09/07/17

Angst


Quando incontro persone che stanno affrontando percorsi solitari, impervi, poco comunicabili all'esterno, riconosco quella cifra dura e spietata che è il silenzio delle retrovie.
La perdita delle posizioni di partenza, della tranquillità, lo smarrimento del futuro, sono tutti fattori che portano al silenzio e non alla comunicazione.
C'è chi, a differenza di me e qualche altro, non riesce più a imbastire un discorso compiuto che sia uno. Solo conversazioni smozzicate, spesso inerziali, forzatamente superficiali.
Si perde la voglia di condividere. Di confrontarsi. Si smarrisce e si inquina il senso della narrazione.
Ed è questo, proprio questo, che la società impone agli smarriti: il silenzio.

Un uomo tranquillo diventa in breve tempo un demone accigliato, una scheggia impazzita che fa sponda perpetua e inutile su diversi angoli del buio, quello interiore e quello prospettico.
Quando un uomo vede la sua umanità sbriciolarsi tra le concretezze taglienti del vivere, la sua voce scompare, l'amore diventa un'elemosina, le vecchie familiarità assumono le imbarazzanti vesti di laconiche indifferenze mantenute in vita ai compleanni e forse agli onomastici.
Sono le tacite leggi di chi perde e di chi cade, di chi resta indietro; come la gazzella più lenta che aspetta di essere sbranata da un predatore alfa alla seconda curva.
I più malati e i più viziati chiamano questa roba “selezione naturale”, ma in realtà è uno sterminio facilitato proprio da chi dismette i panni di essere umano e calza quelli pulciosi della vittima predestinata.

Se ogni “perdente della società” reagisse senza provare troppa paura, sarebbe più difficile aumentare i giri di questa selezione naturale così sanguinosa e iniqua. Ma sono parole.
Reagire è difficile, costa uno sforzo più doloroso del vivere (e sopravvivere) stesso. Reagire contempla l'individuazione di un nemico o quanto meno di un ostacolo: non tutti vogliono farlo. Non tutti hanno gli strumenti per distinguere l'entità da sormontare e la sua forza.

Il mio vecchio amico Elia, lasciato dalla moglie, praticamente eliminato dalla crescita del figlio minorenne, in difficoltà economiche non risolvibili, intasato di debiti e in mano alla piccola usura, qualche anno fa diede una breve svolta alla sua vita demolita. Iniziò a frequentare discoteche dove si ballava una sorta di deep ambient house tra l'acido e il sognante. Si calava ingenti quantità di materiale tossico e tutte le volte che tornava a casa da queste serate disperate si fermava sulla statale per farselo succhiare da una puttana. Era il suo modo, mi diceva, per sublimare l'odio verso le donne che la situazione con la sua ex moglie gli aveva inoculato. Iniziò anche a bere ed ebbe un'assurda quanto strumentale conversione religiosa che lo portò a considerarsi colpevole di ogni nequizia del mondo e di tutti gli errori e le rovine del suo vissuto. Io non sapevo come arginare la sua autodistruzione incessante, che mi scuoteva e che vivevo con un senso di totale impotenza. Le nostre notti a parlare e confrontarci non gli servivano a nulla, nonostante lo sforzo di empatia e compenetrazione cui mi sottoponevo per essergli d'aiuto.
Elia aveva scritto anche un libro, un giallo gotico senza capo né coda che vendette non più di quaranta copie. Una è qui a casa mia, distrattamente sfogliata, e per questo mi sento ancora in colpa.
Poi, una sera, Elia ha seguito il canovaccio solito. Serata gonfia di musica house sensuale, donne giovani sulla spiaggia di Bacoli, il suo sguardo cupo, la sua maledetta voglia di chiudere i giochi e diventare polvere protetta da un Dio trovato troppo tardi.
House music, pasticche, la voglia di sesso sporco da pagare, l'auto lanciata a folle velocità sulla statale, la sosta con la puttana abituale, neanche la forza di un'erezione completa, la bocca della donna meccanicamente sul suo cazzo semifloscio, l'odore di lattice e di autocombustione diurna nelle compagne, il pensiero del figlio, i trenta euro pagati senza neanche venire.

L'arrivo a casa, le stanze vuote, il frigorifero con un limone a metà, una birra sfiatata e carne avariata. Il pc sempre acceso sulla pagina di facebook, i quadri impolverati con i suoi genitori, morti entrambi, le foto del figlio ovunque, la camera del figlio con i poster di Freddie Mercury e Hamsik, la stanchezza di vivere.
Una preghiera, quella che nessuno scriverà mai davvero, quella per i suicidi, la cintura, il lampadario, la fine dei giochi. Elia è morto impiccato, è stato trovato solo due giorni dopo. Aveva la lingua da fuori e si era cacato addosso.
Non una morte titanica da romanzo. Non una morte esteriormente dignitosa, utile a enfatizzare il senso di sacrificio e autodistruzione.
Questo è il suicidio, la rinuncia, in ogni caso un pezzo di cielo a nostra disposizione, il più rinnegato e silenzioso.
Devo esplorare quei rettangoli di azzurro corrotto, quelle faglie devastate dove Dio è solo un crocifisso appeso a un chiodo nel vuoto. Fa parte del mio mestiere di scrittore e di uomo. Anche d'estate, anche in questi giorni dove è chiaro e ovvio che vincano tatuaggi, pedalò, meloni e belle scopate sudate nei resort.
Per ogni vita che si compiace, c'è una morte lontana che voleva essere rinuncia dignitosa ma che finisce per risultare l'orrore di un disagio troppo antico per entrare prepotente nello sciocco talent delle consolazioni.

Non ho dimenticato Elia, il suo sorriso arreso, la sua corsa al freddo perenne, non ho dimenticato la sua volontà di rinunciare alla solidarietà veloce e studiata di chi vive altre emozioni.
Io lo ricordo, mi piacerebbe solo dirgli che si può restare e che anche il buio è composto, alla fine, da un disegno di luci esposte alle intemperie, ma pur sempre luci.

©Luca De Pasquale 2017

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