07/07/17

Il premio letterario "il tendine di Pantalassa"


Sì, Egregio Editore, è venuta l’ora di dirVi, con tutto il rispetto, che fin che continuerete con questo sistema di sfruttamento integrale dei Vostri dipendenti, non potrete sperare dagli stessi un rendimento superiore alle loro possibilità.
Cesare Pavese, 1942

Ricevo una telefonata. Una persona che non conosco nemmeno tanto bene. Vuole sapere cosa penso dell'ultima edizione del Premio Strega.
Non ne so niente”, dico, “dovrebbe?”
Dovrebbe interessarti, credo”
E perché mai?”
Perché scrivi, no?”
Non c'entra niente”
Dici? Forse sei infastidito da qualcosa...”
Per niente. Solo che si tratta di mondi separati”
Pensi che non arriverai mai in finale al Premio Strega?”
Lo escludo tassativamente”
Spiegati”
Non c'è niente da spiegare. Quella è una manifestazione per major dell'editoria e per casi letterari. Roba distante intere galassie”
Sei pessimista. Credi poco forse nella tua produzione?”
Io non credo, scrivo”
È una frase ingenua, oggigiorno. Senza pubblico non si vende”
Chi ti dice che non voglio pubblico? Che cazzo c'entra?”
Ehi, non scaldarti. Okay, ti ho colto in un brutto momento”
Per niente. Semplicemente, delle sorti del Premio Strega non me ne frega niente. Non sono nemmeno un critico letterario e non ci tengo affatto a diventarlo”
Come preferisci. Ma posso darti un consiglio? Cerca di venderti un po' meglio e di ammorbidirti un po'. Lo dico per te”
A quel punto invento di avere una tisana sul fuoco e concludo la telefonata, pur ostentando una gentilezza basica che non suoni troppo fasulla.
Premio Strega? A luglio iniziato, con il caldo, mentre sto correggendo un manoscritto sulla cottura dell'halibut vegetariano per settanta euro dilazionati?
Ma non rompetemi i coglioni.

Si resta intrappolati in ruoli che ti vengono cuciti addosso. Impossibile dismettere quelle sembianze. Impossibile invertire la polarità di pensiero nelle teste degli incorniciatori. Meglio rassegnarsi e non sbroccare mai più. Meglio accettare che il mondo è dei conoscenti, dei mezzi contatti, e che la rete relazionale di ognuno di noi è attraversata da un oceano di fuffa, confetti scaduti, orgasmi impagliati, ideologie con il mal di pancia e impennate solitarie della libido. Continuiamo a mostrarci cordiali con tutta una serie di persone che abbiamo scartato o ci hanno scartato. Scriviamo quegli auguri fessi e impersonali sui social, ci congratuliamo ipocritamente per i loro avanzamenti di stato, portafogli ed ego; quelli che poi scrivono non vogliono disturbarsi nessuno, perché i lettori servono sempre. Meglio suscitare empatia nella gente che disprezzo e irritazione. Ma è una macchina i cui pistoni non funzionano da decenni.
Non sono uno di quegli scrittori che per trenta copie in più sarebbero capaci di simulare qualsiasi cosa. Oltretutto, trenta copie vendute in più non cambiano nulla, considerate le percentuali da fame che l'editoria piccola e virtuosa (solo perché non ti chiedono i soldi non significa che siano i Malcolm X della narrativa odierna, direi) sembra concederti quasi con magnanimità.
Editoria che oramai è definitivamente invasa da robot e automi predisposti al calco, al ricalco e all'arte inveterata dell'alternanza tattica “il culo prima te lo succhio bene e poi te lo sfondo, tranquillo”.
Gli editori di sinistra praticamente non esistono, anche se si dichiarano tali. Non sono persone di sinistra: sono imprenditori della carta e del concetto che almeno non sono fascisti. Punto. Nient'altro.
E comunque, quanto alle pubblicazioni, prima della qualità conta chi conosce chi. E mi escludo da qualsiasi rivendicazione. Non sono un perseguitato dalla grande editoria, che non sa nemmeno chi io sia. Così stanno le cose. Ma non sto a tirarmi seghe mentali e a costiparmi per libri dai grandi numeri che non mi intrigano e non leggerei mai.

Facendo editing e neanche ghostwriting ma veri e propri esorcismi letterari e rituali di pacificazione della grammatica, mi accorgo che si coltivano idee assurde in quanto a pubblicabilità dei manoscritti. Molti sono convinti che basti creare un commissario serializzato per arrivare sotto gli ombrelloni, pardon, in libreria. Altri propendono per approcci leggeri più del formaggio Philadelphia, quel tono disincantato e pirotecnico che quasi sempre cela -al di là dello scrittore- uomini mediocrissimi, ambiziosi e di nessuno spessore.
C'è poi chi sceglie la profondità, usandola come una piuma sui cuori emotivi delle persone sospiranti; ma quelle non sono piume spontanee, quasi mai, il più delle volte si tratta di tamponi anali senza nessuna onestà.
I migliori scrittori che ho conosciuto nella mia vita hanno pubblicato pochissimo e tra mille penose difficoltà, sopraffatti da problemi economici, accolti da editori visionari senza nessuna idea reale di cosa sia oggi l'editoria, una macchina impazzita che sputa suggestioni sulle rovine sociali e demografiche di questa nazione rimasta senza valori per cui morire giorno dopo giorno e fare resistenza.

È per questo -e per molto altro- che del Premio Strega non me ne chiava un cazzo, per dirla con Balasso. Se è per questo, il mio disinteresse coinvolge anche i premi più piccoli, abbondantemente pilotati, cuscinetti ad olio dove troveranno requie letterati di valore altamente opinabile, il tutto sotto il grande occhio cisposo e guercio del Sistema. Pagami la quota d'iscrizione, mettiti in attesa, noi abbiamo già scelto ma tu non lo saprai, piccolo scrittore nevrotico. Se farai i passi giusti, la prossima edizione potrebbe essere tua e potrai vincere quella scatola di piselli radioattivi e cinquanta ebook del tuo primo ridicolo, impresentabile manoscritto che potrai distribuire ai tuoi volenterosi amici.

E allora, che dovrebbero fare i piccoli scrittori? Smettere di scrivere?
Giammai.
E poi dipende.
Se sono dei piccolo-borghesi, è lampante che si daranno un gran daffare tra piccole librerie, finti combattenti dell'editoria pulita, è chiaro che muoveranno amici e parenti, ex amanti e negozianti di zona. Il piccolo scrittore piccolo-borghese non accetta il ghetto perché è un venduto peggio dei grandi numeri e degli affabulatori telegenici. Forse terrà un corso di scrittura creativa per quattro gatti, ai quali consegnerà tutte le sue merdose frustrazioni, spacciandole per lotta senza quartiere ai grandi sindaci dell'editoria padronale. Editoria forte i cui meccanismi vorrebbero scimmiottare e padroneggiare, anche se non se lo dicono nemmeno allo specchio.

Non mi sono fatto furbo. Evidentemente sono bacato, forse questo dipende dalla poca ambizione, come dicevano i più stupidi tra i professori a mia madre secoli fa, o come suggerivano -senza strumenti per argomentare l'inciso aggressivo- alcuni tra i miei responsabili nei supermarket della suggestione da centro abbronzante dove ho lavorato per mangiare.
Non berrò mai il liquore Strega in giacca marrone, al di là dei meriti.
Pazienza.
E sicuramente non vincerò mai il premio “Il tendine di Pantalassa” per libri editi da piccoli editori di sinistra.
Gli editori di sinistra non esistono, mettetevelo in testa.

©Luca De Pasquale 2017

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