01/02/17

Un quarto di equivoci


Secondo quanti potremmo idealmente collocare a destra – ma scivolosamente, visto che io considero di destra anche molti “cittadini” – tutti quelli di sinistra sono rompicoglioni, buonisti, vegani, centrosocialini o radical chic o tutte e due le cose, furfanti della finta democrazia, relitti di ideologie disgregate, terzomondisti più coinvolti emotivamente da contadini birmani che dal vicino di casa, consumatori di incenso seriali fissati con la musica etnica e il commercio equo e solidale, etc etc. Insomma, una caricatura di drogati da Inti Illimani e vino di paese che straparlano dalla sala mezza vuota di un’associazione culturale per quattro gatti.
Intanto, ti dicono che Trump è il nuovo che spazza via il “mulattismo sbiadito” di Obama e ti ricordano che Renzi fa schifo ed è un tuo amico, tu sei colpevole. Poco importa se non lo hai votato, se non sei filogovernativo e se per te il PD è la vecchia Democrazia Cristiana. E allora, se non sei colluso col “sistema di sinistra” sei solo un utopista, un nostalgico perso nei film di Scola e Rosi e in vecchi libri di Lucio Magri. Insomma non va bene niente. La tua colpa è quella di pencolare verso un pulviscolo ideologico riconducibile a “fatti comunisti”.

Non importa, poi, se di tutte le arroventate qualifiche che ti hanno appiccicato sotto l’impeto della polemica tu non ne rappresenti manco una: sei irritante, fastidioso ed è sempre meglio fare di tutta l’erba un fascio. L’impressione è che perdiamo sempre troppo tempo a delimitare chi è amico e chi è nemico: probabilmente basterebbe seguire –con le dovute precauzioni- l’istinto, che semplicemente riesce a dirci, a volte, “no, con questo non hai niente a che spartire, lascia perdere”.

Ed è con quest’istinto che rispondo alle domande banali, sfiancanti e senza reale interesse di Pit-Stop Scarnecchia, uno che ha aperto una specie di centro culturale afferente non so bene a quale corrente di spiritualità umanista o altre agghiaccianti definizioni. Pit-Stop Scarnecchia non ha bisogno di lavorare, ma lavora anche; nell’azienda di famiglia, dove non fa un beneamato cazzo. I miei risparmi di quasi mezzo secolo di vita sono meno di una sua svogliata mensilità in azienda. Dato che come molti semi-progressisti figli di famiglia e di conti bancari qualche senso di colpa ce l’ha, ecco che Pit-Stop si è inventato la sua associazione culturale. Che siano, le sue, reali utopie o sincere propensioni alla razza umana, non è affar mio.

Io sono un maledetto ipocrita a stare qui davanti a lui e rispondere alle sue dannate domande senza costrutto. Perché lo disprezzo. Profondamente. Mi fa orrore la sua aria “leggera” come un peto, il suo umorismo da twitter con la gonorrea, quel suo parlare per slogan. Mi fa orrore quello che combina su facebook, con le sue continue richieste di mettere “mi piace” alle sue pagine socievoli e socializzanti. Trovo ripugnanti i suoi gusti letterari, musicali e cinematografici. E poi lecca culi. Lecca culi in continuazione. Lecca i culi di chi – secondo lui – gioverà alle sue cause. Ed ecco che lappa le natiche del famoso scrittore napoletano in odore di santità, ecco che si mette ad annusare l’occhiolino anale di quello che gestisce la rivista letteraria, ed ecco anche che spara stronzate di presunta “realpolitikk”, arrivando ai miei occhi per ciò che è: uno che boccheggia un po’ ovunque purché serva. Le sue posizioni sono un misto di destra sociale alleggerita, anatemi grillisti e azioni di riserva da comitato dell’Ulivo. Il tutto con toni da esaltazione popolare, con quella brillantezza da “invettiva controllata” che per me è sempre il primo segnale di quanto uno possa essere un bluff completo. Pit-Stop Scarnecchia studia le sue invettive social, puntando paradossalmente sull’innocuo generalismo dei suoi assunti banali e di seconda mano: un po’ strizza l’occhio all’anima popcorn complottista dei movimenti, un po’ ravana tra i peggiori istinti della destra “nel mio condominio comanda la mia razza”, riuscendo però anche ad attirarsi simpatie in area ipocrito-snob del “viva il venditore ghanese, picchiamo questi vigili fascisti del cazzo”, tipico di una casta socioeconomica di svogliati attori di ripiego e caratteristi pigri della vita vera.

Perché dunque sono al suo cospetto, qui, ora? Per un lavoro. Ma quale lavoro può darmi uno così? Un lavoro di segretariato pagato a nero, forse. Oppure, potrebbe chiedermi di portare qualche cartello o banchetto alle sue manifestazioni, come l’ultima che è stata una cacata immortale: “Ridere a Napoli con la scrittura, scrivere a Napoli con il sorriso”.

Napoli=creatività, Napoli=ridere delle difficoltà, Napoli=ribellione, Napoli=riscatto. Lui ci campa con questa merda. Ci campa seriamente. Ma io le sue briciole non le voglio, me ne accorgo mentre ci parlo. Non voglio la sua carità. Non voglio incontrare qualche esaltato di letteratura che è stato capace di votare Almirante, Lama, Altissimo, Spadolini, Bertinotti, Berlusconi, Di Battista, Di Pietro, Storace uno dopo l’altro senza mai farsi una domanda. Non voglio incontrare i suoi scrittori mezzi fulminati che non riescono a decidere se imitare Scott Fitzgerald, De Giovanni o Alessandro Siani.
Come per la politica, c’è un altro equivoco: e cioè che la necessità esalti l’ingegno e spinga a forme di puro abbrutimento la soglia di tolleranza, consentendo qualsiasi turpe abominio perpetrato ai danni della propria soglia di sopportazione. Ebbene, no. E così, quando Pit-Stop Scarnecchia mi annuncia il titolo della sua prossima manifestazione/evento, “Liberi cittadini per libero voto, con l’America ma in Europa, a metà strada tra progresso e tradizione e comunque abbasso Higuain”, io cedo. Gli dico che sono andato solo a salutarlo, che un lavoro l’ho trovato da poco. Pulisco le insegne delle macellerie all’alba, in cambio di polpette e qualche petto di pollo, perché non sono vegano anche se per lui sono comunista intransigente: e tutti i comunisti intransigenti sono anche vegani e amano Neil Young e hanno un amico che è stato in carcere per motivi politici.
Ebbene, no.

©Luca De Pasquale 2017


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