24/03/17

Il faut tourner la page


Il silenzio serve. Lavora affidabile nello scorrere delle notti e dei giorni, sutura, squarcia e poi dimentica, illumina strade mai supposte e oscura la comoda geografia cui ci si abitua per pigrizia, per poco rischio.
Un giorno ti svegli e tutto -o quasi- quello che hai scritto ti appare come il materiale di un altro, stenti a riconoscere le descrizioni, gli ambienti, i personaggi, i sentimenti.
Ti accorgi che hai abusato di te stesso, del tempo in tua gestione, e che hai cercato di giustificare in qualche modo una propensione spontanea ad uno stato di crisi permanente.
Capisci anche che molto, troppo spesso non volevi neanche essere letto; che in molte occasioni si trattava di lettere scritte al mare. Senza appelli, senza richieste di empatia, senza massime buone per il risveglio successivo. D'un tratto sei consapevole che non scrivevi pensando a qualcuno e neanche a te stesso: scrivevi. Era come guidare nel buio. Cercando di evitare la fine ma speculando sulle probabilità cospicue di non arrivare mai da nessuna parte.
E lo ammetti, allo specchio che ti riflette per metà, che hai scritto anche per vendetta. Per evitare il vero corpo a corpo, l'oscenità dell'indifferenza, e anche perché scrivere illude che si possano tenere gli occhi aperti durante le tempeste.
Inutile cercare tipografi quando ti interessa solo vivere di notte. Quando la storia che vuoi raccontare è un'altra e continui ad evitarla, a girarci attorno come un animale in cerca di attenzioni.
Le lettere al mare interiore non devono passare in tipografia. Occorre umiliare l'ego e ricominciare. Senza niente, solo vento, onde non sorteggiate, non pianificate. Solo mani fredde, nomi da non far circolare più, passati da sovvertire.
Non ho mai scritto per piacere. Per sedurre, neanche a parlarne. Non ho scritto mai per trovare amici; piuttosto il contrario. Non ho scritto per essere scoperto, svelato, annesso, incluso, digerito, tollerato. Ho scritto in crepacci ricoperti da tendaggi, da illusionismi, da richiami falsi.
Ho scritto per ritrovare quello che non ho mai avuto. Per iniettarmi quella leggerezza ambigua e velenosa che non mi ha mai coinvolto. E infine, ho anche scritto per annunciarmi a me stesso, a volte pomposamente, più spesso con imbarazzo, veloce come un amore fallito buono più per la memoria che per il cuore.
È ricominciato a venir fuori il tipico odore delle notti di primavera, che provoca quel sentimento febbrile e violento: tutto vicinissimo e tutto lontano fino alla ricusazione più arbitraria. Quell'odore spinge a rinnegare le appartenenze, a rivoluzionare le parole, i fatti, la loro narrazione, la loro costruzione tesa a renderli cibo per gli altri.
Sta cambiando tutto e non mi oppongo. Una volta tanto, non sto all'opposizione; troppo eccitante il dominio esterno, troppo bruciante lo scarto indolore tra sogno e rovina.
Non ho voglia di essere quotidiano. Non ho interesse, non più e non adesso, a ripetermi, a riciclarmi e ho smesso gli abiti della protesta. Erano di altri, erano di fantasmi. C'è un solo brivido che mi divide in due sulla dorsale della notte, e quel brivido è la crescita, l'evoluzione.
Per quel brivido occorre massiccia dose di silenzio. Di osservazione muta, di riordino interiore. Per quell'evoluzione necessaria serve il vento, non solo quello contrario e da sfidare. E non c'è davvero altro che io voglia e possa dire, in questa sede e con questa luce attenta ai miei movimenti. Niente errori, oggi.

©Luca De Pasquale 2017

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