18/04/17

Il controllo del dolore controllato


Mi scusi, mi sa dire l'ultima partenza della notte?”
Varrebbe a essere?”
A che ora parte l'ultimo traghetto?”
Per dove?”
In genere”
L'ultimo è alle 19e30, direzione...”
Grazie”
E anche il mio piccolissimo sogno residenziale si infrange così, su un muro di risposte tecniche e svogliate. L'ultimo traghetto parte alle 19e30, quando c'è ancora il sole.
Non c'è nulla che io ami di più dei porti e delle stazioni di notte; ancor di più quelle partenze sconosciute e con biglietto sola andata in orari dominati dalle tenebre.
Guardare una nave partire di notte -ancor di più salirci- è una delle poche visioni che mi comunica un senso di pace, è un accordo improvviso tra l'anima, il corpo, gli occhi e il flusso esterno della vita.
E quindi sono deluso dal fatto che qui, proprio dove vivo, di notte non si muova sul mare proprio nulla, se non piccoli pescherecci e chiatte commerciali.
Niente azzera tanto fortunosamente la mia anima più di un porto battuto dal vento nella sera avanzata, con pochi sconosciuti che inseguono il loro tempo, i loro eventi, passandomi accanto e mischiando all'aria che respiro qualcosa della loro fretta estranea, profumi brevi muschiati da passioni solo supponibili, da urgenze che in qualche modo finiscono per somigliarsi tutte.
L'amore, l'inseguimento, la ricerca, il consolidamento, l'esilio, la frenata prima del vuoto spento, l'arte di riaccendere i precipizi per la prossima festa.
Invece no, qui di notte non parte niente.
Qui puoi solo osservare l'acqua e le imbarcazioni ferme, lavorare di immaginazione, esagerare con uno stato mentale di alterazione sensoriale che non è mai compresa davvero in un semplice titolo di viaggio.

Se oggi mi capitasse di incontrare per caso qui mio padre, riconoscerlo tra la folla che si imbarca, penso che gli direi solo “ma tu lo sai che ho cercato di partire tutta la vita? E che nel partire, nella sola idea, non prevedevo mai di tornare?”
Lo direi a lui come ora lo dico, scrivendolo, alla carta virtuale che ho davanti, questo schermo bianco con dei margini, che qualche volta mi riflette, male e deformato, con gli occhi troppo lontani e il fumo della sigaretta che somiglia più a un copricapo che a un fantasma in movimento.
Di fronte a troppe navi, a troppi ricordi, a questo sole crudele e democratico, qualcosa di doloroso che mi porto dentro chiede la notte senza scocciare più di tanto, come un animale domestico che ti si stiracchia ai piedi per comunicarti i suoi primi languori.
Un dolore non deciso, ondivago e quasi sognante, un ticchettio.
Un sussurro che somiglia al mio nome e alla smania di vivere che quel nome, il mio, continua a subire con arresa indulgenza.
Tutte queste valigie, questi trolley, le cosce, i culi, i pantaloncini dei turisti, gli smartphone, i tablet, le voci volgari, il francese misto al tedesco, al napoletano, al dialetto puteolano, al mio silenzio. Senza che io possa sentirmi bello come capita di notte. E questo è molto grave.
Tutto questo, e molto altro, passa accanto al mio dolore controllato, fisso, basico, questa specie di scavo artigianale e atavico che perpetro senza l'ego in festa. Mai più l'ego in festa. Non mi permetterò mai più l'oscenità dell'auto da fé. Non faceva per me, non lo volevo capire, sondavo, tentavo.
Controllo il mio dolore controllato tutte le volte che posso.

E adesso?
Ora che faccio?
Tutto finisce alle 19e30. Io no. Io comincio, invece. In quella meridiana, in quel cono d'ombra e doppiezze non riflettute. I miei giorni sono quelli del pittore che ha sbagliato duemila volte lo stesso quadro, fino a poter comprendere che sbagliava pennello e colori, perché usava i suoi occhi e le sue mani. Non gli odori, non le partenze. Non avevo capito niente e forse, dico forse, il dolore non lo controllavo come adesso.
Adesso me ne torno a casa. L'impiegato dell'ufficio marittimo è stato scortese e laconico, io ero assente quando lo guardavo, mi serviva solo un'informazione.
Quando mi serve qualcosa, sono sempre assente. Al fondo di me e delle cose.
Quando voglio qualcosa sono presente e pronto a morire. Come gli eroi romantici che amo disconoscere per non prestarmi a interpretazioni.

Tutto ciò che di notte si allontana mi regala pace, l'inizio da una fine, l'inguaribile e meravigliosa malinconia dell'essere ancora vivo, dentro e nei passi indecisi che compio tra le instabili geografie che mi hanno deciso.

È solo questione di controllare il dolore già controllato.

©Luca De Pasquale 2017





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