12/02/17

Legno caldo smarrito


Stamattina mi sono cercato allo specchio e non mi sono trovato. Ho intercettato una parte della mia figura intera, ma il volto mi è sfuggito. Probabile che sia rimasto invischiato nella notte, nelle contraddizioni di un sonno che non riesco mai a controllare. Anche quando mi propongo di farlo. Sono sempre fallimenti, i controlli.
E così ho pensato, oggi la mia faccia è una sedia vuota accanto ad una finestra, non posso guardarla dall'interno. Oggi la mia immagine mi tradisce, mi scappa, e sventa l'identificazione che al mattino è più che altro una trappola.

Ho preparato il caffè, ho spalancato le finestre, ho fumato una sigaretta all'aperto. Senza profondità e con qualche spina di nostalgia indefinita. Poi sono tornato allo specchio. Era già inondato di sole, così per la seconda volta di seguito non mi sono visto.
Mi capita spesso di non trovarmi al mattino. In quel caso, capisco subito che mi sono perso nelle maglie di qualche sogno, o che più semplicemente il tragitto notturno non prevede lo stupido happy ending mattinale dell'immagine riflessa. Mi capita anche quando scrivo di sera tardi o proprio al centro della notte. La mia immagine scappa, rapita dall'ombra affamata, convinta a darsi alla macchia da tutti i messaggeri di quell'ombra madre che mi spinge a scrivere per tentare di aderire a me stesso, di non precipitare, di non morire.
Quando scrivo sono solo. Sempre solo. Anche in luoghi affollati. Soprattutto in quei luoghi, direi. Sono legno che si scalda, sono un trancio di luce che non fa altro che guadagnarsi la dignità di un interruttore.
Mi accendo, mi spengo, muoio e rinasco, invariabilmente mi perdo. Se cerco di compiacermi, anche di una sola parola messa bene, mi faccio a pezzi.
Se scrivo di sera o di notte, i miei occhi recuperano solo angoli di me. Il braccio sinistro, il colore del maglione, gli occhi inquieti nello schermo, qualche volta il fumo sezionato della sigaretta più veloce, quella che accompagna come una smania la conclusione delle parole.
Tutte le volte che finisco di scrivere so che non mi sono compiuto affatto. E che non ci riuscirò. Probabile che compiersi sia svanire: e allora mi concedo il lusso di declinarmi a puntate e accettare sparizioni temporanee o parziali della mia immagine, del mio contenitore.

Sono mesi ormai che la scrittura, anche quella più scoppiettante, è accompagnata da uno strano senso di inquietudine, una sorta di fontana nel buio che alterna giochi d'acqua luminosa a silenzio, una fontana capricciosa in un parco vuoto, con panchine di marmo mai troppo fredde per potercisi sedere. E su quelle panchine, proprio mentre scrivo, siedono per poco e senza parlare ospiti occasionali, estemporanei.
Madri senza figli. Amanti senza lettere. Padri senza sepoltura emozionale. Fantasmi di abbracci in esilio anche nella sola intenzione di viverli. Reazioni ad altre reazioni, e quindi niente di realmente vitale. Polvere di luna e abat-jour alla smaniosa ricerca nomi che si incastrino nel disegno delle parole. Imitazioni di personaggi mai conosciuti a fondo. Dolori di altre persone che mi incuriosiscono fino all'empatia, anche se sono costretto a scacciarli come piazzisti alla prima vera lacrima. Su quelle panchine notturne siedono inoltre tutti i ricordi mandati a sperdersi come cani sull'autostrada, tanto per consentirmi la vacanza della crescita, del percorso individuale e del bel morire dopo alcune idee.
Su quelle panchine ritrovo sciarpe, medaglie, briciole, penne che non scrivono, vendette non servite, congegni elettronici tarati per sorvegliare la mia malinconia, giocattoli che ho lasciato usare ad altri ed eventuali.

Difficilmente mi ritrovo dopo le notti.
Non ritrovo a volto neanche i miei suoni. La voce, la mia, non sembra un suono ma un orologio. Che marca la vita e la pressa con l'obbligo di una presenza abbastanza valida da scegliere il mare e non le stanze vuote.
Un mio vecchio insegnante di italiano al liceo diceva che la scrittura per me sarebbe stata sempre tregua, armistizio. Volli credergli e può darsi che ciò sia vero. Ma non prevedevo che la scrittura mi avrebbe portato anche allo smarrimento dei tratti, alla diffrazione del riflesso, alla scomposizione visiva del mio ruolo presso me stesso. Se scrivo, mi licenzio da me stesso. E di notte mi allontano da quel corpo caldo, dotato purtroppo di brividi, che scrive ad una scrivania.

Stamattina, dopo non essermi trovato e aver rinunciato subito a sguinzagliare i miei lupi per la ricomposizione dei brandelli intatti, ho pensato a cose leggere. Ho pensato che ieri ho guardato il festival di Sanremo senza troppo accorarmi e che la canzone di Marco Masini, sì, proprio lui, mi è piaciuta molto. Mi è piaciuto il testo -che naturalmente sento vicino e familiare- e la sua voce, mi piace il suo essersi rimesso in pista dopo tutte le maldicenze vergognose e lo snobismo crudele perpetrato nei suoi confronti. È vero, ha ragione: ci si incontra cadendo. A me piace cadere e non sempre incontrarmi. Al punto da disertare l'ovvietà del ritrovarsi nello specchio.
Alcune cose si allineano a stento”, canta Masini. Ogni giorno, gli allineamenti mancati sono innumerevoli.
Adesso ti vedrei scegliere di restare e invece te ne vai, e io, io ti lascio andare” potrebbe sintetizzare qualche anno della mia vita, anche qualcosa di più. Certo, le canzoni ci parlano. A volte fungono da specchio, è una delle qualità che hanno le migliori.
Per fortuna, alcune funzionano con gli uomini che cadono, sostituiscono i loro specchi ammutinati, li distraggono da quell'esilio vitalistico che è scegliere di restare, anche nei parchi vuoti, sulle sedie accanto a finestre inventate, a picco su quella vacanza crudele che è il nostro destino individuale.

©Luca De Pasquale 2017





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