11/02/17

Disobbedienza urbana e codardi


L'uomo ricco − non per fare un confronto offensivo − è sempre venduto all'istituzione che lo rende ricco. In assoluto, più abbondano i soldi, minore è la virtù, poiché il denaro si interpone fra un uomo e i suoi oggetti, e li ottiene per lui; e certamente non è stata necessaria nessuna grande virtù per ottenere ciò.”
Henry David Thoreau – Disobbedienza Civile

Anche in salsa letteraria, la parola “lucidità” è stata sostituita malamente da “nichilismo” e “negatività”. Uno sguardo sulla realtà privo di orpelli e di facili consolazioni è considerato ormai alla stregua di un atteggiamento precotto da menagrami, da iettatori.
Con la scusa del pensiero positivo si compiono le peggiori nefandezze virtuali e reali in nome di un approccio “concreto e costruttivo” ad una realtà che ci chiede -anzi ci impone- solamente di adeguarci.
Non mi sogno di adeguarmi.
Non lo sogno, soprattutto. Non ho mai sognato un posto sicuro (non solo inteso come lavoro, quello mi farebbe comodo e non è detto che mi corromperebbe), non è un tipo di sogni che mi abbia mai accompagnato.

Incontro lo scrittore Morando Ernia in una pessima mattinata da sole, tutti svolazzi, turisti entusiasti, bambini con palloni e cellulari, genitori annoiati in tuta, giovani mamme con cosce tatuate e l'inaugurazione di un nuovo bar in zona che attira i peggiori scioperati del circondario. Ma attenzione: non gli scioperati forzati come il sottoscritto.
So da anni che Morando Ernia mi considera un nichilista, una persona negativa e autodistruttiva, e probabilmente uno sfigato non ancora rassegnato. Lo trovo seduto al bar di cui sopra, con quella sua faccia rubizza da mangiavita e cinque copie del suo nuovo libro in bell'evidenza sul tavolino.
Troppo tardi per fingere di non averlo visto. Troppo tardi per simulare un malessere, una telefonata improvvisa, qualsiasi cosa.
Luca, oh Luca”, mi fa, con la sua voce da trombetta sfiatata.
Non sarebbe contento di vedermi, se non potesse spararsi qualche posa con l'uscita del suo nuovo capolavoro.
Voglio essere chiaro dall'inizio. Non ho nessuna stima per Morando Ernia. Lo considero un venduto, un compiaciuto codardo, un mistificatore al servizio dei peggiori luoghi comuni in materia di letteratura e di conseguenza uno che non attribuisce nessun reale valore al ruolo di scrittore, se non quello di rifulgere come un pavone metrosessuale.
Come essere umano, più genericamente, lo reputo uno che entra di buon diritto in una categoria del tutto personale da me elaborata diversi anni fa: Morando Ernia è uno che per i galloni, per le stellette, si farebbe sborrare in faccia da chiunque. Una categoria, quelli che si farebbero venire in faccia da qualsiasi entità: dei, uomini, animali, associazioni, onlus fasulle, circoli culturali, critici, baroni, pavoni, puzzole, violette del pensiero e troie della creatività, bloggers, correttori di bozze dotati o meno, democratici stinti, grillatici, veterofascisti, apostati del popolino, impellicciate signore progressiste della Napoli bene, giornalisti fintamente liberi di giudizio e di pensiero.
Ehi, Morando”
Capiti a fagiolo, Luchino”
Luchino. Non puoi chiamarmi Luchino, idrovora, impotente, hovercraft mezzo sdentato.
Per cosa?”
Guarda, non è mio costume, ma voglio regalarti una copia del mio libro perché oggi sono felice”
Onoratissimo”
Eccolo”
Me lo mostra, con la stessa bavosa enfasi con la quale un uomo anonimo mostrerebbe il suo primogenito allo strafottente personale ospedaliero. Non provo nulla per il suo libro. Nulla. Non invidia, non stizza, non aperta ostilità. Non provo nulla.
Come vedi ho scelto un titolo provocatorio...”
Provocatorio?
Leggo: “A Napoli si ama e si canta”. Sì, molto provocatorio.
Perché provocatorio, Morando?”
Perché è un inno alla vita, e di questi tempi inneggiare alla vita, all'allegria, è un gesto rivoluzionario, controcorrente. Te lo dico sinceramente, caro Luchino, sono così stanco di questi falsi profeti della negatività...”
... nei quali mi inserisci di certo, no?”
Strabuzza, si sfilaccia, diventa gomma, torna in sé, risponde: “Tu? Tu sei uno vero, Luchino. Tu sei uno con una storia particolare, mica sei come loro
Ipocrita. Cacasotto.
Non mi considera un pericolo per lui, ecco perché non gli do fastidio, solo per questo. Ma le mie idee, il mio approccio, lo disgustano. E non lo dice, non vuole perdere nemmeno il peggiore dei suoi lettori, il più improbabile.
Salvati capra e cavoli, inizia a sbrodare da par suo, mi spiega che lui ha addirittura dato dei consigli a Saviano, e mi nomina “Saviano” come per farmi perdere il controllo per reverenza o stizza o entrambe. E vuole impressionarmi anche quando mi fa notare, come se ce ne fosse bisogno, che ha pubblicato per un grande editore che a suo dire gli ha fatto stipulare un contratto per diciotto romanzi.
Oggi quasi nessuno scrittore firma per una casa editrice come la mia, e certo non oltre i due romanzi. Sono davvero fortunato”
No, tu sei uno che sorride bene dopo che gli hanno sborrato in faccia, questo è il tuo merito, oltre al gusto sordido di lettura dell'italiano medio della fascia spensieratezza/nostalgia/disimpegno/indignazione occasionale quando serve.
Mi offre un caffè e inizia a parlare a ruota libera. Come quasi tutti quelli che scrivono, inizia a gettare merda su chiunque faccia il suo stesso mestiere. E allora esce fuori, “da me che sono dentro certi ingranaggi” che un noto scrittore è un “frocio sifilitico” che non confessa la sua omosessualità, che un altro è “uno sporco pennivendolo e un fallito”, che quella scrittrice ossigenata pubblica solo “perché va in giro a darla fingendo di vivere in una comune di Amsterdam”, raggiungendo il climax quando di un noto critico e scrittore mi dice “quello si è rincoglionito dopo che ha iniziato a fottersi un'insegnante di fitness che insegna anche a ballare la bachata, ma si rende conto che pubblica solo perché gli scrittori e gli editori lo usano come una bambola gonfiabile?”
Io ascolto in silenzio, mi limito a emettere suoni gutturali e distanti, come uno scimpanzé sedato, senza per questo assentire.
Morando si calma solo quando al tavolo arriva una donna bionda tutta centrini e ricami sul vestito e le cosce scoperte fasciate in calze nere piuttosto provocanti.
Questa è Melanya, un'amica”, la introduce.
P-i-'cere”, fa lei, porgendomi una mano calda e carnivora, tutta smaltata.
Melanya è un notaio e tra poco anche una scrittrice”
Ah”, interagisco. Come no. Certo.
Luca invece”, le spiega, “è uno scrittore un po' anarchico, occasionalmente comunista, e anche incazzato, lui ha questo piglio un po' particolare. Ma ha coraggio. Non sempre lo condivido, ma lo rispetto. Tutti vanno rispettati, Melanya”
C-a-'isco”, fa la donna, senza alzare gli occhi dalla lista delle bevande. Le sue cosce accavallate sembrano, a me e non solo, il centro esatto dell'universo, o forse l'ingloriosa fine di ogni nostra smania ideale. La sua postura, il suo modo di atteggiare le labbra, emanano quella forza scomposta e triviale che a noi uomini ci fa perdere quel poco di dignità che crediamo di comunicare ancora, primariamente a noi stessi. Morando la guarda con un desiderio cupo e osceno, come se dovessero scopare sul tavolo a minuti. Sono decisamente di troppo. Lo ero anche prima. Lo sono a prescindere.
Improvvisamente, Morando inizia a raccontare frammenti di aneddoti che lo vedono protagonista nel mondo dell'editoria e dei media: in quattro minuti cita due critici molto noti, di nuovo Saviano, cinque case editrici di grande importanza, tre registi televisivi, persino Costanzo, Bocca, Camilleri, Luca Zingaretti, un politico del PD e uno pentastellato, persino lo chef napoletano che impazza in televisione. Tutti suoi amici e suoi ammiratori.
Lo sguardo di Melanya si carica di un erotismo senza freni, è uno sguardo con i denti e con il ventre che freme, senza controllo, irrazionale, uno sguardo lascivo che brucia tutti i contorni e polverizza le comparse circostanti, me per primo. Vuole lui, lo scrittore famoso. Vuole scoparselo ancora. Pazienza se magari non ci sa fare. Pazienza anche se lui usa autocitarsi mentre spinge e perde pure impatto: lei lo considera un vincente, un puro, un furbo, e ci ha creduto quando lui su facebook ha preso posizione pro migranti senza fottersene un beneamato cazzo. Glielo aveva consigliato il suo staff e uno dei suoi editor. Sono le donne come Melanya a invalidare quanto di meraviglioso e commovente fa, silenziosamente e senza pubblicità, la stragrande maggioranza delle donne di questo paese, incluso sopportare la fasulla prestanza intellettuale di noi uomini.
Alla fine, Morando si dimentica di regalarmi il suo prezioso libro, privandomi del piacere di abbandonarlo su un muretto eroso dal sole, a pochi metri di distanza dal neonato bar.
Melanya nemmeno mi stringe la mano. Le donne come lei hanno fiuto, il marginale lo riconoscono subito. Non credono neanche nella buona fede dei marginali, figurarsi se ne riconoscono le supponibili lotte.
A me questo incontro non cambia le carte in tavola. Non più di un attacco di otite o una maggiorazione in bolletta.
Lottavo prima, lotto ora, lotterò domani. Qualche tizio di passaggio mi getterà addosso una bandiera rossa e nera e qualcuno mi scambierà per un tifoso del Milan o del Foggia. Di certo, nessuno scommetterà un euro su una mia vittoria fuori casa, quando sarò ospite del padrone e sarò costretto a chiedergli un'occupazione che non darebbe nemmeno a un suo nipote di quinto grado.
Secondo Morando Ernia a Napoli si ama e si canta, io dico però che a Napoli e dintorni si lotta anche, a luci spente, fuori dal raggio della telecamera e dei social, autentici amplificatori di convenienze verbali preparate e sparate come fuochi artificiali sui pigri divani che sono, volente o nolente, le nostre anime assuefatte.

©Luca De Pasquale 2017






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