20/06/17

Taxi di notte


Il taxi mi riaccompagna a casa in piena notte.
Vetrine, insegne, fermate deserte. Carte, vento.
Il tassista non dice una parola, meglio così. Non ho voglia di parlare.
Questa è una di quelle serate temporalesche adatte a chi ha il gusto di perdere: occasioni, persone e anche idee fisse.
Serate che finirai a casa con lo stereo acceso, con quella unica luce a dirti che traccia è e che equalizzazione hai scelto. Aprirai la finestre, senza fare più calcoli, senza puntellare gli eventi del giorno e del mese, soprattutto senza chiederti un inutilizzabile surplus di coraggio esistenziale.

Ogni taxi che ho preso di notte era come una zattera silenziosa a pagamento che riallacciava passato, presente, futuro. Sigarette, abbracci, promesse, patti già traditi, residui di cene, foto mai ritirate, libri e racconti mai scritti alla luce del giorno.
Non so quanto volte ho potuto poggiare le guance o il mento su un finestrino chiuso, bagnato dalla pioggia, cercando in qualche modo di far tornare i conti dentro. Senza riuscirci mai.
La consapevolezza della velocità e delle trappole può rendere ogni spostamento, anche piccolo, un abbandono. Uno sradicamento, un sopralluogo prima delle ruspe, un vile agguato a memorie solo in costruzione.

Ed è forse colpa mia se molti di quei brevi tragitti in taxi mi hanno visto incredulo di fronte a un “ti amo”, troppo innamorato del vento e delle piazze deserte per concepire una casa, una fortezza, una tana su misura.
Tornavo a casa con qualche sogno appena incartato, ma invece di usarlo, di costruirci un tempio, preferivo riporlo in quei cassetti che hanno la caratteristica di non avere fondo e di sfociare a mare, fiumi di legno, di tarme, virus di retromarcia.

Da bambino, le giostre mi piacevano finché non ci salivo. Oggi non ricordo le montagne russe, solo il mio desiderio di salirci. Non ho rimpianti e neanche rimorsi. Non mi piacevano i clown. Poi ne ho conosciuti fin troppi, belli incravattati e con assurdi anelli luccicanti.
Tra me e la notte è sempre stato un gioco a due. Ogni estraneo non superava mai l'ultima frontiera. I taxi non facevano altro che tracciare un diagramma sul quale gli elementi naturali -il vento, il fuggire sempre- schiacciavano il sentore di un sentimento, di un impegno senza reali garanzie.

È di giorno che ci si può innamorare. È rarissimo, ma accade. Di notte è tutto troppo facile, è tutto sospinto sempre oltre, i contorni sono parte del gioco dell'accoglienza e il caso sembra un miracolo. Ma il respiro è quello di un gigante che sarà ucciso presto e in maniera cruenta.
L'ho sempre saputo, seduto in quei taxi notturni, che la coda delle emozioni era stata già intercettata. Dalla logica, da quell'istinto di conservazione e quella propensione all'ammutinamento che è il ritrarsi prima che le bugie e l'agitazione prendano vita propria, servendosi di parole, frasi, labbra, mani, nomi condivisi.
Ho sempre creduto troppo all'amore per lasciarmi veramente fottere. Tante emozioni che mi annunciavo e che sviluppavo ancor prima di esperirle erano dei tornei, non delle verità in costruzione. Tornei in cui mi presentavo con la pettorina al rovescio, senza appartenenza, senza sponsor e per niente intenzionato a desiderare coppe e targhe qualsiasi.
Tra me e la notte è sempre stato un gioco due. Chiedevo tanto, sempre troppo, e la notte mi restituiva spezzoni di film. Pellicole in cui io ero l'attore principale solo sulla locandina. Perché erano, appunto, spezzoni.
Un attore al quale viene chiesto di avvicinarsi al sogno per catturarlo non è più un attore in quell'azione, è una cavia. Un reduce. Un esperimento con gli occhi socchiusi. Ed è un gioco che non può valere oltre il fiato corto e la smania di possesso.

Mi piacevano i taxi di notte. Durante il tragitto mi preparavo le sigarette per il ritorno a casa, mormoravo qualche nome, sceglievo canzoni che poi dimenticavo e comunque non dedicavo mai.
Pagavo la corsa ed ero davvero felice quando, sceso dall'auto, potevo bagnarmi per quel tratto che mi separava dal portone. Tante volte, chiavi in mano, mi sono fermato sotto i citofoni illuminati cercando di guardare il vento.
Sì, perché il vento lo si può guardare. Soprattutto se la notte è un gioco a due senza bugie.
E tutte le volte che ho letto il mio nome sul citofono, sotto la pioggia, mi sono semplicemente detto: “È tempo di rimuoverlo”.

©Luca De Pasquale 2017

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