18/06/17

Lyle Gorch Blues


"L'amore materno ci fa all'alba una promessa che non manterrà mai"
Romain Gary

Le fioriere dei vicini non mi piacciono. La loro presunta bellezza non mi interessa e non mi colpisce.
La loro vita ordinata mi lascia indifferente. Due auto, i bagni al mare, le canzoni in cucina, gli amici la sera con il vino e le barzellette, sempre le stesse, da anni. Da generazioni.
Di quali siano le loro preferenze politiche me ne frego. Non mi cambia la vita.
Non provo tenerezza per i loro figli. Non ho smanie paterne. Non ora e non qui.
La loro vita scandita e salubre mi disorienta. Alla fine mi annoia. Non li studio neanche per scrivere un racconto, creare dei personaggi.

In generale, coloro che propugnano stili di vita salubri e precetti preventivi non sono compatibili con la mia ricettività. L'attaccamento alla vita travestito e rinvigorito da abitudini alimentari, fisiche, intellettuali è il cancro di ogni conversazione non desiderata.
Jogging, yogurt, creme, bere tanta acqua, leggere tanti libri, non fumare, essere monogami, andare a messa la domenica (e quando c'è qualche problema aggiuntivo, naturalmente), tifare e votare coerentemente, avere un giro di amici anche se a volte ci si augura la loro estinzione.
Madri e mogli che si sono sacrificate per anni accanto a uomini tediosi, egoisti, prevedibili nel coito, insopportabili nell'imporre la madre, la sorella, l'amico stronzo. Madri e mogli che hanno dimenticato cos'è lasciar andare le voglie, il senso del decoro, attaccate a equilibri bolsi come palloncini a un filo, ma a festa finita.

Gente borghese che giudica. In vita e in morte.
Gente che giudica i buchi nel braccio, le sveltine nei cessi, le tentazioni eversive, il cuore dei fuorilegge, ma che non è molto meglio dei bersagli preferiti, a conti fatti.
Persone che evadono il fisco, truffano le assicurazioni, pagano venti euro per farsi succhiare il cazzo da una puttana tornando a casa.
Imbelli che pregano solo per tradizione familiare, ma che in realtà non credono in nulla se non nella loro continuazione e nel loro isolato reame di comodità pagate a rate o con malversazioni.
Eroi della pronuncia levigata di parole abusate come famiglia, patria, religione e correttezza. A conti fatti, vermi vestiti di tutto punto, bravi a fare il trenino alle feste e sventare qualche infarto.

Non trovo avversari sinceri. Eppure mi piace giocare a carte scoperte, direi scopertissime.
Mai negato di avere ossessioni. Fantasmi. Vizi, educate perversioni. Mai negato il niente di certi giorni, di certi periodi, di alcuni rapporti nati calzando un profilattico e finiti a sputi in faccia.
Vuoi la verità o la quiete?, chiedevo.
Vuoi costruire o vuoi godere?, mi accertavo.
Non trovi scomodo che siamo falsi amici?, imploravo. Non preferisci la qualifica di nemico? Molto più onorevole, e anche se dico questo sarò sempre antifascista. Che c'entra il fascismo adesso, puntualizzavo.
Fascista sei tu che vuoi sempre consenso, concludevo.

Scrivo un libro e mi fanno dei complimenti non sentiti. Chi più si spertica meno ha voglia di leggerlo veramente, questo l'ho imparato. Scrivo un libro e allora qualche coglione si sveglia dal sonno millenario e mi dice euforico “era ora che uscissi dal tuo guscio”.
Guscio?
Detesto i gusci come le camere ardenti, le fortezze ulteriormente fortificate come le sbandate avvolte in cartocci di citazioni e poesie manco fossero fette di salame.
È la ribalta che interessa. Sempre e comunque. Anche a fini di pettegolezzo, di invidia, di rosicamento. La visibilità è la custodia della nostra carta di identità. Se siamo visibili, la nostra bella anima è più esposta, la nostra sensibilità riluce. I nostri credi sembrano più genuini. Il nostro organo sessuale sembra più grosso e nodoso, in grado di offrire prestazioni da disidratazione.
E il nostro pur misero conto bancario pare acquisire una giustifica di fondo, “ma quello è un artista”. Altrimenti, sei solo da schiacciare. La tua presunta agonia è la noia dei giusti, la tua rivolta è solo l'invidia del disagiato. Questo è ciò che definisco realmente fascista nel quotidiano: la rimozione di elementi spuri.

Io, invece, amo tutto ciò che è spurio, sparigliato, diseguale, palesemente difforme. Dalle macchine difettose spesso cola sangue vero e qualche sogno ancora non preso a calci. I pezzi che non combaciano con altri devono completarsi da soli, hanno bisogno di coraggio, di violenza e di dolcezza. Punto e non a capo.
Sei fissato con i perdenti”, mi diceva una mia vecchia fiamma, una che dopo il sesso mi parlava del suo grande amore perduto come se si trattasse del primo canarino.
Difendo una categoria”
... e naturalmente tu ti senti l'alfiere, il loro rappresentante, vero?”
Credeva di essere sprezzante. Offensiva. Voleva esserlo. Ma era olio su marmo.
Non rappresento nessuno, nemmeno me stesso”
E quindi?”
Semplicemente, credo negli elementi spuri”
Malriusciti, allora”
Chiamali come vuoi”
E pensi di fare strada in letteratura con questi concetti romantici?”
Sprezzo su sprezzo. Io sorridevo e fumavo.
Guarda, 'farsi strada' è un concetto che mi fa schifo. È un'idea degenerata, che porta i risultati ben visibili oggi in materia di intelletti in movimento”
Che vorresti dire, Mr. Sapientone?”
Sapientone un cazzo. Voglio solo dire che dovresti essere più attenta e toglierti quella coltre di perbenismo dagli occhi. Dietro tante anime nobili si celano solo propensioni di tornaconto con strategie non più eleganti di una batteria di bocchini”
Rimarrai sempre isolato”, tagliava a corto lei, disgustata.

Quella donna fu la prima a complimentarsi per un racconto che uscì in un'antologia, spacciandolo per un mio riscatto sociale. Un riscatto agli occhi del mondo.
Non devo riscattarmi da nulla. Da nessun'onta o scandalo. Io e il mio ambiente naturale ci siamo scannati in pieno accordo dall'inizio. Fronte a fronte, senza compromessi, senza pompini.
Mi è impossibile credere nel riscatto sociale come pace borghese, personale e anche collettiva.
Esistono, anche se vengono considerati scarti ed elementi impuri, individui che vogano quieti e determinati alla ribellione su un mare traditore che altri usano solo per sciacquarsi e ristorarsi. Sono le regole.
Non è una vocazione al martirio. È una scelta.
Sono fiera di te. Ora che farai?”
Accendo una sigaretta”
Intendo dopo”
Intendi domani? Farò colazione e poi accenderò una sigaretta”

Da ragazzino incappai ne “Il mucchio selvaggio” di Peckinpah. Un film maestoso, eterno dentro di me. I miei eroi sporchi. Suggestioni che volevo e cercavo.
Amavo Pike Bishop, Dutch Engstrom... ma l'eroe lo scelsi subito: Lyle Gorch, impersonato da un divino Warren Oates, attore immenso, volto indimenticabile.
Cerco di muovermi come lui, mezzo ghigno mezzo sorriso, armato ma curioso, senso di lealtà accentuato verso gli altri pezzi dispari. Anche quattro contro duemila. Funziona.

©Luca De Pasquale 2017















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