04/07/17

Disordine, buio e artigli


All'uscita della pizzeria, il vento sembra riordinare il mondo, le strade, sagomare gli alberi scuri, lasciar svolazzare le tovaglie della nuova brasserie e i vestiti a fiori delle ragazze.
Stasera mangiano tutti. Mangiano continuamente, e ogni quattro bocconi scappa un sorriso, una confidenza. È una sera estiva, vige il divieto di vecchi dolori, vige il senso di continuazione.
Se il vento riordina, il tempo mangia e la musica lenisce. Sono sfere che si muovono consequenzialmente, cause ed effetti che si inseguono con metodo, pianificando un percorso non troppo cruento su sentieri dotati di parapetto.

A picco sul mare, sono costretto a respirare con calma, cosciente. Non riesco a fumare, lo fa il vento al mio posto. Cerco di scattare delle foto alle notte, ma il mio telefono fa schifo e non esce niente, se non luci che tremolano. Rinuncio.
Mi fanno male le ginocchia, senza motivo.
Ricordo di una mia vecchia insegnante, ci stimavamo. Quando seppi che si era ammalata, mi ripromisi di andarla a trovare, prima o poi. Non ci sono mai andato, non ci sono andato finché non ho saputo che era morta.
Ho da poco rincontrato una mia antichissima fidanzata. Camminava con due bambini per le strade della mia adolescenza. L'ho fermata e le ho chiesto scusa per tutte le sciocchezze che i miei venti anni mi permisero di vomitarle dentro, lei che chiedeva solo qualcuno da amare; e voleva amare me, pur sapendo che non appartenevo al suo ambiente di agi e comodità.
Mi sono scusato quasi con venticinque anni di ritardo, goffamente, da uomo cresciuto e ferito, funziona poco, il suo sorriso mi arriva inconsistente, lontanissimo, non è mica un perdono. È giusta indifferenza che si spolvera una giacca, basta: e così deve essere.

Riprovo a fare una foto al panorama notturno. Bellissimo, ma nulla, il telefono non vuole saperne di catturare il buio.
Sotto il monumento ai caduti sul lavoro, una coppia si sbaciucchia, mormorano promesse, saldati dal vento e dal tempo che per loro sarà fermo, fermo per qualche ora.
Per anni ho sognato di essere seduto sul bordo di una fontana di notte e di vedere arrivare una donna dal buio. Nel sogno, con la mano destra toccavo l'acqua calda all'interno della fontana. La donna si avvicinava e non riuscivo a vederne le fattezze, lei mi chiamava.
Non mi riconosci?”, mi diceva, “vieni qui, abbracciami”
E allora mi alzavo, iniziava il vento, la donna scompariva, come dissolta, e io mi svegliavo impaurito, provato, incapace di riaddormentarmi fino all'alba.
Ricordo questo sogno mentre la coppia continua a baciarsi e sul mare passano piccole barche scenografiche che forse i miei occhi inventano.
Stanotte sono quel ragazzo che sognava, mi sembra di galleggiare in acqua calda, mi sembra di resistere controvento, di aver mancato dei passi e delle scuse, anche se mi conforta il pensiero che quando si rifiuta l'amore è sempre e solamente per ottenerne di più.
Tutto insieme, talmente tanto da essere ingiusto, sproporzionato, stazione con troppi treni, prenotazione di ultimi risvegli che mai finiranno sulle labbra come narrazione.
Così stanotte sogno un mare caldo e immenso, senza braccia, che mi richiami senza mortificarmi, senza volermi riconoscere o adottare. Il mare definitivo, quello che non prevede soccorsi e messaggi, il mare vero, la diga di tutto il doloroso niente che si affronta ogni giorno sognando.

Il mio telefono rifiuta la notte, ma io no; mi porto in posizione d'attacco, plano, ne abbatto una zolla molle con gli artigli, me la porto a casa e farò in modo di trovarci il sonno. Ormai funziono così, dormo solo su piccolissimi spazi scuri, al sicuro dalle apparizioni. Il mio sonno difficile è la fontana che finirà per accogliere ogni mio disordine non baciato dalle fate.

©Luca De Pasquale 2017







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