06/02/17

Interno notte con fiori termici


L'insonnia rende anche il più discreto degli uomini un potenziale e involontario voyeur. O un gufo origliatore.
Qualche anno fa mi capitò di vivere per otto mesi in un monolocale dove era impossibile dormire. C'era un locale sotto la mia finestra che andava avanti fino alle tre di notte con musica orripilante e schiamazzi. Il mio vicino di casa era un ragazzo belloccio tutto riccioli e boccoli che scopava ogni sera con plastica tracotanza. Sentivo il suo letto cigolare e le sue partner ansimare con enfasi. Un supplizio.
Adesso, invece, mi capita di intercettare un nuovo vicino, più adulto, che di notte si lascia andare a pratiche di autoerotismo davanti allo schermo del computer, che ne illumina il volto tirato e la bocca aperta.
Ho imparato che la consuetudine dell'uomo è quella di alzarsi quando se ne viene. Credendo di non essere visto, alle 3e45 del mattino, l'individuo si prende la briga di eiaculare per terra. Tant'è che poi lo vedo chino a pulire, qualche minuto dopo il fatidico atto.
Tutte le volte che lo incontro, il tizio mi da l'idea di essere un perbenista, un tipetto tutto compunto, uno che non accetterebbe di vedersi una mollica sulla giacca: la notte però lo trasforma in un pilatesco onanista che sceglie la posizione più consona per dilapidare i suoi sensi solitari.
Lui non può vedermi, perché io sono sempre in penombra o in quasi totale oscurità. Mi muovo poco, perché leggo o scrivo. E poi se lui è un ospite triviale della notte, io ne sono un figlio mimetizzato. Ecco la principale differenza, oltre al fatto che non mi tiro il piccolo collo davanti a un pc.

Come si misura l'insonnia?
Con la quantità di pensieri. Di sigarette. Di inversioni di marcia mentali. Di stupide tentazioni. Di ossessioni da affrontare in assurdi corpo a corpo. Di nemici da tuffare nell'argilla. Dal numero di dischi ascoltati. Ma soprattutto l'insonnia si misura sui fantasmi. Sui loro movimenti, sulle loro sovrapposizioni al tuo respiro intimidito, sull'eco che il loro vento ti riversa addosso, increspando l'acqua torbida delle rinunce, l'acquasanta in fiamme del Suicide Palace Hotel, la trasparenza sciocca dell'acqua da bere. Dopo una certa ora, se non si dorme, si è di proprietà di fantasmi.

A distanza di tanto tempo, qualche notte fa mi è capitato di ripensare a una manciata di notti che mi è capitato di trascorrere in casa di una ragazza, Camilla. Come era diverso quello che volevamo. E come volevamo compierci. Per lei erano delle serate ordinarie, con qualche picco. Niente di più. Erano serate. Poi si poteva anche dormire insieme. Per me era diverso. Non si trattava di differenze sentimentali. Io andavo da lei a non dormire. Sapevo dall'inizio che avrei vagato per la casa nelle ore più fonde del suo sonno. Che avrei imparato a conoscere i suoi oggetti, gli angoli delle stanze, i colori delle tende, e che avrei di certo notato la macchia opaca sullo specchio del bagno. Sapevo che la notte sarebbe diventata una tromba poggiata su una batteria e sui suoni liquidi di un piano elettrico, e per questo andavo a casa sua portandomi la sezione ritmica già nello sguardo. Non sono belle le notti insonni con orchestre rimpicciolite.
E se lei trattava il mio transito nella sua vita come un pettegolezzo forse già sgretolato, io usavo il suo appartamento per regalare nuove succursali al mio buio. Ricordo una tazza gialla che usavo per bere acqua. Ricordo che fumavo alla destra dei suoi gerani trascurati, e che la luna in quelle notti non mi ha mai rivelato altro che il passare del tempo.
Ricordo con ancora più nitidezza che non sono riuscito ad innamorarmi di lei mentre dormiva. Lei era sospesa tra il passato e il futuro, apparteneva a quello squilibrio. Io ero un passaggio senza pretesa di diventare passato dolce e arrampicarmi sul suo futuro. Io ero solo un insonne.
Facevo del jazz elettrico in piena oscurità, con frattaglie di Dio in tasca, sempre troppe sigarette, e il mio futuro, solo il mio, mi appariva nello specchietto retrovisore di una rabbia sedata a forza di cattive abitudini.
Camilla dormiva e dormiva. Nel sonno studiava pose di bellezze per lontani appuntamenti con il vero destino. Io arretravo. Scalpicciavo nella palude, fermo e ripiegato su me stesso come un fiore termico. Impossibile amare. Impossibile amarla. Impossibile, ancor di più, amarmi.
Non avrei mai scritto per lei. Non si scrive per amore. Lo fanno solo i vigliacchi.

Anche stanotte, proprio ora che somiglio ad un Capitan Harlock finito in candeggina, le pratiche del mio vicino tornano a inquinarmi lo sguardo. Per circa un'ora vedo il suo volto informe e ottuso illuminato dalla luce del computer e poi, malauguratamente, intercetto la coda del suo movimento verso l'alto quando deve aprire i rubinetti della sua solitudine morbosa.
Se ne viene lungamente. Solo con le pornostar può eiaculare bene un rifiuto del genere. Dopo l'orgasmo, o anche durante, dovrebbe morire. Fulminato, ignorato dal suo Dio da salotto, come una falena sotto le lampade elettriche dell'estate. Lontano dal panorama quieto e tremolante che mi serve unicamente per tenere a bada la mia accolita di fantasmi sfrenati.

©Luca De Pasquale 2017




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