28/04/17

Il rimborso del destino


Sempre più mi capita di incontrare individui che aspettano -chi più, chi meno- una specie di rimborso dal destino.
Li riconosco velocemente: il loro contegno è perennemente alterato, febbrile, amaro. I loro dolorosi transfert li spingono a cercare similitudini ovunque e con chiunque.
Rabbiosi, in attesa del risarcimento, simulano una normalità di vita che invece è sovrastata da questa smania, da questa preghiera monca e spesso ridicola.
Incapaci di accettare che una ferita pulsante, irregolare, segmentata e spesso purulenta non rappresenta di per sé la garanzia di una restituzione, si struggono in speranze acri che partono battute in partenza.
E io li incrocio, incrocio i loro occhi offesi con la vita, imploranti e dignitosi, incontro le loro parole in penombra, in una zona di nessuno che ci vedrà ospiti rapidi e non paganti.

Non ho mai gradito l'annessione a stati emotivi che non potranno mai essere uguali per tutti. Ognuno ha il suo maledetto modo di guardare nelle ferite e, ancor di più, di aspettare la fine di una fase, di un inganno, di un gioco a ostacoli.
Ognuno dovrebbe scegliere di consumarsi come preferisce.
Quando scopro che la mia presenza è solo un pretesto per non sentirsi soli a spasso in una condizione che poi è incomunicabile, tolgo subito le tende. Due persone ferite non ne compongono una sana. E magari superficiale quanto serve. Cinque persone ferite sono solo un branco di reietti che la noia catturerà molto presto. Diventeranno cannibali.
Molti individui sono totalmente privi di coraggio.
Appena cadono cercano amici. Lo trovo ripugnante. Per poi dimenticare tutto al primo segnale di resurrezione. Atteggiamento da conigli, da ladri di fuochi spenti.
La caduta è una condizione che richiede massicce dosi di solitudine. Uno stato che va gestito in solitaria, per poterne gustare a pieno i risvolti positivi: il rinnovato senso della memoria, gli odori, le luci nuove, i colori delle porte, delle giacche, la scelta dello sguardo ogni mattina. La caduta prevede il fondo. Il fondo è stretto.

Da anni, da molti anni, lo sguardo che indosso al mattino non prevede molto di più delle ventiquattro ore che seguiranno. I sogni di ricongiungimento agli ideali, dei rimborsi, il sogno colabrodo del ringiovanimento, sono questioni che non mi riguardano.
La fissazione di migliorare, quando mi ha dominato, mi ha avvelenato. Mi ha reso inservibile, dipendente. Banale, grottesco. Mi ha reso merce, giochino.
Cerco il ritmo del giorno, della luce e dell'aria. Cerco di fottermene, in buona sostanza. Spesso ci riesco.

Ci sono molti modi per sentirsi in salvo, quando quel senso infido di vendetta -misto al bisogno di conferme e premi di consolazione- impedisce il corretto funzionamento della propria anima.
L'importante è non rispondere con utopie ad altre utopie invecchiate.
Le emozioni sessuali sono a coda corta e un killer le segue ovunque. Finiscono per morire dissanguate davanti ad uno specchio o nel cesso di un bar, mentre una doccia lava via tutto, oppure prima di dormire, quando l'ossessione dell'amore viene a riscuotere il suo devastante credito.
Credo invece nell'espressione, ma anche nel tentativo di portarla a termine. Senza la schiavitù del consenso. Senza la paura del rifiuto, dello smacco.
Molti scrittori che ho conosciuto si sono rivelati presto dei tronfi cacasotto, tutti ego e manie, materiale di risulta di infanzie controverse, educazioni repressive, malcelate incertezze sessuali e affettive, attaccati magari alle vesti di un Dio costruito per loro dai genitori, dai compagni, dalla rete degli amici. Un Dio assente dal primo giorno.
Sì. Ho incontrato tonnellate di vigliacchi. Di predoni delle paure altrui. Di illusionisti con la giacca pulita e l'occhiolino facile. Ho incontrato ciarlatani con la vocazione al sorriso aperto. Bluff, montati, rammolliti, raccomandati, sfaccendati, finti animali sociali, omoni con l'ego grosso quanto un capodoglio e l'anima più piccola di un preservativo usato, lasciato come un verme umido ai margini della strada.

Si dicevano scrittori.
Fini dicitori.
Grandi comunicatori.
Operatori del settore.
Convogliatori di entusiasmo e di energie positive.
Si dicevano seduttori di donne ingenue. E non solo.
Avevano sempre qualcuno dietro di loro a leccare il lardo espanso dell'ego dimenticato.
Avevano dietro i portaborse dei loro scarti, delle loro guerre di religione personale. Gli spazzini della loro zavorra.
Si dicevano democratici, progressisti, collettivisti. Valevano meno del peggior capitano d'industria, del peggior borghese del secolo scorso.
Si dicevano ambiziosi. Lo dicono ancora. Vengono creduti. Ci passano la vita, a compiacersi dell'ingenuità dei seguaci.
Ufficialmente giocano per l'unione, l'incontro. In realtà giocano da soli e non gareggiano nemmeno con la loro ombra, perché non hanno gli strumenti per intercettarla. Ne hanno orrore, dell'ombra.
Loro non cercano rimborsi. Cercano solo l'aumento dell'offerta, della quota di partecipazione, sommersi e infognati in un ego stantio e immenso che trasvola nazioni, ideologie, religioni e sgancia bombe su se stesso per fare fuochi d'artificio.
Quegli stessi fuochi che vorrebbero noi guardassimo, noi laterali, noi su pescherecci nel mare in tempesta, noi che cadiamo puntualmente nella trappola della giustizia divina e del risarcimento, mano nella mano a farci forza e a darci idea di movimento.
Non è movimento: è resistenza.

©Luca De Pasquale 2017

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