10/07/17

Diario arrogante


Da ragazzo, quando mi prendevo qualche sbandata, finiva sempre che andavo in cerca di suoni che confermassero il mio perdere la testa per una sensazione, per un desiderio estemporaneo. La musica mi era necessaria per certificare gli eventi.
All'epoca cercavo in particolare il suono del basso fretless, perché mi “ricordava” l'infinito, sembrava stendere davanti a me un tempo senza limiti, la demolizione di ogni barriera e frontiera. Anche per questo Jaco Pastorius e Mark Egan sono stati così fondamentali nella mia formazione di persona prim'ancora che di melomane. Il Pedulla fretless di Mark Egan rappresentava il lato più “sentimentale” delle mie perdizioni, mentre il Fender di Jaco era qualcosa di più cupo e definitivo, addirittura di disgregante. Jaco era il mio angelo dannato, il mio eroe perduto; Mark Egan invece mi aiutava a ricostruire sulle rovine. Era quasi uno schema fisso.
Un innamoramento senza basso fretless di accompagnamento non lo contemplavo nemmeno. Erano appunto anni di formazione del gusto e del carattere.
Una cosa mi era però chiara dall'inizio: nessuna passione ha senso senza la sua razione di dolore, di instabilità. Passione è smarrimento, non sicurezza. L'acqua e il fuoco devono togliere il sonno, non ci si può mica preparare per la notte con una vestaglia elegante e un profumo muschiato. Solo il perdersi spalanca le finestre su una prospettiva così inquietante da potersi facilmente apparentare con un proprio sentore di infinito privato.
E intanto Jaco e Mark suonavano per me, mese dopo mese, anno dopo anno.

Stamattina ripenso a quel lungo e controverso periodo della mia vita in cui tutto era rapimento e desolazione, una moltitudine di estasi interrotte sul più bello e notti vagabonde, difficili, con tanto di pioggia scenografica e senso della fine acceso negli occhi.
Ero drogato, ferito. Non me ne fregava niente della fine che avrei fatto.
Avevo delle utopie che funzionavano. La lotta per i più deboli, per le classi umiliate, la rivolta perpetua verso le convenzioni borghesi, la continuazione e la difesa strenua di mio padre, l'inutile corpo a corpo con la voglia di esprimersi e di finire, tutto denso e fottuto, nelle pagine di un libro a mio nome.

Diventerò uno scrittore”, continuavo a ripetermi in loop, “sarà un modo per discostarmi dalla mia piccola geografia borghese di merda”.
Tutti quei rituali di corsa agli agi e ai privilegi mi faceva schifo, e proprio non riuscivo a capire perché affannarsi per una seconda auto, per una casa al mare, per l'acquisto di un immobile, per una promozione sul posto di lavoro. Mi pareva che le persone non si preoccupassero di altro che di vivere più comodi e inseriti, qualcosa di realmente raccapricciante.
Io volevo solo passioni e -di contorno- ero interessato a sbirciare oltre le ossessioni mie e altrui. Mi chiedevo fino a che punto un uomo può fottersene della società che lo ingloba senza dover pagare un prezzo troppo alto.
Negli anni, con crescente sconcerto ho assistito al disinnescarsi degli spiriti più ribelli, al loro ridursi a delle maschere di sopportazione, di istrionismo domestico, il loro appigliarsi ai punti fermi che per decenni avevano contestato con la schiuma alla bocca.
Bastava mettere su famiglia, caricarsi di responsabilità, convincersi sommariamente di aver compreso come funziona il mondo fuori e che tipo di relazioni coltivare per guadagnare credibilità anche con se stessi. Bastava dismettere dall'oggi al domani i panni della contestazione per indossare senza colpo ferire le palandrane del buon senso comune.

Più questo meccanismo mi si palesava come il più gettonato, più mi spingevo oltre ogni limite di accettabilità: concettuale, comportamentale, persino spirituale. Non ci tenevo a diventare un pater familias acquietato, autoelettosi condottiero del suo nucleo e portatore di saggezza anticipata.
Molti amici si sono allontanati proprio per questa mia volontà di restare in mondi senza certezze, alla mercé degli estremi, dei rischi senza garanzia. Ne valeva la pena. Quando perdi qualcuno solo perché esibisci poca quiete significa che c'era un'incompatibilità irrisolvibile, sarebbe stata solo questione di tempo.

Eppure, stamattina è diverso. Rinvio la scrematura e la fine di un lavoro per ritagliarmi una scena quieta, lenta. Non permettendo a niente e nessuno di inquinare questo momento immobile eppure vivo. Il disco di Stevie Ray Vaughan marcia -allo stesso tempo misurato e burrascoso- nella mia “stanza da lavoro”, la sigaretta è il solito rituale lento, tutto mano sinistra e occhi persi in mille punti di distrazione bianchi.
Non è una delle scene notturne che amo tanto, ma va bene lo stesso.
Stamattina è la volta di una sensazione inedita, limacciosa. Un'insidia.
Sì, perché guardando indietro, senza furia, senza febbre addosso, non posso che darmi dell'arrogante.
Era così arrogante quella pretesa che tutto fosse sempre fuoco o se non altro fiamme nel vetro e nelle culle transitorie; era arrogante porsi come nemico di tutto ciò che preludeva a un lieto fine organizzato. Ed era arrogante pensarsi come il cantore solitario di un disagio fiero e screanzato, esasperando la strafottenza come la tendenza a considerare lo sguardo altrui come un esercito nemico da sbaragliare.
Infine, era ancora più arrogante la pretesa che ogni cosa scelta perdesse i crismi della “normalità” per definirsi esclusivamente come stato d'estasi o pungente tormento.
Probabilmente, ho perso buona parte della mia baldanza. Ma non sono diventato e mai diventerò l'apprendista sfigato di una quiete che mi interessa poco e solo in certi momenti. Quando mi parlano di “riscatto” mi viene solo da vomitare.
Quest'idea che i non accorpati debbano vivere nell'ansia di un riscatto sociale è una miccia pericolosa, un aborto sensoriale, un ricatto involontario proveniente dalle fogne laccate di quella parte esteriormente sana della società che nel mito del progresso dimentica gli stracci dell'anima sul tibo fecale appena cambiato.
L'ossessione del riscatto è la peggiore sconfitta di un uomo e non è sentimento più nobile della più sfrenata e esibita ambizione. La voglia di riscatto presuppone una giuria che alzi i voti, che faccia i complimenti al candidato per l'inversione di tendenza, una giuria legittimata più dagli sconfitti stessi che dai vittoriosi.
E questo non va, perché le giurie sono una pratica oscena. I banchi delle giurie spirituali sono fatti per essere bruciati e divelti.

Giudico alcune delle mie migliori annate come un misto di incoscienza, arroganza e consapevole ammutinamento sociale. Alcune parti di quel disegno impreciso sono state rimosse o sono guarite.
Nonostante questo, non sono in cerca di quiete e ancora oggi, più che mai, ho la certezza che passione e dolore siano i due occhi -non indipendenti l'uno dall'altro- del volto di un uomo alla finestra del destino.
Il disco di Stevie Ray Vaughan continua a marciare, devo finire questo lavoro, migliorarmi in qualche modo in attesa della notte e poi pagare il mercante del sonno alle prime luci del risveglio altrui.

©Luca De Pasquale 2017


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