13/06/17

Sfangarla


Il mondo si lasciava beffare da una disciplinata malinconia. Tutti i bozzetti facevano dello struggimento una virtù. Tutto quello che occorreva per essere molto amati era solo pubblicare le proprie ansie. L'intera impresa artistica era tutta una calcolata manifestazione di sofferenza.
Leonard Cohen

Ogni giorno, come un mantra elettrico, mi ripeto la stessa formula di dignità, di difesa dei miei confini: io non voglio sfangarla.
No, io voglio pagare il prezzo. In tempo reale. Non voglio sconti. Non voglio favoritismi. Degli adulatori non so cosa farmene. Non voglio sfangarla. Nemmeno un po'. Sul vivo agisco, su materia viva mi muovo, pago con gli orologi sincronizzati e l'anima appiccicata al vetro delle notti che si susseguono.
Non sono in credito con la fortuna.
Non sono un perseguitato.
Non sono indifeso. O sciocco.
Non sono vittima del carattere altrui e nemmeno del mio.
Quando mi sveglio, ed è quasi sempre l'alba, non chiedo un rimborso. Non studio le compensazioni. Aspettarsi compensazioni è una patologia pietosa, vuota.
Non chiedo di entrare in un bel giro. I bei giri sono liste di proscrizione, niente di più.
Non voglio far innamorare di me anime che non posso ricambiare. Non mi alzo neanche di un millimetro, quando mi accorgo di un trasporto, un'idea fissa. Quasi me ne vergogno.
Non voglio incantare con menzogne, con castelli di parole ben ordinate, levigate, accorte. Non nascondo nessun tesoro dentro di me.
Certi giorni la mia anima è solo uno specchio del tempo fuori. Per questo amo tanto l'alba, perché me la proietto dentro e scompaiono le tracce di odio, di disgusto, l'abiezione dell'essere contrario a tutto costi quel che costi.

Cerco di essere attento a non fare schifo. Tento di non abbandonare la strada quasi deserta di un'inevitabile coerenza.
Mi piace svegliarmi all'alba perché è una lavanda mnemonica, un sussurrarsi sobrio il proprio codice, lontano dai punti di ritrovo del rumore.
All'alba so che gli amici sono pochi, che le alleanze non valgono più di un'avventura estiva e sono più laide e calibrate, all'alba mi rendo ancora più conto che tutto quello che supponevo come straordinario nella mia vita era un atto rivoluzionario e semplice, costruire il proprio regno.
Un regno dove le infiltrazioni deturpano le stanze regali, dove troppo spesso, girandomi ormai convinto di amare, ho incontrato assenze che occupavano le sedie e odori quasi dissolti di incontri giocati sempre fuori casa.
All'alba perdo sempre, e questa rigorosa, quotidiana sconfitta mi fa bene.
Libera le valvole ostruite, evita la proiezione dello stesso film, scongiura quella penosa corsa ad accaparrarsi le ultime carrozze della fortuna. Quelle dove il bigliettaio non ti chiede di obliterare l'anima, ma di venderne un trancio, anche il peggiore. Con la scusa di alleggerirsi dai dolori.
Proprio non capisco questa smania di relegare il dolore ad un ospite indesiderato, occasionale, la cui comparsa pare dipendere solo dalla nostra predisposizione d'animo. È un atteggiamento infantile e orbo.
Le mie più grandi gioie contenevano precisi atomi di dolore, colore blu oltremare o indaco elettrico. Le salvezze portavano febbre e spossatezza, gli scambi d'amore la nostalgia dei suoni non riprodotti, la dannazione del futuro da fissare prima e oltre la scomparizione e la morte.
Quando ho desiderato, mi sono sempre stracciato, divelto. Mi hanno insegnato che la bellezza si paga. Nella migliore delle ipotesi con le distanze.

Non voglio sfangarla da tutto questo. Neanche un po'.
Ogni movimento verso qualcosa comporta l'assenza da altro e l'allontanamento da una base amniotica, imbottita, falsamente rassicurante.
I sogni, quando sono ali, ti chiedono indietro il mare che ti hanno prestato per addormentarti.
L'amore puro, quello senza collare, è un banco dei pegni. Spesso si finisce in mano all'usura con un piattino in bocca, in ginocchio. Datemi ancora un po' di cibo per sogni, strepiti e urli mentre gli altri ridono. E allora scrivi, non dormi più, poi morirai.
Il giorno in cui morirò, vicino o lontano che sia, spero che l'alba duri più di sempre. Per riflettersi negli occhi di chi conserverà parte delle mie ingenuità, dei miei dolori sollecitati, del mio sogno fallito dall'inizio, quello di non far soffrire mai nessuno.
Per non fare schifo, io voglio pagare. Tutto quel che devo. Senza scappatoie. Detesto la furbizia anche più dell'ignoranza giudicante, che pure è il mio peggior nemico.
Non voglio sfangarla.
Quelli che sono andati via prima di me hanno lasciato nelle mie suggestioni di ragazzo e poi di uomo una consapevolezza: il fango serve, somiglia alla notte, somiglia alle carezze nel buio. Le migliori, quelle che non aspettano il ritorno. Quelle che vogliono passare febbre su febbre, meglio dei baci. I furbi queste cose non le fanno.

©Luca De Pasquale 2017

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