15/06/17

Ode a Glenn Frey


Il 18 gennaio 2016 è morto Glenn Frey, leggendario membro degli Eagles e uno dei miei eroi di sempre.
Mica i miei eroi musicali sono sempre bassisti. I bassisti sono in maggioranza, certo, Rick Danko e Jack Bruce su tutti, ma ci sono anche gli altri: Danny Whitten, Bryan Ferry, Martin Fry, Kris Kristofferson, Jess Roden, John Martyn e appunto Glenn Frey.
Quando ero ragazzo, gli Eagles rappresentavano per me un'altra faccia della musica, più dolce e armoniosa di quella che ascoltavo abitualmente, insieme a band mainstream come America, Dire Straits e altri.
In particolare, con gli anni ho sviluppato un'autentica dipendenza dall'album “One of these nights” e dalla canzone eponima, autentico cavallo di battaglia dei giorni migliori, spensierati, trascorsi senza troppa enfasi con addosso il culto della giovinezza e del senso di avventura, concetto che ovviamente non si riferiva a gare di motocross o nuotate al tramonto.
One of these nights” era un atteggiamento mentale, un'ode di libertà permanente, una strafottente fuga da obblighi scolastici, familiari, precetti religiosi e scombinate infatuazioni per tutto quello che mi faceva toccare con mano il piacere di vivere. Di godere, di fuggire e anche di mandare a farsi fottere tutto il perbenismo borghese che avevo intorno.

Perché molti non lo sanno, ma gli Eagles, dietro un'apparenza molto soft e anche abbastanza country a stelle e strisce, erano in tutto e per tutto dei cattivi ragazzi. Con abitudini non proprio sanissime e soprattutto uno spirito molto libero ed epicureo, privo di tutti gli orpelli sovrastrutturali tipici dei musicisti d'avanguardia, gli sparapose decadenti, cartonati principi delle tenebre e mangiatori di pipistrelli.
A quindici anni mi capitò in mano una rivista musicale che parlava degli Eagles e dei loro grandi successi. Si raccontava un po' anche del loro privato, e così lessi che Glenn Frey, Don Henley e Randy Meisner erano dei playboy, dei bad boys con camicie a quadri e chioma fluente, tabagisti, insofferenti alle regole e a conti fatti dei casi persi che solo la musica (e il successo, naturalmente) aveva salvato da destini contorti e beffardi.
Leggere quella roba mi suggestionò a tal punto che iniziai a seguire gli Eagles anche nelle loro avventure soliste, acquistando familiarità con Bernie Leadon, Joe Walsh, Don Felder, Timothy B. Schmit e il succitato trio Frey-Henley-Meisner.

La notizia della scomparsa di Glenn Frey, ormai un anno e mezzo fa, mi ha rattristato moltissimo, perché rappresentava la fine di un epoca. Quell'aria scapestrata, sorniona e maliziosa, quei baffi così settantini, gli occhi espressivi e la perizia strumentale, tutto finito.
La decappottabile della mia giovinezza ribelle e disinvolta dovevo metterla in soffitta una volta per tutte, malinconicamente.
Da allora, da gennaio 2016, ho rivisto la puntata di Miami Vice con Glenn in veste di attore, ho riascoltato la colonna sonora di “Beverly Hills Cop” con la travolgente “The heat is on”, mi sono procurato libri e monografie sugli Eagles, sulle loro influenze e discendenze. Una pazzesca e gustosa operazione nostalgia che mi ha fatto bene, come tutto ciò che attiene al non dimenticare le proprie radici.
Mi fanno ridere un po' quelli sempre a caccia di grandi novità alla moda, nuovi profeti trendy dalle lunghe barbe, che troppo spesso sono incapaci di interessarsi a tutto quel che hanno perso durante la loro crescita.
Mi sarò imborghesito, sarò diventato anche noioso il giusto, ma preferisco andare a riscoprire le gemme country rock che all'epoca avevo snobbato (con quell'atteggiamento irriverente e sciocco di chi crede che i suoi gusti sono spessore e il resto merda) piuttosto che darmi arie di rabdomante con qualche band di ambient o di finto neo-punk le cui referenze sono direttamente copincollate da Pitchfork e da riviste “moderne” dove si scrivono recensioni con un piglio a metà strada tra un Gadda in acido e un poeta ermetico con la stipsi.

Mi accendo una bionda sperando che la smorfia sia quella di Glenn giovane, Glenn con tutti quei capelli, il baffo assassino e un concetto di reale spessore tra labbra, cuore e corde di chitarra: anche se sembriamo tranquilli, noi le convenzioni le mandiamo sempre in culo. Il nostro è un country rock che agli intellettuali sembrerà roba da boscaioli, ma noi viviamo meglio di loro. Loro non godono mai. Loro si vengono dentro e crescono in argilla, non in anima.
Viva Glenn Frey. Dall'altra parte, prima o dopo, gli chiederò un autografo.

©Luca De Pasquale 2017














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