27/06/17

I collezionisti hanno generalmente un pene piccolissimo


Sono cresciuto nei negozi di dischi e un po’ meno nelle librerie. Ho formato i miei gusti e alimentato le mie curiosità in piccoli e grandi negozi, confrontandomi con commessi, clienti più anziani, coetanei precoci. Ho guardato in tutti gli scaffali e fino all’ultimo vinile, quello più impolverato e improponibile.
Ho iniziato da subito a scontrarmi con i collezionisti. Una lotta senza prigionieri, una lotta addirittura dalla valenza esistenziale. Perché già al tempo mi sentivo “interrotto” dalle loro fottute fissazioni compulsive di possesso e di confronto impari. Io cercavo di conoscere e conoscere e loro mi rompevano il cazzo con tutte quelle mattane sulle edizioni rare che “solo in pochi hanno al mondo”. Giocavano al sapientino con il portafogli a rasbuffo, e io li disprezzavo enormemente. Non tanto per mere questioni di invidia, è ovvio che anche a me sarebbe piaciuto poter contare su una maggiore disponibilità economica, quanto per una questione proprio di atteggiamento nei confronti della vita e dell’arte.
Io posseggo dunque conosco e te lo sbatto in faccia: questo, sfumatura più sfumatura meno, l’atteggiamento dei tanti collezionisti che ho incontrato nella mia vita, prima da semplice cliente e poi da commesso/consulente.

Ma è sempre una questione di deferenze e senso di inferiorità.
Parto del presupposto, e non sono pentito di nulla al riguardo, che la deferenza sia una roba viscida, perdente, idiota. La deferenza porta al servilismo e dunque mi fa schifo.
Parlare con una persona che possiede 72000 vinili non è che mi sconvolga quanto una bella donna. Anzi, non mi sconvolge nemmeno un po’: mi annoia invece profondamente.
Se parliamo di uno dei miei dischi preferiti, “On the beach” di Neil Young, non è che mi abbasso le mutande se scopro che mentre io posseggo una regolare edizione americana tu ce l’hai coreana con tre tracce in più e il tracciato di una colonscopia di Billy Talbot. Cosa dovrei fare di fronte a siffatta fortuna? Ritirarmi in buon ordine? Intimidirmi fino a scomparire dal conflitto nozionistico?
Questo discorso non vale solo per i dischi. I dischi sono un pretesto. Esistono anche collezionisti di successi, di presunte unicità e di riconoscimenti più o meno inconfutabili. Quelli sono anche peggio, perché rovistano nell’ego, la loro totemica indifferenziata dell’anima.
Quelli li tratto prima da malati e poi da coglioni. Non posso fare altro: mi vedo costretto a farlo controvoglia.
Qualche mese fa un tizio con l’aura da santone tuttologo e conoscitore di chissà quali insondabili cavità del rock mi fece presente che lui aveva incontrato di persona John Cipollina, Jack Casady, Robbie Robertson, Albert Collins e forse Dario Baldan Bembo in compagnia di Johnny Halliday.
Me lo disse con quell’aria da crisantemo in erezione, valeva come “io so io ho fatto io ho superato chiunque e ora tu sei solo un improvvisato al quale concedo la mia preziosa attenzione”.
Io lo guardavo e pensavo: “Ti ci vedo con una bambola gonfiabile edizione limitata, quelle con la bocca enorme e il corpo piccolissimo. Ti ci vedo che ci spingi dentro e ansimi cercando di avere la stessa voce di John Hiatt –che hai conosciuto- e Tony Visconti, con il quale sei andato a cena ad Acerra nel 1979. Ti ci vedo a curarti manie e sofferenze con possessi e successi, ti ci vedo anche a martirizzare qualche adolescente con le tue cazzate perpetue”.

Provo pena per questa tipologia di maniaci. Sembra che vincano, in realtà perdono sempre. A volte riescono a spacciarsi per intenditori, per onniscienti, per degli eletti dotati del verbo su svariate argomentazioni artistiche.
A conti fatti, non valgono molto di più di quegli uomini che attraversano città e strade statali con i loro SUV neri e rombanti. Dove è fin troppo palese che il SUV sostituisce –in versione open air- la scarsa nodosità e incombenza dei loro organi di riproduzione.
Parlo svogliatamente, solo se costretto dalle contingenze, con i collezionisti di qualsiasi cosa. Nei loro discorsi autoreferenziali c’è già in nuce il prossimo step, la prossima tacca che li renderà ancora più unici e stimabili. Un collezionista malato non ti racconterà mai dei suoi errori, dei suoi abbagli, delle sue pochezze spirituali.
C’è gara su tutto e per tutto. Non è vero che siamo in pace e armonia, è un gioco infido dove la staffetta da passare a qualcuno è una bomba di chiodi, un pezzo di odio levigato, la ricevuta di una casa d’aste.
C’è gara persino sulle emozioni.
“Come provo io le cose nessuno al mondo”; lo pensano in tanti. “La mia sensibilità è unica, è solo mia, è autentica”

Solo i tracolli finanziari, le disdette domestiche, i legami finiti ai vermi e la morte appaiono fattori in grado di frenare la patologia egotica degli accumulatori e dei profeti fasulli, “gli empati”, i benefattori della divulgazione. Divulgazione che nessuno, proprio nessuno, ha chiesto loro di imbastire, soprattutto se perpetrata con quelle divise sempre troppo larghe, da esseri sovrannaturali, portati dal vento e da Dio.
Le tuniche troppo larghe lasciano intravedere le pudenda, spesso microscopiche, ma non solo quelle. Ogni mezzo illuminato che ho conosciuto aveva lo spazio, in fronte o dietro il culo, per il portafogli. E ogni volenteroso divulgatore o apologeta della cultura che ho incrociato non è riuscito a nascondere il suo ego onanista, sempre impegnato a spruzzare i malcapitati della sua foia ormai inguaribile, quella di essere riconosciuto e omaggiato.
Per me si è liberi di tirarsi delle seghe e di eiaculare verso le pareti del mondo, ma lontano da me. Non mi faccio tirare per i capelli in rodei senza senso e non succhio niente che non sia l’aria del mattino. E la deferenza, quella, la conservo per le ombre che verranno a prendermi nel mio momento migliore. Come è scritto nelle stelle, del resto.

©Luca De Pasquale 2017





Nessun commento:

Posta un commento