19/04/17

Cannon Ball: i giorni di Jaco


Ho scoperto Jaco Pastorius nel 1985, due anni prima della sua tragica morte. Ci sono arrivato andando a ritroso da “Sportin' life”, album dei Weather Report che acquistai quasi per caso in vinile nel glorioso negozio “Top Music” di Napoli, la mia prima vera palestra d'ascolto in quegli anni formativi.
Sportin' life” mi piacque abbastanza, con il suo tribalismo discreto, le geometrie percussive e la propulsione inesausta del basso del compianto Victor Bailey. In quel periodo -avevo tredici anni- non mi ero ancora determinato ad amare il basso elettrico in modo così trascendente e definitivo, come sarebbe stato negli anni a venire. Oggi sono consapevole che la mia scrittura, bella o brutta, gradita o sgradita che sia, è profondamente influenzata dal linguaggio del basso elettrico e del contrabbasso, molto più che da eventuali scrittori-feticcio. Proprio il non essere un musicista mi ha aiutato a rendere il suono del basso parte integrante del flusso creativo, se avessi tentato di strimpellare per passatempo non sarei riuscito a sviluppare questo strano percorso binario.
Tornando al 1985, da poco avevo iniziato ad acquistare i dischi di Stanley Clarke, dei Return To Forever, degli Yellowjackets (Jimmy Haslip, altro senatore del mio viaggio nel basso), già amavo i Level 42 di Mark King. A Jaco non ci ero arrivato. Non ancora.
Incuriosito da quel gruppo strano, Weather Report, decisi di spendere i miei pochi risparmi in un altro disco. E così mi imbattei in “Black market”, con quella splendida copertina seducente; me lo portai a casa curiosissimo di ascoltarlo, Armando mi aveva detto che si trattava di un lavoro di molto precedente a “Sportin' life” e che mi sarebbe certamente piaciuto.
L'ascolto del disco mi spiazzò da subito, perché la prima traccia, “Black Market”, mi coinvolse senza però travolgermi.
L'avvento, l'illuminazione, quasi il trauma, tutto si palesò con la coda della seconda traccia, “Cannon ball”, precisamente dal minuto 3:50.
No, non avevo mai ascoltato quel suono prima. Successione di note suggestive, calde, addirittura erotiche, dense, liquide, suadenti e magnetiche. Riascoltai quel breve passaggio finale di “Cannon ball” fino all'estenuazione, incredulo. Rapito. Al punto che mio padre entrò in camera e mi chiese: “Ma il disco si è incantato? È difettoso? Forse devi pulire la puntina...”
Se avessi saputo, avrei dovuto solo rispondergli: “No, papà, è semplicemente Jaco. Jaco Pastorius, il più grande bassista del mondo”

Senza nulla togliere al pazzesco Alphonso Johnson -che suonava in tutti gli altri brani del disco eccetto appunto “Cannon ball” e il fantastico treno di “Barbary Coast”, Jaco era riuscito in un amen a demolire tutti i miei stereotipi e le mie precoci fissazioni in materia di basso elettrico e non solo.
Mi si spalancava una strada. Iniziai a documentarmi, ad acquistare con foga tutto quello che riguardava Jaco. Vivevo con Pastorius in testa. In tutti i sensi, come obiettivo di conoscenza e come slang del mio cervello.
Considerato che ho sempre pensato all'amore come ad una forma di shock, vivevo costantemente sotto la magia debordante di quella scoperta. I dischi di Jaco con Joni Mitchell mi misero al tappeto per mesi, ero davvero sconvolto; ed è inutile dire che “Heavy weather” è diventato uno dei dischi più importanti della mia vita, se non il più rilevante in quanto ad imprinting e devozione protratta.
Quando poi mi procurai l'omonimo di Jaco del 1976, fu un'altra epifania, un nuovo maremoto dalle conseguenze devastanti. Perché per molto tempo non riuscii ad ascoltare altro, ero in loop, mi chiedevo come fosse possibile suonare in quel modo. Persino nei miei temi, a scuola, scrivevo di Jaco e impostai tutto un tema a traccia libera sulla sensualità del suono del basso in “Kuru/Speak like a child” dal primo album di Jaco, indimenticabile traccia con Herbie Hancock. Il tema andò bene: presi otto. Mi sentii molto fiero di quel risultato, mi sentivo un iniziato, un fortunato, ma senza spocchia; mi ero imbattuto presto in Jaco e i miei compagni no, tutto qui. Non ero io il genio precoce, proprio no: ero solo un ascoltatore molto curioso al cospetto di un semi-dio.

Dopo un periodo tribolato, fatto di fame sonora, compulsività, dedizione e sbalordimento, presi una decisione dura: non avrei mai suonato il basso elettrico. Non avrei mai accettato, ragazzo sturm und drang, emotivo, passionale fino al dolore, di non poter produrre quei suoni. Dovevo semplicemente iniziare un percorso di conoscenza scrupoloso e innamorato che ancora oggi assorbe molto del mio tempo, con gioia.

Il 21 settembre del 1987 per me fu un giorno tristissimo e atroce.
La notizia della morte di Jaco mi distrusse. Mi fece letteralmente a pezzi. Del suo stile di vita, della sua propensione all'autodistruzione, non sapevo proprio nulla. Non c'era internet, potevo solo ascoltare e mangiare dischi. Maledii il buttafuori Luc Havan per quello che aveva fatto al mio Dio personale, cercai in qualche modo di capirci qualcosa, ritagliai la notizia funesta da “Il Corriere Della Sera” (che entrava ogni giorno in casa grazie a mio padre) e conservai quel ritaglio come un supplichevole santino impregnato di adolescenziale e sincera sofferenza.
Con pathos spontaneo, comunicai pomposamente ai miei genitori che se mai avessi avuto un figlio, lo avrei chiamato Jaco. E che avrei onorato la sua memoria dando il meglio di me. Nello specifico, non diventando un bassista, bensì uno scrittore che lo avrebbe citato come principale influenza.
Tant'è che nella mia carriera di scrittore non verticistico, quando mi hanno -bontà loro- attribuito vaghe e derivative somiglianze a Henry Miller o Hank Bukowski, ho sempre puntigliosamente chiarito: “Mi ispiro principalmente a John Francis Pastorius III, conosciuto come Jaco Pastorius”, lasciando sconcertati i miei interlocutori.

Adesso, proprio ora che scrivo, ascolto “Harlequin” e il basso esteso, sotterraneo e immenso di Jaco risuona nel mio spazio di scrittura come le confidenze del supereroe che ha creato parte di me e del mio sentire. Sono davvero grato a Jaco per quello che mi ha dato, per come mi ha aiutato a cercare un linguaggio altro, diverse discendenze, strade non necessariamente troppo battute in narrativa, a prescindere dagli esiti. So perfettamente -questa la perpetua salvezza- di non avere neanche un grammo del talento visionario del mio riferimento principale. Non importa. Jaco è ancora oggi il padre putativo della mia smania espressiva, checché questo comporti. Tutte le volte che ho creduto in qualcosa, tutte le volte che mi sono innamorato, che ho lottato, che mi sono consumato per un obiettivo, per un'utopia, ogni volta che ho attutito una rovinosa caduta, lui era lì, con il suo fretless, il suo martello di Thor.
E sì, tutte le volte che mi emoziono, quando riesco a respingere il cinismo e la guerra che mi vede impegnato ogni giorno nel divincolarmi da cornici, chiacchiere e paure invalidanti, quella coda di “Cannon ball” è in sottofondo, canto di un angelo perso, profonda preghiera di perdizione e sogno consumato che il tempo non scolorirà mai nel mio cuore.

©Luca De Pasquale 2017































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