20/02/17

È famoso? Allora lo compro


Vado a ripescare un cd di Helen Merrill che mi ero procurato tanti anni fa, “Just friends”, con una formazione stellare: Stan Getz sax, Joachim Kuhn piano, il grande Daniel Humair alla batteria e soprattutto il “mio” Jean-François Jenny-Clark al contrabbasso. Per lui avevo cercato il cd un po' ovunque, trovandolo infine presso un oscuro fornitore import quando lavoravo nel negozio indipendente.
In realtà ne presi due copie, presumo le ultime, e stranamente ci misi un bel po' a piazzare l'altra.
Costava quattordici euro, non duecento. E non erano i giorni della crisi, il rosario che ti sgranano oggi.
Un cliente mi rispose: “Ti ringrazio, ma volevo i Deep Purple a 4,90... sarà per la prossima volta”. Sì, certamente.
Un altro mi disse che trovava Helen Merrill una “cantante di maniera” e non gli interessava affatto lo swing sublime e spaziale prodotto dalla coppia Humair/JF. Lui comprava solo i Blue Note in versione economica, non si sa mai che si fa una scoperta apparentemente lontana dal proprio gusto.

Per anni ho lottato contro la mancanza di curiosità, il pressapochismo etichettante, la paura di rischiare. Una lotta vana e quasi mai condivisa. Io di dischi ne ho sbagliati parecchi. Sbagliando, ho orientato il gusto secondo le mie necessità più profonde.
Per fortuna, ho capito presto che non avrei passato la mia esistenza a collezionare costose ristampe di Beatles, Stones e Pink Floyd e che non avrei mai pagato una lira per una mutanda usata di Bill Wyman. Ma mi rendo conto che chiedevo troppo: chiedevo di uscire dalla palude del genere preferito, dalla “presunzione di gusto”, quella che convince parecchi di noi che non ci piacciono i film iraniani, le ceramiche messicane e le donne con i capelli rossi. Tre clamorosi errori, direi. Perché è quasi certo che non abbiamo mai visto un film iraniano, posseduto una ceramica messicana (neanche cercata su internet, se è per questo) e nessuna bella ragazza con i capelli rossi ci ha mai degnato di uno sguardo.
Ci piace il nostro stagno. E allora, da questo giustifichiamo le nostre manie più ossessive, il terrore di addentrarci in mondi sconosciuti e troppo complessi. Il jazz, non quello che esce in dispense dai giornali, può fare questo effetto.
Kind of blue” siamo bravi a comprarlo tutti. Ce lo impongono, quasi. E se un po' lo amiamo, il jazz, dovremo transitare per Bill Evans, per Monk, naturalmente per Mingus, dovremo anche far finta -per un dato e cruciale periodo- che Keith Jarrett sia il nostro pianista dell'anima.
Una delle cose che più mi ha fatto orrore in anni e anni di onorato servizio come venditore di dischi è stata constatare che la maggior parte delle persone cercavano solo dischi famosi, quelli che non devono mancare in nessuna discografia, pena il sentirci incompleti e attaccabili.
Un cliente, una sottospecie di pavone pieno di soldi e di boria, una volta mi disse con assoluta certezza che “è noto che i contrabbassisti è difficile che incidano dischi solisti, fatta eccezione naturalmente per Mingus e Dave Holland”.
Era un'eresia che mi accese di sdegno. Quel plutocrate spocchioso meritava una lezione. In un battito di ciglia sporche, aveva negato l'esistenza di intere sezioni discografiche soliste ad opera di contrabbassisti, da Miroslav Vitous a Charlie Haden, ignorando Barre Phillips, Graham Collier, Oscar Pettiford, Arild Andersen, George Mraz, Richard Davis, Christian McBride e tutta la meravigliosa schiera di quelli più avant (Dresser, Formanek, Guy, Kowald etc).
Alla fine non risposi, perché pensai -lo confesso- che preferivo quel tizio non avesse mai accesso a dischi che avrebbe disprezzato o liquidato con quella formula autoassolutoria “si tratta di minori”.
Poi, qualche tempo dopo, si ripresentò con un'espressione sul volto da vero e assoluto cazzo, sventolandomi sotto il naso un cd di Avishai Cohen e dicendo: “Questo sì che finalmente è un contrabbassista solista che vale la pena”.
Gli chiesi dove ne avesse sentito parlare. Mi disse che lo aveva letto tanto su Musica Jazz che su Jazzit. “Ha vinto dei premi”, concluse ebbro.
Che fissazione hanno gli italiani per i premi. Un'autentica dipendenza da ciò che è riconosciuto, da ciò di cui si parla in giro e che facilita i tempi del dialogo e della sveltina della comprensione pubblica. Si fa bella figura a parlare di Bill Evans, ma come cazzo si fa a parlare ad una cena di John Hicks?

Un tempo collezionavo perle da negozio (ma anche da comitiva e da domeniche in famiglia), lo hanno fatto un po' tutti, è roba ormai vizza e abusata. Ma voglio provare a ricordare.
Ho letto su AllMusic che di Miles Davis basta averne una decina”
Jean-Luc Godard ha fatto troppo cinema muto e anche politico”
Ozpetek imita il cinema di Fassbinder perché entrambi sono omosessuali”
Ken Loach ambienta sempre i film in Russia, è ridicolo”
Leggo solo giovani scrittori italiani perché scrivo anche io”
Se 'Cinquanta sfumature di grigio' ha sfondato significa che è un capolavoro, la gente mica è scema”
I bassisti sono dei mancati chitarristi”
I contrabbassisti sono dei mancati sassofonisti”
Mingus ha scritto un libro in cui imita Bukowski”
Il cinema francese fa addormentare”
Simenon? Mai letto niente, è antico. Preferisco Agatha Christie e poi io sono italiano, quindi è chiaro che preferisco Camilleri e De Giovanni, che poi è napoletano!!!”
Chi legge Celine porta male”
Dopo il 1974 la musica di qualità è finita, ora è solo cenere e nostalgia”

Potrei anche non fermarmi mai più e dunque morire solo, di estenuazione da aneddoto. In fondo, ero solo partito da un cd ingiallito di Helen Merrill.
In fondo, sono solo ricordi da vecchio record seller. Un mestiere finito e seppellito, neanche malinconicamente ricordato. Guai evocare i tempi dei commessi con la fissa della trascendenza della musica, così si rifiuta la realtà e il futuro. Signorsì, agli ordini, giammai ricordare, giammai rimpiangere.
Oggi si fa da sé, con la stessa euforia obbligatoria con cui si iniziano ad acquistare pantaloni colorati dopo i cinquanta anni e si rinnega tutto ciò che era rischio, in nome della sicurezza raggiunta.
Le passioni non erano pezzi di noi da sviluppare, erano attacchi di febbre. Dopo lo sciroppo e i medicinali, però, si sa che non si sente più alcun sapore.

©Luca De Pasquale 2017

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