16/06/17

Morte sotto l'ombrellone


Mi dicono che è morto qualcuno sulla spiaggia.
Laggiù, dietro il lido. Dice che lo hanno coperto con dei teli. Pare che la persona, anziana, sia morta sotto l'ombrellone.
C'è molta curiosità attorno a questo evento, accanto a me sciamano persone con telefoni, donne in pareo, ragazzotti ricoperti di tatuaggi orientali e celtici.
Sono l'unico a non essere vestito da mare. Passavo per il lungomare, tutto qui. Maglietta, jeans, sigaretta e occhiali da sole. Me ne fotto dei bagni e della tintarella. Sono decenni che me ne fotto. L'estate e le spiagge affollate mi fanno sentire una frittata di maccheroni andata a male, un cocomero marcio. L'estate non è affar mio, eccetto la notte.
Chiedo a una signora se sa dirmi qualcosa in più.
Un vecchio è morto sotto l'ombrellone. Madonna, che pena”
Era solo?”
Sentite, io non lo so. Lì c'è la figlia che piange, stava con la figlia... madonna mia che brutta storia... cioè, quella gli è morto il padre sotto l'ombrellone...”
Non rispondo più. Faccio un cenno goffo e mi allontano.
Non è la prima volta che intercetto la morte su una spiaggia, in piena estate. Il colpo lo sento all'altezza dello stomaco, un misto di fiele liberato dalla provetta e malinconia indicibile, armata per indebolirmi fino a rallentarmi il respiro.
Penso alla ragazza o donna che starà piangendo quel corpo coperto alla meno peggio dagli sguardi infetti dei curiosi.
La morte riesce, in talune occasioni, a non avere il minimo riguardo per lo scempio che è il dover ricordare l'attimo della scoperta, il senso di vuoto definitivo, l'abisso carnivoro di ogni nuova giornata senza.

Considerato però che il sentimento di perdita è il mio senso più sviluppato, il mio microscopio opaco ma efficace, la mia dannazione nei secoli dei secoli, queste sfuriate veloci della morte mi riducono a brandelli senza che io possa oppormi, se non con il contegno garbato che i miei genitori mi hanno tramandato con noiosa e inarrivabile dolcezza.
Una beffa. Una beffa che proprio io, io che parlo e scrivo continuamente di cose che afferiscono alla bella sfida di vivere alla giornata senza pensare mai al domani, sia così esposto alla tristezza di riporto, al dolore di persone che non conosco, e che un corpo senza vita mi evochi, pur con nessuna somiglianza, ricordi ingestibili.
Ricordi più vecchi di me.
Eserciti che attaccano i miei castelli di sabbia, calpestandoli, costringendomi ogni volta a ricostruirli con una finestra in meno e una principessa da non poter salvare più.
Il non sopportare la scomparsa di sconosciuti dal mondo è uno dei prezzi più alti che pago alla mia storia personale. Il posizionarmi con i miei stupidi occhiali da sole e le mie infinite sigarette tra le lacrime della gente è un gioco da cantoniere pazzo, che però non ho deciso io.
Forse è anche per questo che devo scrivere, per non restare lì, con la mia semplicità corrotta e la mia storia fragile, in canoa sull'estuario dei lutti altrui.

Mi allontano.
La sigaretta sa dei cinquant'anni che non ho compiuto ancora, dei fili bianchi nella barba disordinata, delle magliette invariabilmente blu che sfoggio ogni estate, fregandomene del contrasto con la pelle troppo chiara.
Così vivo le mie estati, tagliando le code a serpenti che poi mi porto nel letto, per trasformarli prima in lenzuola e poi in sonno agitato.
Ed è inutile che al buio io mi senta padrone di me stesso e persino delle mie rinunce, perché non posso prevedere la luce del giorno seguente, quella dopo le cinque del mattino, che invece conosco e respiro benissimo.
Costruito per le intemperie, rifiuto la morte.

Desidero andare a rifugiarmi in un bar, mantenendo gli occhiali sul naso, poggiando il telefono sul tavolo con le sigarette e fingendo di riuscire a leggere qualcosa. Non sono mai riuscito a leggere una sola pagina in un bar. Mi faccio distrarre continuamente.
In direzione opposta alla mia continuano a giungere persone che non vedono l'ora di scattare qualche foto e chissà, magari un giornalista di Rai Tre o La Repubblica potrebbe chiedere loro qualcosa.
Mamma, accendi alle 19 su Rai Tre! Mi hanno intervistato su quel vecchio che è morto sulla spiaggia! Con me c'era anche Fede!”
La morte è davvero poco elegante, perché spesso si accompagna agli aspetti più rivoltanti della vita. Come quella curiosità per il dolore e per le deformazioni che si ferma sempre al primo strato, quella sabbia sporca che sembra un trucco da b-movie con troppi attori.

©Luca De Pasquale 2017

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