25/06/17

Il mare abbandonato


Sono i luoghi abbandonati a darmi tranquillità.
Le conche di ricordi rimossi, i catini di fantasmi, i luoghi di ritrovo dove riecheggiano le voci di genitori apprensivi e forse di figli mai esistiti o almeno mai cresciuti.
Come da bambino, quando tenendo la mano di mia madre cercavo scorci isolati e scene di abbandono urbano, oggi il mio sguardo è orientato alle interruzioni del caos cittadino, alle note stonate. In poche parole, i miei occhi sono innamorati del deserto e di particelle di abbandono.
Appartamenti sfitti, finestre con vetri rotti, negozi abbandonati. Gli angeli della desolazione.
Gli occhi cercano zone morte per riaccendersi. Si tratta di pulsioni visive e interiori che non so e non voglio fermare.
Ogni deserto ha il suo procedere e il suo senso. E io devo trovarli ogni volta, questi sprazzi di vita in cose apparentemente finite.

Nel luogo di mare dove vivo gli spazi abbandonati sono rari e quei pochi sono guardati con diffidenza e disgusto. Come aree da bonificare, magari per incentivare un turismo crescente. L'ennesimo ristorante di pesce, il nuovo inutile dispaccio di souvenir, il lounge bar per ignavi innamorati del karaoke.
In un piccolo posto di mare i corpi delle donne sembrano tutti disponibili e ricettivi, e le loro movenze frettolose, in linea con il sole, è come se annunciassero passioni brucianti, passeggere e per questo definitive.
Nonostante questo, nella folla di giovani donne veloci e marine i miei occhi catturano una quantità sorprendente di fantasmi, attimi carbonizzati e rimossi, porte chiuse, delusioni, pianti sul cuscino, interminabili telefonate di dolore lamentoso, illusioni smembrate.
Il mio orizzonte, il mio fiato trattenuto, i movimenti della mano sinistra mentre la destra è sempre in tasca, tutto mi orienta verso una strana comprensione di ogni cosa smarrita. Tra i corpi colgo il vuoto, nel cammino di una persona riesco a calcolare l'attimo che ha dimenticato e che prima o poi pagherà.
Sarà per questo che cerco di pagare tutto in tempo reale. Non voglio trovarmi con perdite arretrate da dover studiare e rendere logiche in notti faticose.

In un piccolo posto di mare il tempo è un lusso calmo che non si apprezza mai abbastanza. La fretta rende il minutaggio dei giorni un rituale osceno e superficiale. La smania di godere rende gli uomini più transitori che mai, aderenti solo al vento, mai al terreno e neanche al cielo. La corsa al mare come vasca da bagno è una fissazione comica che svuota quel mare di ogni senso. Il grande padre azzurro, come lo chiamano qui, diventa solo uno sversatoio di orina, di latte di cocco e chances sessuali da conigli.
Non posso farci nulla: anche del mare amo gli anfratti abbandonati, le caverne solo ipotizzabili, gli scrigni erosi, del mare so poco ma mi basta.
So che cattura l'odore e il sapore dei capelli delle donne, che lenisce l'inguaribile disperazione del giorno dopo, so che mi offre un lido sotto le stelle per i sentimenti più vulnerabili e non confessabili, nemmeno su carta. Non voglio usarlo per sciacquarmi il cuore, non voglio usarlo per costruirmi nuove porzioni di passato.
Il mare è la cattedrale immensa e deserta che offre cittadinanza agli uomini che si sono persi e abbandonati per scelta.
Il mare è la chiesa che non mi chiede di inginocchiarmi e bagnarmi solo la fronte, lo amo anche per questo.
Ogni uomo alla mia età, per un dato periodo, diventa un luogo abbandonato. E quando questo accade, c'è bisogno di enormi distese per contenere tutto il cammino che è sbiadito a fronte dei troppi palliativi.
Non sono un uomo che scrive: sono un luogo abbandonato che cerca il suo ritmo. Scrivere è quella ricerca, è quel sogno, un mezzo sogno scriteriato tra spaventose ali azzurre. L'unico romanticismo giustificabile è vivere, amare e morire per questo.

©Luca De Pasquale 2017




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