02/07/17

Gioco sporco allo specchio


Un certo sesso senza conoscersi scioglie gli orologi, allenta le condanne. Serve a creare ponti di polvere tra un punto oscuro in movimento e un nuovo lutto fermo.
Per molti anni ho inseguito complicità che non avessero alcun punto da offrire, sin dalle prime schermaglie.
Ho sempre pensato che il sesso celebrativo sia una cosa atroce, ipocrita e troppo semplice. Facile praticarlo in vacanza, in barca, in stanze riscaldate, facile costruirci sopra qualcosa quando il conto in banca può fare le veci delle religioni e l'idea della procreazione rende il tutto giusto, bianco, pulito, inattaccabile.

Il sesso andrebbe praticato in stanze spoglie dotate di comodini vecchi e invasi dalle tarme, mezzi vestiti e ansimanti, con anni di delusioni addosso, con la smania di un fuoco d'artificio prima di appassirsi sulle lenzuola senza una parola.
Non si può dare visibilità -né verbale né tantomeno emotiva- a quello che per molti vale come ceralacca su un vecchio contratto. Il patto d'unione che si toglie i vestiti per incastrarsi sotto le stelle. Troppo Harmony, troppo maledetta new age.
Il sesso verboso, all'acqua pazza, delle coppie consacrate è qualcosa di angosciante, se comunicato con tutta quell'enfasi scivolosa come vaselina.

Certe mattine sono come un buco nel braccio. Il sole è fuori, ma tu vuoi vomitare nel lavandino. Vomitare pezzi di cielo non digerito. Devi rielaborare vecchi tradimenti, devi espellerli. Bolo, carne avariata, gargantueliche abboffate nei giorni di festa, i giorni in cui i propri morti si nascondono nei letti sfatti, nei vecchi armadi, in un mal di testa apparentemente innocuo, in una canzone che prima di allora ti aveva solo schiarito la mente.
Certe mattine sono dure perché vedi la morte negli occhi dei vecchi, la loro resa annunciata. Guardi un vecchio e immagini solo le lacrime dei figli, lo trapassi, crudelmente lo dai già per morto.
Poi ti guardi allo specchio. Tu e tutta quella stanchezza blu, misto di neon e fatalismo innervato di fascinazioni negative, bocca di bimbo, occhi di testimone, cuore di spine.
Anni fa ho perso due amici per overdose. Ufficialmente, erano meno intossicati di me, in quanto a disperazione di vivere. Ufficialmente stavano meglio. Dormivano e mangiavano più di me, ma si bucavano. La loro vitalità si concretizzava nel progressivo tentare di uccidersi con metodo.
Loro si organizzavano la morte accasciati in un cesso qualunque, io procedevo contro qualsiasi cosa, con motti da legionario, in cerca di storie veloci e dolorose con sconosciute, facciamoci male, diamoci odore e sapore tre quattro volte e poi vaffanculo insieme, consensualmente.
Chiedevo loro di portarmi nei posti dove si erano baciate e incontrate con altri uomini, quei posti volevo respirarli, desideravo lasciarmi mordere da un'aria che non mi apparteneva. Ho sempre aspirato a farmi divorare da luoghi e spazi che non mi spettavano. Era una delle sfide, resistere a quel che non mi era destinato, resistere alla nostalgia per tutti i percorsi non previsti.

E in quegli spiazzi per coppiette o in quelle case pulite e lavorate dalle cameriere, immaginavo facilmente i loro vecchi e futuri uomini alternare sciocche frasi da orsacchiotti (“lo sai che ti amo? Come facciamo l'amore noi due al mondo non ce n'è”) e annunciazioni di levigata oscenità (“sono giorni che ti voglio venire addosso e in faccia, sei la mia puttana”).
Le confidenze sessuali dei maschi, anche quando amici, mi hanno sempre fatto schifo. Sporcavano la mia attrazione consapevole per tutte le donne fantasma del mio mondo e di mondi inconoscibili ma di cui sentivo l'esistenza e la forza.
Ieri abbiamo fatto l'amore tre volte, io e Lisa”, mi disse una volta un ottimo e ora scolorito amico.
Il mio ottimista, egotico e democratico amico ora scolorito, uno tutto in regola, uno apparentemente costruttivo. Le persone costruttive nascondono i fantasmi e questo per me è inconcepibile. Chi nasconde spettri ed errori va affrontato, smontato come un gioco da tavolo, lasciato in una stanza vuota.
Le stanze spoglie e vuote terrorizzano le persone. Le considerano tristi, deprimenti.
Invece io le amo. Mi danno spazio, non mi vincolano a quello che ho raggranellato nel tempo, non mi rendono presentabile in pubblico.

Le stanze agghindate, eleganti, confortevoli sono come quei romanzi disgustosi dove dopo varie peripezie spunta la testa purpurea e ripulita della morale, dell'insegnamento, della ricetta di resistenza.
Chi scrive per consegnare all'ultimo il messaggio di ravvedimento è un baro. Un falso, un buffone, un lacrimatoio brevettato, un succhiacazzi astuto. Diffidare, smontare, combattere. Sono quelli che fanno l'amore con gli occhi chiusi, parlando troppo. Sono quelli che ci raccontano della morte dei loro cari per facilitare processi di immedesimazione tutti di pancia. Sono quelli che si sbattono solo per cambiare poltrona: quando avranno quella più comoda ti cacheranno addosso, a te lettore.
Sono quelli che si staccheranno dalla tua devozione sciocca quando la troveranno imbarazzante per la loro rinnovata ambizione.
Siamo pieni di scrittori e intellettuali tutti rinchiusi nelle loro giacchette striminzite, nei loro sorrisi aperti provati allo specchio, innamorati dei loro brevi e rumorosi orgasmi con stupide e avventate lettrici romantiche o dei loro giochi greco-romani con robusti sodomizzatori tatuati e timidi cinedi che sembrano usciti da blandi fotogrammi di emulatori di Luchino Visconti.
Quasi tutto ciò che leggiamo è sistema che si riproduce fottendosene di noi e delle nostre emozioni. E noi che continuiamo a innamorarci dei narratori, a bagnarci tra le gambe, a sognare l'amore, a carezzarci il cazzo da soli, la mattina alla finestra, sognando che il giorno non muoia mai e sia invece una lunga distesa di amori liberi.
Come idioti crediamo che gli scrittori parlino proprio a noi.
Crediamo che le nostre amanti ci ricordino sempre, senza pensare che al massimo saremo per loro un ponte tra un punto oscuro e un futuro quieto.
Crediamo che i nostri morti ci aspettino in Paradiso con torte alla crema e medaglie votive, felici di accoglierci nella luce che niente discute.
Tutto ciò che è negativo, che è bianco sporco di pioggia e lacrime da febbre finita, lo ricusiamo, lo rigettiamo.
Rimandiamo il dolore, costruiamo solo interregni neutri e pavidi pieni di oggetti, di richiami a una dolcezza che produciamo solo se costretti.

In questo caos di rifugi continui, ecco che non desidero ascoltare confidenze narcisistiche su come è bello fare l'amore quando Dio tifa apertamente per noi.
Dopo la pioggia, in compagnia di donne che mi chiedevano di fare da marciapiedi a fronte delle troppe pozzanghere in giro, mi sono sentito vero e il sesso non c'entrava proprio niente.

©Luca De Pasquale 2017


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