
Escludendo faraoni, vampiri, licantropi e monaci, rimarrebbe in piedi l'idea di una narrativa sociale, dalla parte dei perdenti, ma imbevuta di retorica e di quel dogmatismo che mi fa invece vomitare dalla notte dei tempi. Non scrivo cose per figli del '68 (alludo ai figli degenerati) così come non creerò il commissario Merdulli, nostalgico peripatetico con una vecchia Beretta e il pene riposto nelle pieghe del cuore.
E non scriverò, anche e nonostante i frequenti consigli, qualcosa di oleografico ed estetizzante sulla Napoli che rinasce. Napoli muore e rinasce ogni giorno, ma a me interessano i bassi, i bassi interiori, non solo i bassi elettrici e non i bassi/abitazione con panni stesi e scugnizzi che giocano a pallone sotto gli occhi dei plutocrati.
A volte, descrivere la bavosa sveltina di due amanti dannati e sciocchi dietro il portone socchiuso di un palazzo di notte ha più senso che inventarsi degli eroi civili che, dietro le belle parole e gli slogan di deteriore facilità, sanno solo stare sempre in mezzo con i loro sorrisi democratici, le cravattine eclettiche e le barbe sofferte di chi ha capito che la barba va di moda. E che, come tutti gli intellettuali metropolitani con anima provinciale, sa solo offrire lingua e culo alle lusinghe del domani.
Viva Valerio Zurlini.

©Luca De Pasquale 2017











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