09/02/17

La camera sulle onde


Il mare insegna ai marinai dei sogni che i porti assassinano.
Bernard Giraudeau

Ce ne sono. Sì.
Di quelli che nascono con l'ambizione in testa e crescono secondo quel sogno, che poi diventa un credo. Una cocciuta forma di fede per cui tutto diventa sacrificabile.
Troppo spesso mi è capitato di incontrare chi avrebbe venduto sua madre al mercato per un po' di successo passeggero o solo promettente e chi lo ha fatto per davvero.
Resto senza parole quando mi imbatto in qualche vigliacco che cerca di muoversi nel modo giusto. Se in quella che io percepisco come vigliaccheria sento il desiderio sommesso e viscido di farla franca, di guadagnare posizioni, di ritirarsi nella saletta rossa con il profumo nel collo a ritirare applausi.
Ho conosciuto un numero imprecisato di persone che, sommessamente o con ingorda empatia, mi hanno comunicato la loro incredulità rispetto alla calma che ostentavo (e dunque si ipotizzava ai loro occhi come fasulla) circa la materia dell'emergere, del fare a spallate per occupare spazio, destinato e non.
Ho sempre pensato che se avessi dovuto fare a spallate per guadagnare una porzione di sole, avrei finito per perdere la posizione dalla quale condurre il gioco sul serio. È vero: a una certa età bisognerebbe aspirare a posizioni in cui non perdere mai l'equilibrio; si dovrebbe sperare tout court di potersi sedere in postazioni dove la luce è luce e non evidenzia solo la polvere e i buchi neri.
Da ragazzo, detestavo che qualcuno mi sorridesse per le speranze che emanavo. Mi sembrava una speculazione imbarazzante e francamente ovvia: io emetto speranza e tu mi vedi di buon occhio. Cazzo, no.
Le speranze, anche nei primi anni, avevano su di me lo stesso effetto dei quadri di Félicien Rops: il male dietro la prima scena e la fissità dolorosa della seconda.
E così oggi vado al bar a fare colazione, e il barista con il codino mi sorride gentile solo perché dimostro alcuni anni in meno e perché sorrido a mia volta. Un sorriso anestetizzato, al dentifricio, nato solo da segmenti di sonno in disordine.
Quando mi chiede se scelgo il cornetto o la brioche, io sto pensando al suicidio. Non il mio. Penso al suicidio e al suo valore. Una scena assurda, scegliere tra un cornetto e una brioche vagando sulle lastre di ghiaccio di un'altra scelta, questa però senza ritorno di pensiero. È tanto tempo che cerco di capire cosa intercorra tra la rinuncia e la resa, se in quello iato senza pastelli e senza bambini possa esistere nobilità. E se resistere sia sogno, se può esserlo senza diventare deriva, e continuo a chiedermi se inchinarsi all'inquietudine di fondo possa considerarsi una forma inguaribile di stupidità.
In questo caso sono un grosso stupido. Di quelli che non entrerebbero nemmeno in un romanzo di John Kennedy Toole.
Ho un ufficio sulle rovine. Ogni tanto, da lì, rispondo anche al telefono. Invece il mio dopolavoro non è una bocciofila ma è un' increspatura di qualche chilometro sotto le onde. Quali onde e dove?
Bene. Le onde che si vedono, dopo le otto di sera, dalle camere degli alberghi a pochi passi dal mare. Le onde che guardavo, per ore e ore, in quella stanza che dividevo con i miei genitori nel 1978 e nel 1979 in quell'albergo che ora è uno stupido parco condominiale.
Avevo sette anni, ma ricordo nitidamente che il sentore era chiaro: avrei perso buona parte dell'amore del mondo. Quello per me, quello da me verso gli altri e quello generale. La cosa mi tormentava. Ero un bambino compito, malinconico e a lungo silenzioso, con un cuore fiammeggiante da timido teppista. Sembrava che avessi quarant'anni sulle spalle da dimenticare. Dopo aver guardato le onde, non era infrequente che iniziassi a studiare i movimenti dei miei genitori per capire com'è che si vive da adulti, quale debordante compromesso si è dovuto accettare, e levigare.
Non ho risolto quell'enigma.
Sono uno di quei tipi che si innamora del vuoto molto spesso, dove per “vuoto” si intende qualcosa da stanare e da comprendere. Da vivere, da sperimentare senza paure tramandate, infine da dimenticare con gli occhi stretti come gli anelli colorati che le bambine portavano in quell'albergo di due sole estati.
Dopo aver preso il caffè, pago ed esco dal bar. Non penso più alla genericità del suicidio -che nonostante gli sforzi e la familiarità è un'idea minata da un estenuante corollario di giustifiche-, penso alle foto di Luigi Ghirri, che tanto hanno contribuito ad aumentare il voltaggio dei miei languori nostalgici verso quelle due estati in balia della dolcezza permissiva dei miei genitori.
Chissà, mi chiedo ancora adesso e proprio fuori a questo bar così vicino in linea d'aria al mare, se i miei avevano intuito che tormenti e mancanza di ambizione certificata stavano andando a comporre la mia anima, in un disegno veloce e febbrile di futuri, utili, inciampi.
Tutte le mie utopie nascevano dalla smania di capire, vivere e provare.
Non sono cambiato, sarà per questo che non dimostro i miei anni.
Ma sono davvero i miei anni? Non me ne vanterei mai, della resistenza estetica all'usura.
Perché so che una parte di me è rimasta dietro quelle tende che svolazzavano, a pochi metri dal mare della sera, mentre i miei genitori si amavano in qualche modo e io temevo che morissero troppo presto per poterli capire. Per capire quel misto di coraggio e compromesso che è vivere da adulti, con gli occhi colmi di rughe e increspature di onde.

©Luca De Pasquale 2017







Nessun commento:

Posta un commento