26/07/17

Gli effetti dei temporali notturni


Non riesco a prendere sonno. Proprio non ci riesco.
Il letto sembra una zattera di paglia nel fango, e anche se il mio corpo è lì sopra la sensazione è che sia distante chilometri, nascosto chissà dove.
Così come è chiara la percezione che questo corpo poggiato sulle lenzuola non appartenga all'anima se non per qualche traiettoria.
Ho il televisore acceso. Non si sa per quale motivo, su una rete regionale che trasmette una vecchia e indegna fiction paramedica con Barbara D'Urso, Paolo Calissano e Isabel Russinova.
Nei dintorni, qualcuno deve aver fatto sesso. Ho sentito il gemito finale di lei e i farfugliamenti gutturali di lui. Qui in zona devono praticare sesso poco protetto, se è vero che parchi e palazzi se ne cadono di bambini.
Recentemente, qualcuno mi ha chiesto se desidero dei figli. Ho risposto che non ci penso nemmeno, troppo lusso. Sarebbe un'azione sconsiderata, egoistica, suicida.
Ci sono stati periodi in cui ci ho pensato, mi sentivo pronto, ma erano altre ere, respiravo diversamente, forse non sognavo come ora, di certo non avevo aperto la sala delle ferite per alleggerirmi gli occhi. Come invece è adesso.

La fiction con la D'Urso è talmente detestabile che devo spegnere, non mi va nemmeno di cercare altro.
Abbandono la zattera di paglia, inizio a perlustrare il regno. Senza accendere una sola luce. Solo gli occhi del gatto rischiarano il corridoio.
Strana sensazione di libertà totale addosso.
Sarà che non mi sento più in obbligo con nessuno, e soprattutto non più obbligato a simulare complicità, partecipazione, amicizia, fratellanza, condivisione, tributi di sangue compresi.
Nessuno mi può obbligare a vivere immerso nel concetto di “famiglia”, che ricuso violentemente. Preferisco sentirmi uno senza famiglia e con il passato chiuso in freezer. Non sento di avere una famiglia, ne ho avute fin troppe, e questo non mi rende un perdente come a qualcuno piace credere.
Per quelli come me, improbabili sporchi e cattivi, il trittico Dio-Patria-Famiglia è qualcosa di cui si può fare a meno senza impazzire. Siamo abituati alle stanze bianche e spoglie, ai monolocali affittati con leggerezza, privi dell'obbligo di arredarli con ninnoli, souvenir e foto di morti. Si può vivere anche in altri modi, rispetto al diagramma convenzionale. Non vuol dire essere stupidi.

Mi perdo in questa casa, troppo grande per me. Tutto ciò che è diverso da un monolocale è troppo grande e dispersivo per i miei movimenti. Nonostante io abbia vissuto anche in case spaziose, il concetto di casa mi manca a favore di quello di tana.
Le case grandi di notte diventano cattedrali dove si possono professare troppi culti momentanei; c'è qualcosa che distanzia l'individuo dal posto che lo custodisce. Io qui vivo questa scissione e me la tengo.

Alle quattro e un quarto scoppia il temporale. Cerco di fotografarlo come un idiota, saranno foto sfocate. Rinasco con la violenza degli elementi, mentre i lampi illuminano prima il grande armadio bianco, poi la scrivania, infine me, un uomo sveglio in una casa, un uomo che non riesce a pregare.
Gli sfrenati temporali notturni dell'estate hanno qualcosa di profondamente erotico e definitivo. Sono come una mano guantata che inizia a carezzarti dolcemente tra le cosce, per poi abbandonarti stanco e fregato tra le tue scartoffie che hanno smesso da tempo di vantare nobiltà. Sono solo scartoffie, zavorra infiammabile, code del tempo da nascondere ai nuovi predatori.
Da ragazzo, durante i temporali notturni provavo più forte il desiderio del sesso, dell'abbandono, mi piaceva l'idea di considerarmi un amante opportuno solo durante le tempeste. Già. La luce del giorno non mi è mai piaciuta. È nell'oscurità che siamo veri. Senza trucchi, senza tutele, senza la nostra vita da esibizione, senza alcuna sicurezza artefatta o attrezzata.

Alle cinque il temporale è lontano. E io sono sveglissimo.
Decido di mettere ordine tra alcune carte.
Ritrovo racconti che non ho mai proposto, interrotti senza apparenti motivi, poi bolle di spedizione per dischi e libri, le fatture delle rate del pc, ritrovo anche una notevole quantità di cose che ho scritto attorno alla figura di Patrick Dewaere, il mio attore feticcio-ossessione.
Da poco è passato il 16 luglio. Quest'anno sono trentacinque anni dal suicidio di Patrick. Ho sempre cercato di tenere vivo il suo ricordo, dato che in Italia non è certo venerato come in Francia. I film di Patrick Dewaere sono esperienze autentiche. Non recitava, portava se stesso ovunque, quegli occhi persi, quella disperazione fragile e provocatoria che mi colpì subito, finanche in un film di cassetta come “La stanza del vescovo”, dove aveva un ruolo subalterno a Tognazzi; non certo il suo miglior film. Eppure, anche in quel contesto, Patrick riusciva a comunicare una profonda inquietudine, la predisposizione a uno sconsiderato coraggio di vivere che lo ha spinto più velocemente verso l'abisso. E questa è una regola: mai indagare troppo, mai scavare fino all'osso del dolore, si accelerano i tempi. Bisognerebbe preservarsi, ma è così difficile violentare la propria natura in nome di un equilibrio che niente e nessuno può arrogarsi di stabilire.

Leggo le varie cose scritte ispirandomi a Patrick, sono forse tra le più dolorose che ho prodotto, al punto da non poterle proporre. Men che meno a qualche editore, considerato il circo equestre delle presentazioni cui ci si deve sottoporre, in cui quasi sempre i moderatori non hanno letto il tuo libro e stanno lì solo per fare presenza, giocando sul richiamo del loro nome e nient'altro. Ci sono anche editori che non leggono i libri che pubblicano, e che ragionano secondo strane teorie di compensazione che non mi interessa in alcun modo approfondire. Non mi vergogno nel dire che la maggior parte delle presentazioni letterarie sono roba di rara oscenità, un teatrino deforme di ospitate e salamelecchi zuccherosi con punte di veleno. Per molti le presentazioni di libri sono rassicuranti e produttive, nessuno trova il coraggio di definirle per quelle che sono, delle volenterose marchette a patta aperta. Poco importa se hai un'erezione oppure no. L'importante è volersi bene e trovare quelle associazioni di immagini e contenuti che tanto piacciono ai bisognosi di sogni in movimento. E poi, soprattutto in contesti provinciali e piccolo-borghesi che affliggono anche una rinomata metropoli, queste liturgie finiscono per essere delle orge di phard, cravattini e citazioni, in cui sono sempre gli stessi a leccarsi gli occhiali e l'orgoglio anchilosato.

Sono le sei e venti del mattino. Ora forse potrei cercare di dormire, ma non ne ho una gran voglia. Vedrò i notiziari del mattino, ascolterò le previsioni del tempo, forse finirò su un altro canale privato non sapendo se beccherò Macario o Selen. Purtroppo il temporale sarà ora su un'altra regione, forse a svegliare qualcuno che mi somigli almeno un po'.
Uno di quei cretini, per capirci, incapace di riaddormentarsi dopo un'emozione.

©Luca De Pasquale 2017







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