14/02/17

Afrormosia


Le stazioni mi hanno sempre messo addosso una certa inquietudine. Così come le partenze. Anche quando sono partito per brevi vacanze, la sensazione è stata chiara dall'inizio, si parte per non tornare. Per non tornare mai.
È così: mi manca l'idea del ritorno, il suo senso, naturalmente la sua bellezza implicita e diffusamente trattata da molti come il sale della vita.
Persino un banale spostamento in metropolitana, stavolta, sembra una faccenda serissima, un gioco interiore di pozzi scoperti, di tavole mancanti nel mosaico dell'uomo che sono, pratiche di vento in quel mare aperto che è l'accorgersi di stare al mondo.
Salgo all'ultimo momento, poco prima che le porte si chiudano, ho delle cuffiette che mi regalano la musica che amo: il disco di Michel Petrucciani con Jean-François Jenny-Clark al contrabbasso -forse l'unico disco che ho davvero amato del pianista francese- e il trio Celea/Liebman/Reisinger con il bellissimo “Missing a page”, uno dei miei dischi dell'anima.
Le persone che trovo in carrozza sono degli estranei. Anche io lo sono per loro e parzialmente per me stesso. Non so infatti più prevedere le mie tempeste, gli appigli che manco per progetto, l'irrazionale ottimismo di momenti incolori, la caparbietà nel battere percorsi che sono finte strade maestre, in realtà viali privati senza nessun proprietario e nessuna proprietà.
I due contrabbassi che si alternano nei brani, quelli di JF e Jean-Paul, sembrano raschiarmi dentro senza dolore, semplicemente, come fiamma ossidrica su zavorra già accantonata. So che non mi sono rasato, so che mi sono spruzzato del profumo nel collo senza neanche sapere il perché, so che sto andando da qualche parte a dire qualcosa e che l'intenzione scoperta è quella di non trattenere, di non raggranellare, di non seminare e non smobilitare i miei reali segnali e divieti interni.
Le persone anziane in treno mi confermano, con la loro sola presenza, che non sono in grado di accettare serenamente il tempo che passa, che per me la vecchiaia non è affatto poetica e, non ultimo, che ho dei conti aperti in sospeso.
Il motore dei miei pensieri viaggia su un registro grave ma non definitivo, i miei gesti sono nervosi, giovanili, conclusivi anche quando inutili. Mi tocco i capelli, nascondo gli occhi nel finestrino, spero di non essere notato in nessun modo, curioso tra i pochi libri aperti dai passeggeri seduti. Un paio di gialli di successo, un Fabio Volo, un Baricco, chiudendo in bellezza con due opere scritte, forse, da due noti comici televisivi orgogliosamente napoletani.
Io ho scelto un libro sbagliato per questo tragitto, “Niels Lyhne” di Jacobsen, già letto due volte, libro che in questa sede è pretenzioso e non leggerò. Libro non adatto a una metropolitana e nemmeno al registro grave e passeggero di questo trasbordo.

Le stazioni si avvicendano lentamente perché questo trenino pendolare è lento, pigro. Non conosco le persone che ci salgono. Nemmeno una. Non sono avvezzo ad incontri in treno. Non mi piace chiedere “come stai” se non mi interessa. Non mi interessa, del resto, nemmeno come sto io. Poi intercetto una telefonata. Una madre, occhiali fondo di bottiglia, che telefona alla figlia, da quel che capisco bloccata a letto con la febbre alta. La donna sembra molto preoccupata e il suo tono materno va a toccare qualche corda tranciata nel mio stomaco riflessivo. La voce della donna preoccupata arriva come una bomba nel mio deserto, fa strage della mia stupida contraerea di cinismo levigato e disperazione ampiamente sperimentata. Ed ecco che comprendo al volo quanto io non sia protetto nei confronti dei sentimenti più puliti e più soavi, che fanno parte della distratta quotidianità di ognuno di noi.
Guarisci presto, a mamma... non farmi stare in pensiero”, conclude la donna, con voce leggermente rotta. Io continuo a toccarmi i capelli e sento impellente il bisogno di fumare e camminare nervosamente in un perimetro che non porti avanti né indietro.
I buoni sentimenti mi uccideranno, prima o poi. Mi violenteranno quando mi sentirò forte di tutte le rinunce, scelte o meno che siano. Mi riporteranno a quel clima caldo e accogliente che detesto ricordare, che è il passato, che è superato per definizione, che mi fa più comodo confinare nelle nebbie dense da noir di approdi spogli e nuovi.
Sono quasi arrivato. E sono nervoso, incupito. La mia fragilità è inopportuna. Non mi sono fatto distruggere dall'amore che in qualche modo mi riguardava, non posso lasciare il fianco scoperto all'amore in dote agli altri.
La dannazione è accorgersi di vacillare, non vacillare. La dannazione continua poi quando il senso di vertigine lascia il posto a un sentore ottuso di errore perpetuo di approccio all'infinita materia degli affetti del mondo.
Il pretenzioso libro di Jacobsen sotto il braccio -libro da esilio misurato e non da tragitto urbano-, il mio stupido profumo per me stesso, la barba che sta lì solo per bruciarmi le mani, tutto scompare in quest'ammissione momentanea di debolezza al cospetto delle imperfette dolcezze del mondo esterno.
Se stasera scriverò bene, sarà solo un fiore secco da usare come segnalibro.
Se fumerò troppo, se annegherò nel mare privato del jazz conosciuto, se guarderò oltre i vetri in cerca di piccoli sensi/lancette, comunque non riuscirò a cancellare questo sgradevole sentimento di attutimento degli amori altrui.

Infine scendo. So che sto andando da qualche parte a dire delle cose. Sarò affabile e gentile, come quasi sempre. Sembrerò garbato e un po' ferito, come mi hanno insegnato a palesare in certi mesi dell'anno. In realtà, la recita mi peserà un po' di più del solito. Perché ripenserò a quanta difficoltà mi ha creato una semplice telefonata di una sconosciuta alla figlia malata; mi convincerà, senza timore di smentita, che l'abitudine alla violenza, all'uscita dalle stanze, alle commemorazioni tardive, al gesto fuori sincrono verso le inermi aspettative di chi mi ha amato, tutto questo non è un punto a mio favore. È piuttosto una crepa in un sistema difensivo basato sul basilare rispetto delle tenebre, mie e altrui. Con il sole ci ho giocato poco, e la disabitudine mi rende senz'altro un dilettante.
Un giocattolo in un treno che si affolla. Non certo uno scrittore. Gli scrittori non esistono, se iniziano a tremare anche nei loro castelli di ricotta e lacrime.

©Luca De Pasquale 2017




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