25/07/17

Gli anni "pivotali" degli Scorpions


I wake up in the morning
and the sun begins to shine
the day did sneak up on the night
I see your face and I see myself
and I get a little taste of life
I try to stand it for a while”
Scorpions – In Trance

Nei pomeriggi dell'inverno 1986 c'era un disco che mi teneva compagnia, a qualsiasi ora, rassicurante come una coperta e come il tepore di casa: “Tokyo Tapes” degli Scorpions.
Un disco che mi piaceva moltissimo e che consumai. Per un paio d'anni gli Scorpions condivisero con Queensrÿche e Armored Saint il podio dei miei gruppi preferiti. La voce emotiva di Klaus Meine, la chitarra hendrixiana -che in seguito ho scoperto nobilissima- di Uli Jon Roth, il basso apparentemente discreto ma sostanzioso del lungagnone Francis Buchholz, la chitarra ritmica di Rudolf Schenker, all'epoca mi sembravano cose fantastiche, insuperabili, sublimi.
Avevo quindici anni e “Tokyo Tapes” era per me IL DISCO LIVE. Poi, con l'arrivo di “Life After Death” dei Maiden persi completamente la brocca. Gli Scorpions, comunque, hanno tenuto banco per molto tempo, consolidandosi nel mio cuore con il più moderno live “World wide live” e i dischi in studio, prima della sgradevole svolta commerciale.
Per anni e anni non ho più ascoltato un loro disco, con una malcelata punta di ricusazione; devo ammettere che mi è capitato di parlare della mia familiarità con loro in tono leggermente derisorio, a posteriori.

Ho riascoltato “Tokyo Tapes” proprio recentemente, perché ho deciso di acquistare in massa le ristampe doppie del cinquantenario della band. Non potevo farne a meno.
Devo dire che il doppio album suona ancora come un robusto live di hard rock d'epoca, con un munifico dispiego di chitarra ritmica, basso plettrato, schenkerismi mirabili e la voce caratteristica di Klaus Meine. Adesso riesco a cogliere al meglio gli accenti hendrixiani della chitarra di Roth e comunque l'impatto sonoro aveva un suo preciso perché, come l'impasto di classicismo heavy e tentazioni pop.
Bando agli snobismi e al revisionismo liquidatorio: gli Scorpions -fino alla loro vera e proprio esplosione commerciale- sono stati un gruppo fantastico. I primi dischi sono davvero ragguardevoli, impossibile non avere un debole per “Virgin Killer” e “In Trance”. Non solo, però: ascolto ancora con grande piacere “Fly To The Rainbow”, “Lonesome Crow” e “Taken By Force”. Quanto poi a dischi come “Blackout”, apparirà anche semplice e troppo patinato, ma dopo averlo messo sul piatto ti rimane addosso per giorni. E questo, con un disco, è dono da non prendere sotto gamba.

Tokyo Tapes” mi ricorda tutta una serie di mie vecchie ingenuità caratteriali che suscitano un sorriso. Nei pezzi più tirati, quel doppio lp mi dava una grinta che ero convinto di poter usare in modo costruttivo; invece, nelle ballate o nei pezzi più epici si annunciava quella vocazione al drammone amoroso che poi trovò il suo paradiso con i dischi dei Queensrÿche e dei Marillion (e anche di Bryan Ferry, a conti fatti).
Frequentavo il ginnasio, con risultati davvero pessimi, e ogni mattina mi caricavo con pezzi come “Pictured life”, illanguidendomi invece, soprattutto se mi piaceva qualcuna, con quel capolavoro indiscusso e quasi dannunziano che era “In trance”.

Ora che mi sento bastardo, e non da poco, ora che so di essere diventato più o meno un disilluso come tanti, innamorato della religione perversa del non credere che in pochissime selezionate “cose”, ebbene rimpiango quel disco e quel che innescava.
E non rimpiango solo gli Scorpions: anche l'occultismo serpeggiante dei Blue Oyster Cult, il perpetuo funerale elettrico dei Black Sabbath, la chirurgica potenza degli Iron Maiden, l'apologia della rozzezza perpetrata con i Motorhead e i Venom, le minuscole band speed metal, persino qualcosa dell'hair metal più sincero. Per fare un esempio, qualche giorno fa ho ascoltato “Change of address” dei Krokus, che non si può dire sia un capolavoro, e mi sono emozionato come un adolescente. Ci ho fumato un paio di sigarette e ho aspettato il tramonto alla finestra. Questo accade, dopo i quarant'anni. Questo e altro. Tristissimo, bellissimo, inevitabile.

Mi fa sempre tristezza pensare a quanto ci si imbolsisca, e a quanto siamo capaci di rinnegare tutto o quasi quel che ci ha caratterizzati in gioventù, in nome di non si sa quale colossale evoluzione.
Ho cercato di conservare qualche seme di memoria ingenua, sia pure in un panorama di roghi e dissoluzioni. Per questa memoria posso affermare che tanto mi hanno dato i Litfiba del periodo cupo fiorentino, del primo periodo, la mia amata e desideratissima Firenze. Ho avuto il piacere, proprio ricordando quelle sensazioni, di ascoltare in cuffia “Desaparecido” sul Ponte Vecchio sotto la pioggia, qualche inverno fa, ed è stato potente.
Ogni mia esperienza, lavoro, amore, sesso, solitudine, violenza, smarrimento, ha avuto una sua (quasi sempre aderente) colonna sonora. La musica mi ha sempre aiutato, spronato, contenuto e abbracciato. E consolato, mille e più volte.
Oggi è tutto molto sfocato, e tanto del tempo trascorso è come avvolto da una nebbia incredula e orba, dalla consapevolezza che parte di quel folle fuoco è persa, che la bocca invasa da febbre e rabbia ha lasciato il posto ad una smorfia amara, ancora gradevole solo perché continuo a lavarmi e ho quarantacinque anni. In fondo, non ho mai smesso di organizzare la dispersione di quelle ceneri.

Il guaio è che il fuoco cova, banalmente, sotto tane e terrazze, e le lingue bluastre si fanno vedere di notte, travestite da ricordo o da sogno. Non riesco a pensare di aver chiuso baracca con l'inferno. Dove è finito l'errore che urla? Perché lo specchio riproduce con tanta difficoltà quello sgorbio di disagio e lo ammortizza nel silenzio e nelle sparizioni metodiche?
Dov'è finita la guerra, la guerra alla pace? Dov'è finito il freddo abbraccio delle sciarpe logore nelle sale d'attesa delle stazioni?
Non sono un nostalgico, ma la quiete delle nuove posizioni mi irrita. Il flusso regolare della vita mi sembra ancora un compromesso insopportabile. E subire, di qualsiasi cosa si parli, mi è ancor più inaccettabile.
Forse, e qui oltrepasso la mia stessa demagogia mnemonica, la verità è che mi scorre ancora tutto il rock'n'roll delle origini nel sangue. Sono un vecchio rocker, cazzo: mettimi “Tokyo Tapes” e farò ancora finta di essere Francis Buchholz che cerca di inserirsi, lungo come un ponte biondo, tra Rudolf Schenker e Uli Jon Roth.
Scorpions o Radiohead? Scorpions, Scorpions.

Tempo addietro, un mio cliente si stupì che mi piacessero ancora tanto i primi Scorpions.
Ti facevo un jazzman”, mi disse.
Ho sempre oscillato tra Mingus e i Celtic Frost, tra Bill Evans e il trash metal, non mi potrai mai attribuire una militanza fissa in un genere”
Così però si va incontro alla confusione”
La confusione è anche curiosità, no?”
Ad ogni modo, Luca, peccato che gli Scorpions non abbiano avuto nel corso del tempo una svolta prog”
E perché mai avrebbero dovuto averla, scusa?”
Loro hanno fatto parte di un periodo particolarmente PIVOTALE della musica, periodo PIVOTALE nel quale il prog ha compiuto il suo incantesimo”
Sta a vedere che tutte le band degli anni settanta dovevano essere per forza progressive, dai. Gli Scorpions andavano bene così, credimi”
È un tuo punto di vista, ma con l'inserimento di qualche tastiera di buon gusto e di qualche suite, sarebbero stati anche loro PIVOTALI”
Pivotali, già. Che bel modo di esprimersi. Come il rockarama, la riffologia e la seminalità. Parliamo spesso di musica come se dovessimo scrivere recensioni per un coglione freak che ci paga in salumi. Mah.

La mia sciarpa blu a Firenze, il freddo, la musica, sono per me tatuaggi che non espongo.
Firenze è uno dei pochi luoghi della mia anima. Ho Firenze nello stomaco, nelle vene e nei pensieri.
Le ferite diventano tatuaggi e rughe d'espressione. I capelli che non avrai più sulla bocca restano come fili invisibili, come suture impercettibili, come corde di sottile malinconia, come visione olfattiva di liane fantasma.
La trivella mimetizzata che mi porto dentro gira sempre e gira ancora, sonda e ispeziona faglie e sabbie mobili, dilania sogni rimasti sul terreno, si serve dei miei ricordi per andare più a fondo e rischiare tutte le cupezze della verità. Il sole torna, mi dice il prezzo e io mi regolo poi. Così funziona.

Ci sono giorni che mi diverto poco a scrivere note e notarelle. Non mi sento obbligato a farlo, ma alla fine scrivo. Non lo faccio per me e non lo faccio certo per gli altri. Lo faccio e basta.
Questa nota è nata sull'onda di un vecchio disco degli Scorpions. Mi prendo la libertà di iniziare a scrivere qualcosa senza pensare al seguito e all'appeal del composto.
Quando scrivo, sono spesso come uno spaventapasseri durante il matrimonio di un amico imborghesito. O un poliziotto privato da film, stanco e ingrassato, sulla banchina a godersi il vento. O, meglio ancora, come un amante che si è scaricato da solo, semplicemente guardandosi nel riflesso di una vetrina o di un portone. L'importante, per me, è che il rock'n'roll non mi scarichi mai. Voglio che diventi la mia ruga più affascinante.
E lunga vita a Klaus Meine.


©Luca De Pasquale 2017



















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