31/05/17

Stelle e fango


Cosa volevi dirmi?
Niente.
Cosa volevi?
Niente.
Tu non vuoi mai niente.
Io voglio troppo.

Per strada c’è un cassonetto dell’immondizia rovesciato su un fianco. È vuoto e anche pulito. Lo osservo a lungo. Penso che potrebbe essere un rifugio. Mi rendo conto che non è pensiero che doveva sopraggiungere. Eppure penso a questo cassonetto come un rifugio. Non solo per me. Una protezione, un confine. Una frontiera di lamiere e sordità allo stanco ripetersi delle urla del mondo.
Mi piacciono le basse frequenze. Le fortezze. I nemici costretti a divertirsi in alberghi e villaggi vacanze.
Mi accorgo che mi piace anche che la sensibilità sia nascosta da cenere, materiale di risulta, teli. Che non sia qualcosa che nuota alla luce del sole e che grida la sua disperata e arrogante presenza. Sin da quando ero bambino, credo e spero che la sensibilità abbia la sua calotta notturna per il distoglimento degli sguardi.
Come la casa di un animale lentissimo e millenario. Come una cicatrice bruciata che non lascia intuire la vera strada e il percorso agognato.
Le strade sono volgari, di questi tempi. C’è chiasso, ostentazione. Nulla di sommerso. Persino le ossessioni delle persone, le loro debolezze, sono in pieno sole e finiscono per avere lo stesso valore di un sorriso, di un abbraccio. Di un addio.
A chi esalta la franchezza dello sguardo, l’immediatezza del contatto, dico semplicemente vaffanculo. Prima l’oscurità e poi si vede. Prima le stanze evidenti, poi il resto. Non credo nella velocità. Non credo nella purezza. Viene prima il fango, la dispersione. L’impulso, la vergogna. Il ghiacciaio ha una precisa bellezza. Come le partenze che non vogliono essere ritorno. Anche i rapporti che finiscono hanno una precisa, chirurgica fascinazione cui è difficile rinunciare.
Guardo spesso le persone anziane. Non devono più nascondersi o dissimulare troppo. La strada volge al termine, niente parata. C’è qualcosa di molto bello in questo. Le pieghe del mondo che si svuotano.
La farsa dell’inclusione, con ancora tutta la giovinezza addosso, mostra tutti i suoi evidenti limiti.
Si può sognare anche in giorni come questi. Crudi, lontani e veri. Si può sognare senza imbattersi nella vendita al dettaglio della bellezza dei propri sogni.
Io sogno. Ancora. Troppo. Sogno e per questo mi sveglio.
Sogno altre cose. Non si tratta dell’inclusione. Della protezione. Sono cose che non mi interessano. Non mi interessa un calore che si paga sempre troppo.
Sogno di ammarare, senza luci, spesso solo. E in acqua, incapace di guardare in alto, contare le stelle riflesse sbagliando tutto, numero, collocazione. Anche valore. Addormentarsi mentre si conta, senza sperare, senza urlare. Senza protestare innocenza, originalità, candore. Non credo in questi valori indotti.
Amare pagine di vita senza memoria di ferite mi è impossibile.
In questo errore macroscopico tento l’improbabilità dei sogni.

Nient’altro.


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