19/02/17

Adulto, resistente, viola


Decido di uscire, perché il risveglio è impegnativo. Uno di quei risvegli in cui ci metti troppo tempo a capire che vuoi, chi sei, cosa farai, cosa hai conservato e sai pure che non ti puoi minimamente permettere la contabilità di quel che hai perso.
Un risveglio con il fumo della sigaretta che non sembra finire in bocca, nei polmoni o nello stomaco; piuttosto, in un vuoto arredato che dorme ancora e non ti qualificherà mai al cospetto del giorno che resta.
In mattine come questa, difficili ma non negative, prevale un cauto desiderio di solitudine e di camminare. Non ho voglia di parlare al telefono, di scambiare amenità cortesi con chicchessia, di riconoscere i gusti simili di qualcuno. E non ho voglia di scambiare opinioni che ti muoiono ai piedi come aquiloni senza filo, frutto solo di un'educazione che da anni rovina ogni spontaneità, anche quella della colossale indifferenza.

Così vado a farmi una camminata. Sapendo che l'accoppiata sole/mare dal gusto volgarmente primaverile mi porterà ad incontrare una sfilza di transitatori della domenica, molti dei quali mi costringeranno al saluto.
Però di base vaffanculo. Non parlerò di dischi. Di problemi di lavoro. Di letteratura, neanche se mi minacciassero. Che senso ha scambiarsi i nomi dei libri che si tengono sul comodino? È solo petting vocale, è senza contenuto. Bisognerebbe finirla con questa stronzata che parlare di libri indica un'alta qualità dell'anima. Non è vero. Quasi sempre sono pose. E poi non cambio idea, quel pugno di autori che mi nominano tutti possono anche crepare, il loro successi, le loro idee non mi interessano. Non mi interessa nemmeno, a dirla tutto, conquistare un punto di vista sull'attuale scena letteraria italiana. È qualcosa che mi arricchirebbe per davvero? No. Non mi piace farmi seghe in pubblico, pur di produrre qualche argomento di “umana condivisione”.

Poi la vedo, accanto ad una fontana nel piccolo e sporco giardinetto che ho di fronte. Mi chiedo se è lei. Sì, è lei. È invecchiata. Non tanto, ma un po' sì; quel che basta, mi sembra da qui, da averle tolto da dosso quell'aria malvagia da associare al sesso, quei gesti da medusa studiata, quell'immagine da virago spontanea costruita in notti di autoanalisi estetica e interiore.
Sì, è lei. Non dovrei avvicinarmi, ma sono curioso. Sono passati tanti anni. Ci siamo lasciati. Ma anche presi male, sfiorati male, confrontati male. Al tempo mi piaceva sperare nei sogni su sfondo già ferito. Mi serviva. E forse serviva anche a lei.
Ha un attimo di esitazione quando mi avvicino, sorridendo come un idiota. Sono invecchiato anche io. È con due bambini. I suoi figli. Inizia il valzer dei luoghi comuni di momentaneo ritrovamento, ti trovo bene, che stai facendo, che ci fai qui, che abitudini hai, sono i tuoi figli, vero?, sei sposata, no io no, bella giornata.
Capisco subito che la sua vita è cambiata: che lei, come molte donne, è i suoi figli e ha perso tutto il resto. Una scelta che fanno in molte e che io, uomo e lupo, non mi sento di giudicare, ma che tante volte mi sconforta e mi allontana. Quando apprende dei miei problemi di lavoro, come molti, assume un'aria corrucciata e forse sincera. Ma io non sono sincero altrettanto, perché dovrei semplicemente dirle: “Cos'è, sei stupita che non mi sono sparato in bocca? Eh sì, cara, perché lo so che mi pensavi e mi consideravi 'un po' strano', come accade sempre quando qualcuno sfugge al nostro radar di definizioni”
Invece accetto il gioco delle paroline di conforto, del “la crisi c'è per tutti”, persino il complimento stiracchiato “del resto, tu sei un uomo pieno di risorse e molto sensibile”, elementi che non sono certo di possedere e che, in ogni caso, non sono il viatico ideale per le resurrezioni. Che devono invece essere sempre pompose, miracolistiche, laiche e narrative per piacere a noi stessi e agli altri: le resurrezioni piacciono solo quando portano il fiore in bocca della speranza. Quelle notturne, costituite di pioggia, avvezze all'addio, stracciate nei libri e poi giocate come coriandoli, quelle spiazzano e vanno fuori contesto.
Il dialogo tra me e questa ex star del mio dolore è sterile, è una pianta finta in una stanza d'albergo vuota e soprattutto senza un letto che ci ricordi l'unico campo in cui sembravamo ritrovare parte dei nostri giocatori. Nei suoi ochi non c'è più quel barlume d'insonnia che amavo per errore inerziale, nei suoi gesti non c'è un'oncia di quella sensualità spregiudicata e crudele che esaltava il mio furore di vittima annunciata. Fatica a tenere buoni i suoi bambini, i quali le rivolgono continue domande, tipo “chi è questo signore?” e “ma dopo andiamo da papà?”.
Mentre parla e mi racconta di quello che fa suo marito, manco me ne fottesse qualcosa, le guardo le labbra. Non mi rapiscono più, non mi inchiodano, proprio a me che del dolore ho fatto una spazzaneve per avanzare nella vita.
Il mio dolore di vivere forse oggi dorme. Oppure è sedato. Ma anche cambiato, su altra frequenza, oggi è dolore identitario e fiero, auto da fè e non pretesto per sesso e amore. Sarà questo. Sarà che anche il dolore invecchia e tante volte ti ritrovi il mostro che ti ha dissezionato ridursi a brano musicale, a momento di sconforto, a ultima sigaretta, a bacio evitato.
A un certo punto, ho solo voglia di andarmene e lasciarla ai suoi figli e alla sua vita. Non la vorrei come amica e non mi suggerirei come nuovo ripescato contatto depurato. Siamo diversi. Lei madre, io lupo. Lei risvegli, io insonnie. La sua parabola non è di mio interesse e sono abbastanza stronzo per ammetterlo con me stesso. La sua felicità non mi riguarda, è solo un'istantanea per strada. Non farei l'amore con lei. Neanche per nostalgia.
Moriremo ognuno per fatti suoi, ognuno con un altro accanto. Succederà tra molti anni, spero, perché a differenza di quel che pensano le persone della sua pasta, tutte vitalismo e parole di conforto, quelli come me non si fanno saltare per aria o si sparano in bocca all'alba. Noi restiamo. Diventiamo parte di quella costruzione tetra e spartana che è la passerella utile ad unire le notti con i giorni, giorni con l'obbligo di ricordare sempre l'essenza della notte che li ha preceduti e quelle che li seguiranno.
Spero che i suoi figli crescano bene. Che suo marito la renda felice e se non altro la faccia venire. Spero che si dimentichi la mia faccia. E questo incontro in cui fingo per garbo che i bambini degli altri mi interessino. La mia non è inumanità, è aggiornamento delle regole interne, è regolare le luci artificiali del piccolo palco situato su quella passerella notturna.
In bocca al lupo per tutto”, mi dice.
È ancora bella, ma non per me. La sua luce è periferia dei miei occhi, niente di più. Non fa più effetto. C'è qualcosa di tragico e crudele in questo.
Viva il lupo”
Mentre sto per girarmi e alzare i tacchi, mi chiede: “Ma scrivi ancora?”
Non ho mai smesso”
Stai per pubblicare qualcosa?”
Massimo riserbo”. Non le avrei comunque detto niente. Che mi legge a fare? Che senso ha? Cosa ci guadagna? Non lo saprei mai.
... e tifi ancora per la Fiorentina?”
Ancora? Che significa? Cos'è tifare, cambiare le mutande ogni giorno?
Certo. Chiaro. La Fiorentina per me è fede”
Addirittura”
Sempre di più”. Devo avere un espressione da cazzo, da ragazzino.
Ma perché poi la Fiorentina? È una cosa che non mi sono mai spiegata”
Ancora con questa domanda maledetta.
Che c'è da spiegare.
La Fiorentina è il colore viola. La mia infanzia. I miei primi sogni. È l'odore della notte a Firenze e anche qui. È mio padre, mio nonno. È la morte di mio padre, che non ho potuto fermare. La Fiorentina è sempre un abbraccio a mio padre. Tifare per la Fiorentina è anche accettare che qualcosa è rimasto, di quel bambino troppo sensibile che ho picchiato più volte per renderlo fuori moda e non l'uomo di oggi. Seguire e amare una squadra è qualcosa in più della passione per il calcio. È un atto di vita. Perché noi restiamo, anche se sembravamo destinati a sbiadire e poi finire. Il viola rigetta il nero della morte.
Viola è il turbamento del mio vivere, il ricordo silenziato di un dolore ingombrante, viola è la passerella di questi giorni e queste notti.

©Luca De Pasquale 2017




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