08/02/17

Ballad notturna per Valerio Zurlini


Mi sistemo bene sulla sedia comoda. Accendo una sigaretta e svuoto il contenuto della cartellina sulla scrivania. Il vecchio abat-jour, quello che mio padre voleva buttare via tanti anni fa, funziona ancora e questa sera è la compagnia adatta.
C'è un bellissimo disco con me, “Return to the fire” di Tim Garland, uno dei sassofonisti che preferisco. La cover di “Search for peace” è più di una colonna sonora, è quasi una possessione soffusa della mia anima. Al contrabbasso c'è Mick Hutton che mi è sempre piaciuto moltissimo, un musicista discreto e prezioso, di personalità, uno che non ha mai avuto bisogno di prove muscolari per mettere a segno il binomio potenza/profondità.
Nella cartellina c'è di tutto. Bollette di vecchie case, che straccio subito, persino un fasullo pre-accordo per uno dei tanti monolocali presi in fitto. Trovo una foto di me a ventisei anni, con una gamba appoggiata su una panchina e la sigaretta in bocca à la Michael Madsen: risibile interpretazione estemporanea.
Ritrovo delle foto di mio padre bambino, un ritaglio di giornale a proposito di una delle rare vittorie della Fiorentina con la Juventus, e purtroppo mi capita anche tra le mani la lista di tutti i dischi jazz che dovetti vendere dieci anni fa per estinguere un debito. Quella dannata lista di previsto sciacallaggio altrui la violento, la torco, la riduco in coriandoli. Dischi e dischi di contrabbassisti, acquistati in negozi polverosi, attesi per mesi e mesi dal fantomatico “fornitore import” che spesso i negozianti si inventavano quando ero ragazzo. E io che fingevo di crederci, pagando maggiorazioni di prezzo davvero immorali. Ma non me ne fregava nulla: ricordo i vari Sam Jones in edizione giapponese, Lisle Atkinson, Anthony Cox, i fantastici dischi in duo di Dave Holland con l'eroe Sam Rivers. Spendevo quel poco che avevo, ma investivo sulla mia anima. Ça va sans dire.

Ritrovo una sciocca e fasulla lettera d'amore a me indirizzata. Tonnellate di anni fa. Ne leggo solo l'incipit: “Non potevo non scriverti. Non posso non pensarti, non credevo che tu...”
La riduco in molliche di carta, ma senza rabbia. Non credevi e infatti non hai creduto. Salutami tuo marito e i tuoi figli. Non salutarti per me.
Poi mi imbatto in alcuni test aziendali, scritti in un italiano che nemmeno i Cinque Stelle dopo una sbronza. Test che dovevano valutare una mia presunta -e da me sempre negata- attitudine alla gestione e soprattutto all'accrescimento dell'ambizione. I voti, in una scala elementare da uno a dieci, si attestavano sul cinque. Anche troppo per quel che volevo in quegli anni. Mai desiderato gestire folletti o tirapiedi. Sempre preferito lavori in solitaria, al massimo con un'altra persona accanto, e alla pari. Naturalmente. Alla pari verso l'alto, ma anche verso il basso.

Incredibilmente, trovo anche varie bozze di “primi romanzi” che non sono mai andati oltre la ventesima pagina, quando i personaggi si erano già sradicati, persi e confusi nella nebbia di un presente svogliato, a fronte delle volenterose e preventive caratteristiche assegnate.
In un delirio di carta invecchiata, mi passano sotto il naso scontrini fiscali che dovrebbero riferirsi a momenti importanti che ho però rimosso, bollette con spillate sopra le stimmate del pagamento, persino un appiattito pacchetto delle rarissime Chesterfield “mosce”, come le chiamava il tabaccaio della zona.
Merda, però. I ricordi di un uomo vanno sempre a frangersi contro una diga invisibile, vetro e odio, barriere di pazienza e di autoprotezione, deserti semoventi su piattaforme emotive più piccole di un traghetto.
Quante figure di contrabbassisti, quante donne e quante illusioni sono cadute a mare da quella piattaforma? A turno e senza pietà, più di quanto so.
Mi fermo. Il disco di Tim Garland continua. La sigaretta mi è morta in mano, come l'ultima luce prima della notte, che invece è tramontata oltre il senso dei miei occhiali.
Rimetto tutto a posto. Non ho più voglia. Questi ricordi non sono io. Non sono quel che diventavo mentre li costruivo. Sul tavolo autoptico di oggi, sono menzogne inzuppate in folate di buona volontà e parziale creduloneria.
Mettendo tutto a posto alla rinfusa, trovo un foglietto volante, dai contorni zigrinati e feriti. La mia scrittura mancina, innamorata dell'infinito da tavola -quello alla mia portata- e dipendente da emissari silenziosi dell'assenza.
Sul foglietto, che è datato 14 febbraio 1996, c'è scritto: “Oggi incontrata una donna in treno. L'ho guardata. Anche lei lo ha fatto. Troppo faticoso costruire in anticipo i tempi del sogno. Troppo azzardato continuare dopo le prime conferme. Siamo un deserto anche quando ci desideriamo”
Eccolo lì, l'imberbe sognatore. Sorrido. Non somiglio a Michael Madsen. Neanche un po'. Provo tenerezza, distanza, mi vendico di quel sognatore togliendo tutta questa carta di mezzo.
Il jazz, il jazz sì che è adatto a queste operazioni di recupero relitti. Il walking bass ti aiuta a dimenticare le altalene che continuano a popolare i sogni di riporto. Ma non solo: il jazz, con la sua liquida connotazione notturna -soprattutto in formato ballad esistenziale- spiana la strada alle ruspe, manovrate da ombre cinesi, avventurieri, controfigure e equilibristi da deserto.

Alla fine vado a letto. Niente nostalgia. Lo stomaco è una caramella in una sala d'attesa di sonno e calma somministrata. Mi aspetta sul comodino l'ennesimo libro su Valerio Zurlini. Ho mentalmente annotato di dover rileggere pagina 62. Trovo il periodo che mi interessa, dal breve saggio di Anna Di Martino “I caratteri distintivi dell'enunciazione zurliniana”:
Pur vivendo immersi nel reale i personaggi di Zurlini se ne allontanano tentando di estraniarsi e di costruirsi un loro mondo. Non riescono ad estraniarsi nella “vita vera” perché ancora legati, per nascita o per educazione ricevuta, a convenzioni sociali e a rituali formali, ormai vuoti e privi di senso. L'ambiente in cui vivono e in cui si muovono per necessità, quindi, impone loro delle regole codificate, e nell'incapacità di accettare tali codici comportamentali, essi si sentono degli “isolati” e vanno alla ricerca di un “altrove”in cui rifugiarsi (la morte o il ricordo)... In Zurlini, il deserto rappresenta una condizione interiore di solitudine e sconforto che si attraversa con la recondita speranza di incontrare poi, alla fine, un'oasi, un luogo in cui si possa condurre un'esistenza “felice”, senza angosce e senza afflizioni.

Già. Il deserto di Zurlini. L'apparizione di Daniele sul lungomare di Rimini. Di Zurlini si è parlato e scritto troppo poco, spesso male e con quell'approssimazione romantica tipica dei sentimenti istintivi di somiglianza. Valerio Zurlini ha dato voce al deserto dell'uomo, alla fascinosa vischiosità della deriva: i suoi personaggi sono rabdomanti già minati dal dubbio che il destino sia compiuto. Quello che più amo del cinema di Zurlini è lo sguardo di quei personaggi, che la sconfitta non deteriora e che raggiunge un punto di velocissima bellezza proprio nel cercare l'amore nel deserto, fuori dal confine, cancellati dalle mappe, vestiti e poi umiliati dai sogni migliori e per questo più rischiosi.
Per questo torno a Valerio e alla sua poetica più e più volte, sempre desideroso di imparare, di indagare e percepire diversamente. La stessa umiltà che desidero levigare ascoltando i musicisti che mi attraversano l'anima senza chiedermi soldi e volgare pubblicità emozionale.

Tornerò di nuovo ai ricordi. Dal deserto, senza trattamenti di favore, estrarrò l'amore trasudato dalle più stupide attese del mio vivere.

©Luca De Pasquale 2017


Nessun commento:

Posta un commento