29/06/17

Il risveglio finito


Mi sveglio lentamente. Dolorosamente.
Come se avessi partecipato a una rissa, ma non è così.
Vado in cucina, accendo sotto la macchinetta, come al solito preparata la sera prima. Un rituale che ho seguito scrupolosamente tutti gli anni di lavoro, quale che fosse il lavoro, anche i peggiori e i meno retribuiti.
Faccio pensieri disordinati, anarchici, a lama. Seguono l'arcuatura del mal di testa da finta sbronza.
La mia testa è una mezzaluna e io sono fottuto.
Accelerando la macchina del disordine, penso che alla mia età ho tantissimi conoscenti. Una categoria neutra, ininfluente. Di base noiosa. Sono conoscenti e in quanto tali non hanno la mia partecipazione esistenziale e non mi palesano la loro. Questione che mi lascia totalmente indifferente, anche se ci sto pensando. Del resto, pensiamo a tante cose che non incidono.

Lei dorme, di là. “Di là” non indica però una stanza, bensì chilometri di deserto confortevole, anni luce di menzogne simili a code di maiale, crediti oscuri di smanie sessuali fagocitate, stancanti confronti nati come comete e finiti con gli sguardi fissati al muro bianco.
Il caffè esce. Ripenso ad altri conoscenti, ombre che si accumulano, piegate come camicie invecchiate con il collo consunto. Conoscenti su conoscenti, un eccidio di placida memoria.
Qualcuno di quei conoscenti avrei voluto ucciderlo. Avrei potuto amarne altri, per un po', per una batteria di colazioni insieme, per una scopata, per un cinema all'aperto con le stelle dell'estate vestite come baiadere per distrarsi il minimo.
L'amore è spesso imbarazzante, colloso. Venduto in guantiere gialle sui banchi di supermercati di quartiere che trasmettono stupide canzoni italiane da canticchiare in auto. Paghi alla cassa ed è finita prima ancora di cucinarlo e mangiarlo.
Bevo il caffè. Il telegiornale riporta le notizie che prevedevo. Nessuna cambia le regole del gioco, anzi le rafforza, rendendole ancora più intollerabili. L'unica strada è l'eversione. Sarebbe l'unica reale strada se non fosse, giunti a questo punto, lievemente malinconico.
Lei è di là, dorme ancora. Meglio così.
Gli uomini come me non sono davvero abituati, anche se lo hanno vissuto per anni, a pensare ad una donna “di là”. Rimangono, quelli con la mia visuale, imprigionati in stanze di motel, affezionati a sveglie antidiluviane, avvezzi a specchiarsi nell'ovale sporco dei cessi delle camere degli ospiti.
Sono abituato a fottermene della barba sfatta, del capello non perfetto, della parola non detta, del rituale non celebrato, dell'amico deluso, più in generale trovo che le aspettative siano una forma di pazzia.

Napoli è la mia città, ma non la conosco davvero, non mi appartiene. Sono un uomo da motel, non un commovente cantore mediterraneo con le stimmate in festa del peggior campanilismo da esportazione. A Napoli mi sono sempre mosso con i tempi e i riflessi del cospiratore, del lavoratore notturno che si concede il cornetto solo ad apertura bar all'alba, Napoli l'ho vissuta con i miei amori senza targhetta, il nome mai inciso sotto il campanello, le federe dei cuscini di colore sempre diverso.
Da ragazzo correvo di sera tardi per le strade residenziali della città, senza ben capire cosa cazzo volessi da quell'ambiente, se demolirlo, infettarlo o usarlo per il più grande alibi possibile, quello del figlio rinnegato.

Stamattina la città è umida, banale, nascosta da una nebbiolina sporca, imprevista.
Qual è il motto possibile di oggi? Nessun sentimento nessun dolore?
Non è praticabile.
Accendo la prima sigaretta del giorno. Ha sempre un sapore strano e sembra volermi ricordare che prima di agire dovrei riavvolgere tutta la mia vita senza però soffermarmi su nulla, pena l'incappare in qualcosa di sbiadito ma ancora vivo.
Mentre lei è “di là”, mi viene da pensare alle scorribande notturne che vivevo insieme ad un caro amico quando avevo diciassette anni.
Andavamo a caccia di emozioni continue, eravamo pazzi e goffi, si fumava in auto fino alle prime luci dell'alba e quando ci sentivamo abbastanza storditi e stanchi da poter scambiare un pensiero concreto ci prendeva una malinconia ingestibile e pericolosa.
Una volta, dopo un'assurda serata passata con due ragazze che ci trovarono indegni e spicci, ci fermammo intorno alle quattro del mattino sul lungomare.
Scendemmo dall'auto, lui con gli occhi vispi e io con la sigaretta accesa. Lui curioso, io difficile da gestire e da gestirmi.
Mi disse all'improvviso: “Sai Luca, è in momenti come questo che mi viene da chiedermi quanti figli avrò, se sarò felice, se vivrò a lungo...”
Gli sorrisi, senza rispondergli alcunché.
La mia domanda era troppo diversa dalla sua per essere riferibile.
Mi preoccupava altro.
La mia domanda era: “Chissà se riuscirò a rompere il destino prenotato, le tavola dei precetti, chissà quanto dovrò fottermi per risvegliarmi nella sicurezza della totale insicurezza”.
No, nessuno avrebbe comunicato quel pensiero a un amico in piena formazione di sogni.

Aspetto che “di là” arrivino i segnali di un risveglio.
L'unico modo per convincermi che non mi trovo in una stanza di motel, con quattro sigarette nel pacchetto e un futuro pensabile di otto ore e anche meno.
Succede questo quando il senso di patria equivale a un albergo due stelle e il sogno si sbilancia tra emozione e fine e non si basa sul binomio costruzione/sicurezza.
Mia madre avrebbe voluto tanto che frequentassi il catechismo, da bambino. Rifiutai. Mi è dispiaciuto deluderla, mi dispiace ancora di più adesso che invecchio, ma stavo costruendo un ammutinamento al buio, non una succursale di devozione con le luci accese.
Peccato.

©Luca De Pasquale 2017

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