29/07/17

Faccia di vento


Da ragazzino avevo un rituale da applicare ai piovosi pomeriggi d'inverno, chiuso nella mia stanza.
Mio padre lavorava fino a tardi nello studio in fondo, accanto alla porta d'ingresso, mia madre iniziava a preparare lentamente cena. Avevo campo libero.
Accendevo quello che al tempo chiamavamo “il giradischi” e con molta pazienza mi sottoponevo all'ascolto di una serie di drammatiche ballate ad opera dei miei gruppi preferiti.
Guardavo la pioggia fuori, prendevo appunti per riportare con fantasiosa esattezza le mie emozioni, ascoltavo in religioso silenzio le creazioni più suggestive dei miei idoli.
Per un paio d'anni, la playlist fu quasi fissa, sembrava andare quasi a tempo con il rumore della pioggia contro i vetri.
E io mi struggevo per qualcosa che non riuscivo ad afferrare e a comprendere nella sua interezza.
Mi sembrava un bisogno molto doloroso di amore e attenzioni. E di uscita da un clima di crescita rarefatto, improntato al silenzio e non al confronto aperto.
Mi rendevo conto, e non mi piaceva, che non riuscivo a scindere in nessun modo la voglia di amare e essere amato dalla morte. Come se per quel ragazzo -posseduto da utopie e ribellioni troppo grandi per diventare percorso piano- l'amore fosse una tappa da raggiungere sì, ma propedeutica alla fine.
Collegavo il vero amore (non i flirt, non le sbandate, non le simpatie) a un'idea di veloce autodistruzione. L'amore era colpa ed espiazione, azzardo e lusso insopportabile, l'amore era sorpresa ma anche signora in nero con la faccia di vento.
Il mondo degli adulti mi appariva percorso da insostenibili ipocrisie e formalismi, basato sulla menzogna, sulla consolazione, sulla fede da asporto, sui miracoli a pagamento. Non mi piacevano gli altarini per i morti. Detestavo il culto lacrimevole degli scomparsi. Tutti buoni, tutti bravi, tutti mirabili individui.
Fantasticavo spesso, in quei pomeriggi. Immaginavo di venire scacciato dal paradiso e diventare un angelo ribelle, quello che cade. Mi attraeva la caduta, non la strada. Desideravo carnalmente donne adulte, non le mie coetanee. Mi toccavo pensando ora alla commessa del negozio di profumi ora alla madre della compagna di classe. Non sapevo bene cosa avrei provato poi con il sesso vero, ma lo collegavo idealmente a un abisso irrinunciabile, mi faceva pensare al gesto di accendere e spegnere il fuoco.

Continuavo dunque ad ascoltare tonnellate di canzoni molto sofferte, finché non arrivava mio padre esasperato a chiedermi di abbassare o mia madre per annunciarmi la cena. E il mio mondo tornava luminoso e familiare per qualche ora, fino alla notte.
A tavola con i miei genitori ero stranamente ciarliero, quasi verboso. Ricambiavo la loro dolcezza, anche se il mio mondo interiore era una specie di torre di Babele immersa in diverse e utilissime gradazioni di oscurità. Continuavo a ripetermi che non avrei mai accettato le regole della società, anche quelle che avrei scoperto in seguito, insistevo nel lasciarmi aperto lo spiraglio dell'autodistruzione in presenza di una prigionia immutabile.
Ero una faccia di vento, un pessimo studente, un mezzo teppista, un fantasma gentile, un urlo educato, ero un bacio senza labbra, ero dolore nel dominio della pioggia. All'amore rispondevo con amore, soffrendo l'inadeguatezza della risposta, cedendo al ricatto inevitabile dei rimorsi anticipati, della finitezza di quel breve momento di crescita velocissima e crudele.

Oggi quel ragazzo è un uomo, vedo le sue mani sulla tastiera di questo computer. Vedo la sua faccia seria nello schermo. Non mi piace. Vedo il fumo della sua sigaretta passarmi sotto gli occhi, ma non fa letteratura, nient'affatto. È come se avessi acceso una sigaretta trent'anni fa e non l'avessi mai spenta, questo è. Mi aggiro nell'ennesima casa, pronto a tutto pur di non perdere la libertà dello sguardo, la possibilità di poter scegliere le onde e non il podio, pronto a difendere i miei reami notturni con quello sparuto esercito di sodali e confinati che respirano le mie parole e poi me le vomitano in faccia al primo sbalzo di tensione.
Trent'anni dopo, ho dimenticato quasi la voce di mio padre. L'amore è sempre una lama che gira nelle contraddizioni, è un abbraccio su una banchina con il cielo incerto, l'amore è un addio e questo non si fa, non è codificato.
L'imberbe ragazzino delle power ballad in vinile è diventato, come volevasi dimostrare, un uomo tormentato e non contento di esserlo. Non può esserci vanità alcuna nella ricerca continua dei pezzi mancanti e delle cadute.
Escludo di salvarmi e questo mi salva.
La bellezza, quella che molti intitolano “felicità”, la trovo negli attimi, nelle casualità, nei momenti in cui riesco a guardare negli occhi le onde con la mia stupida faccia di vento. La bellezza la trovo persino nei risvegli violenti al centro della notte, sudato e impaurito, vero e fragile nel guardare la maniglia della porta che non girerà, sconfitto e in stato di grazia nell'aspettare le carezze elettriche dei lampi, le fortuite sincerità della scrittura, questa strana forma di preghiera rovesciata che regalo alle anime inquiete pur di non essere scacciato dal mio paradiso di nascondigli, agguati e prove di forza in stato di inferiorità.
L'amore e quello che lo richiama è ancora lì, cresciuto con me, faccia da gangster malinconico e sciarpa scura, specchi nascosti nei polsini, lame sotto pelle, lacrime spedite a fare compere al mercato delle pulci, madri imprigionate in vecchie foto, senso di colpa per ogni atto che sia interesse verso il vuoto. Niente che non si potesse prevedere in quei pomeriggi di trent'anni fa, no?

©Luca De Pasquale 2017

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