16/02/17

Approfittare della disoccupazione per rileggere Marx (e rileggersi dentro)


Da ragazzo ebbi i miei bei problemi a far accettare il mio pensiero “politico” agli altri. Venendo da una famiglia di idee socialiste (non craxiane), il mio primo passo fu quello di perdermi in teorizzazioni piuttosto estreme di un'ideologia che conoscevo poco e di striscio. Mi interessò fin da subito tracimare e spingere alle estreme conseguenze il credo di giustizia sociale, solidarismo e egualitarismo perpetrato dalla mia famiglia d'origine. Il socialismo mi appariva troppo poco di rottura. Naturalmente, non avevo gli strumenti per esprimere quelle valutazioni. In realtà, non avevo neanche ben compreso cosa fosse il “vero” socialismo: forse mi ero fermato al garofano e poco più.
Così, il mio primo voto andò direttamente a Democrazia Proletaria. Voto che successivamente non confermai -anche perché DP si sciolse di lì a poco-, trovandomi nel terrificante buco nero della fine del PCI. Un amore elettorale mai sbocciato per forza di cose: ero anagraficamente in ritardo e nostalgico senza averlo nemmeno provato. Il peggio.
In pratica, in un sol colpo ero rimasto senza punti di riferimento: ed ero agli inizi della mia consapevolezza.
In quegli anni giovanili vivevo male il mio pensiero, perché costretto dall'ambiente circostante (scuola, quartiere, amici, ragazze) a tenermelo per me e coltivarne l'ovvio sviluppo in perfetta solitudine. Capii ben presto che negli ambienti della sinistra giovanile passavo per anarchico e in quelli anarchici transitavo come mezzo comunista. In concreto, non venendo accettato in nessuna delle due situazioni. Non aiutava l'essere un povero tra i ricchi: mai veramente integrato e troppo compromesso dalla vita nel “quartiere bene” per piacere in ambienti più umili.

In seguito, e in tutti gli ultimi anni, ho sempre evitato di prendere posizioni decise, non certo perché io non le “possegga”: semplicemente perché ho sempre pensato che le definizioni, soprattutto in politica, sono scivolose come pessime saponette e si prestano a fantasiose interpretazioni altrui. Ho lavorato in una multinazionale come ultima rotella dell'ultimo ingranaggio e in quel lungo, decennale frangente ho potuto scoprire tutte le nequizie di quel mondo, che conoscevo precedentemente solo grazie a letture e sentito dire. Ho conosciuto l'incoerenza più assoluta di quelli che avrebbero dovuto essere i miei compagni; ho visto persone che si dichiaravano di sinistra radicale pendere dalle labbra e dalle mutande dei capi, dei capetti e dei caporali; ho dovuto sopportare per più di un decennio frasi fatte come “ripudiamo gli opposti estremismi” e “ogni ideologia è obsoleta, oggi: siamo nel futuro!”.
E in tutte queste tempeste ho cercato di non perdermi, di non sbroccare, di tenermi fede, di continuare a sentire dentro un fuoco, un plusvalore di speranza e non solo di distruzione.

Mi ha sempre divertito molto essere considerato un estremista. Perché queste valutazioni tranchant provenivano, nella maggior parte dei casi, da individui molto più estremisti di me, totalmente assorbiti da ottuse ortodossie in deliranti versioni upgrade o legati a degli stereotipi polverosi e insensati che però garantivano una qualche presentabilità sociale.
È stata proprio l'ossessione della presentabilità sociale ad aver reso molto presto i reduci della sinistra italiana dei farneticanti burattini centristi, attenti a non scontentare nessuno, schiavi di un cerchiobottismo da scalcagnato ufficio stampa, frazionati in correnti e correntine: fagiolisti, deuterosindacalisti, poltronai, scoutisti. E, ancor peggio, è stata la terrificante parola “governare” (con utopia annessa) a rendere ciechi quelli che da sempre vantavano sguardo panoramico e orizzonti estesi.

Nonostante tutte le pessime esperienze vissute, non mi sono mai dato allo sfascismo. Non ho accettato e mai accetterò i discorsi da visionari in trip di quelli, ad esempio, passati da un'eventuale sinistra (la loro eventuale sinistra) al grillismo. Ho evitato lo scontro, ma non mi sono mai fatto trascinare a fondo da slogan precotti e da revisionismi populisti senza storia, senza verità, malati di autoreferenzialità e di comodo sdegno.
E oggi? Oggi assisto -dall'esterno, lontanissimo, più che mai- all'ennesima farsa (in salsa congressuale) in atto nel Partito Democratico e al ritorno del fascismo. Un ritorno strisciante, costituito da emozioni mal fermentate nella pancia dell'egoismo e dell'ignoranza, un ritorno che si rafforza, estensione di vecchie maledizioni, con manifestazioni inaccettabili di intolleranza, equivoco patriottismo travestito da assistenzialismo, sorda xenofobia ereditata da vecchie sconfitte, e soprattutto uno sporchissimo desiderio di privilegi e di differenze sociali.
Il lepenismo, il leghismo più becero, il trumpismo, i peti delle piazze come rombi di vendetta, improbabili atti di “neo-romanità”, parossistiche provocazioni futuriste, è tutto molto inquietante. Preoccupante e serio, a ben vedere.

Da molti anni non posso più dire di “avere un partito”. Le varie incarnazioni post-PCI non mi hanno mai convinto e non ho mai davvero fraternizzato con Rifondazione Comunista.
Per certi versi, rientro a pieno titolo tra gli stanchi e i disillusi. Paradossalmente, però, è proprio l'inevitabile disillusione il motore primario della consapevolezza. Non è questa un'epoca in cui un individuo può permettersi di sentirsi al riparo da tutto. Non è questa un'epoca in cui un individuo che voglia continuare a guardarsi allo specchio può permettersi di rinnegare tutto ciò in cui ha creduto e per cui ha lottato.
Anche e soprattutto tra le sfere intellettuali, c'è in giro troppa gente che non prende posizione da anni, con la scusa verminosa di essere “apolitico” e fuori dalla mischia. Non voglio appartenere a questa casta ambigua.
Il problema, oggi come nel 1990, è l'appartenenza esuberante, il quadretto concluso. Il mio (non) problema è questo. Ancora oggi, troppo anarchico per la sinistra e troppo di sinistra per gli anarchici. Ma quanto questo problema può darmi reale fastidio? Zero e qualche decimale.

La disoccupazione in età matura tutto è fuorché una risorsa. È angoscia, riduzione della speranza, agguato ai progetti più naturali di sviluppo ed evoluzione della persona, costrizione all'azzeramento del presunto ruolo sociale. La disoccupazione alla mia età è segregazione delle idee, smarrimento della voce, pittoresca marginalità, impossibilità a capirsi con chi non ci è mai finito dentro, è rifiuto del pietismo di maniera perpetrato dai lavacoscienza con ammorbidente, ma può essere anche altro.
Può essere risveglio della propria coscienza, istanza alla lotta, riacutizzarsi della voglia di approfondire, studiare, sentirsi parte di qualcosa che magari in giro non si trova più, che è nicchia della nicchia e appare ai più come raccolta di cimeli intellettualistici.
Può essere anche dignità che si fuma una bella sigaretta alla faccia della sfiga. Può essere ritorno a quella febbre che mi animava da ragazzo, che rendeva il sorriso più grande della mia bocca, può essere capire che non tutte le idee possono morirmi addosso per estenuazione o principio banale di non applicabilità.

E così, da qualche tempo, i tempi della costrizione e della riduzione a numero senza uso sociale, leggo e rileggo. Leggo e rileggo tutto quello che in gioventù ho interiorizzato con foga, perdendo però dettagli, passaggi focali. Ritrovo allora quello che non ho capito, che ho sfiorato. Cerco notizie, fatti, testimonianze, mi riprendo l'arroganza dell'illusione; finalmente riconosco qualche fratello, in mezzo a tanti silenziosi estranei persi nella loro vita e più che altro nel terrore di non migliorare la qualità e la quantità degli agi. Negli ultimi mesi sto studiando i minatori inglesi e i loro scioperi. Ma anche i fatti di Spagna del '36. E Marx. E la storia del PdUP. Approfondisco vecchie leggende del Black Panther Party.
Sarebbe osceno considerare “vintage” quello che mi muoveva.

Intanto, ci sarà sempre qualcuno che userà con malagrazia e sprezzo le parole “comunista” e “anarchico”, convinto di aver così definito uomini fuori dal mondo, così stupidi da essere idealisti e arroccati su idee di giustizia sociale che niente e nessuno è riuscito a rendere falò di pochi brividi.
Molte delle idee nelle quali credevo da ragazzo erano utopie, forse lo sapevo fin da allora. Ma questo non è un buon motivo per pisciarci sopra e comprarmi una nuova bandiera al mercato sociale delle apparenze. Non comprerò mai bandiere per entrare in un ufficio, per compiacere amici e parenti, per imbucarmi a feste che non mi interessano e non mi hanno mai interessato sul serio. Non mi fascerò il petto di stendardi per entrare in un gruppetto di scrittori le cui banalità progressiste sembrano idee di grandioso impatto di massa. Solo per emotività dei lettori, il più delle volte. Non mi ritrovo nell'indignazione moderata e quieta dei presunti vecchi saggi. Non mi piacciono i giovani narratori che fanno finta di niente. E non gradisco la discrasia di chi in pubblico è apolitico e poi si vanta, nella cerchia ristretta, di essere “un estremista che si sa vendere”, uno che ha “solo capito cosa vuole la gente”. Un estremista che si sa vendere, per quel che mi riguarda, è solo un pagliaccio sociale.

Prenderò altre botte, come ruolino anagrafico impone. Continuerò però a leggere, studiare e -possibilmente- credere. Sarò respinto a varie frontiere, dalle più ridicole e indesiderate fino a quelle cui anelo, ma pazienza. Anche chi costa poco (e il valore te lo attribuisce la società, non nasci con un valore stabilito a priori) ha il diritto di rimuoversi il prezzo da dosso. A maggior ragione oggi e in questo panorama nero, popolato da anacronistici aviatori e arditi retrogradi.

©Luca De Pasquale 2017












Nessun commento:

Posta un commento