19/01/17

Contatti a iosa


Una volta conobbi una donna che si introdusse con la raccapricciante frase: “Mi piace avere molti contatti, sono un'estroversa”.
Non mi sono mai fidato degli estroversi. Suonano contraffatti.
Quella donna fu carina con me per qualche giorno. Mi disse anche che ero dotato del pene più grande che avesse mai visto e con il quale fosse passata al tu. Era una palese menzogna: per statistica, non per altro. Non è che io sia dotato di un micropene. Questione di statistica, forse di media inglese.
Dopo quell'affermazione parossistica e tutto sommato immateriale, il nostro rapporto si incrinò. Prevalsero i contatti. I suoi.

Un amico, molto tempo fa, mi spiegò che non capiva la mia parsimonia in materia di contatti umani. Mi parlò di “aridità”, di “delusismo esistenziale” (definizione che porto tatuata da qualche parte ancora oggi), e contestualmente si affrettò a spiegarmi che lui credeva nella saggia legge del “quanti più contatti possibili”. Mi propose di iniziare a uscire con alcune delle sue innumerevoli comitive. Iniziò a presentarmi molti uomini, dei quali non me ne poteva fottere di meno, e moltissime donne, che vagliavo come un orafo decadente o come un ricettatore, a seconda del mio umore di fondo.
Con alcune di quelle donne iniziai a sviluppare un rapporto minimamente autonomo, chiaramente diretto verso un'amicizia a portone spalancato, come amavo dire all'epoca.
Non ha nessun senso conoscere una donna se si esclude l'emozione più rischiosa”, mi ripetevo come un mantra ogni mattina. Esternavo questo mio credo ovunque, guadagnandomi graziosi appellativi come “porco”, “maschilista”, “ginofobo” e persino, nel caso di una ex sessantottina, di “fallocrate”. Beh, almeno io non portavo avanti quella fetida menzogna maschile dell'amicizia disinteressata, tipico schema dei paguri che si barcamenano tra menate à la Truffaut e atteggiamenti da orsetti con il pene nascosto nell'imbottitura.
Ognuno di noi deve fare i conti, quasi quotidianamente, con un'ingombrante dose di pensieri sporchi e impulsi osceni. E chi lo nega è un culo disegnato.
Ad ogni modo, le amiche dell'entusiasta amico anti-aridità finirono per preferire la mia compagnia alla sua; non perché io fossi un grande, quanto per il suo essere noioso più di un piazzista con l'alitosi.
Così, l'individuo -resosi conto di essere gelosissimo- mi affrontò in un pomeriggio di nevischio e forse di sue ragadi, considerata la sua assurda postura durante il chiarimento.
Giochi alle spalle”
Purché non sia io a dover dare le spalle. Quello mai”
Sei scorretto”
Dipende da cosa intendi”
Intendo Nadia”
Spiegati”
Ci esci”
Non lo nego”
Non mi va”
Ne prendo atto. Abbiamo finito?”
Come hai potuto?”
Io posso. E potrò. Nadia non è di tua proprietà fisica e nemmeno spirituale”
Tipici atteggiamenti scorrezionali di un individuo arido”
Scorrezionali? Madonna, che impressione.
Pensala come vuoi”, sorrisi, molto umano. Ma tirati una raspa.
Io ti ho introdotto nel mio ambiente per darti una mano”
Te ne sono graterrimo. E ci tengo a dire graterrimo. Solo che il mio essere non finisce solo in una mano”
Allusione volgarissima. Che aridità”
Di te, invece”, ringhiai, “mi fa pena l'atteggiamento scioccamente confrontazionale. Quel che ti ci vuole è infrangere qualche tabù a caso. Perché non ti vesti da donna e ti scopri il culo allo specchio? Mi hanno detto che funziona”
Anche lui era uno che voleva tanti contatti umani. Altro caso perso.

Mi è capitato poi di incontrare uno scrittore in un megastore. Io avevo la divisa del megastore e lui invece faceva il cliente intellettuale. Ci confrontammo, anche se non ne avevo alcuna voglia.
Io credo che chi scrive, chi scrive per reale vocazione, è nato per avere rapporti con l'altro, con gli altri, con il mondo. Non solo con i lettori. Non so se mi spiego”
No”
Prendi me: io ho un certo talento, anche se ho dovuto lottare per trovare una mia collocazione. Devo ringraziare il mio agente, anche se la qualità era alta di suo. Io ho creduto nei rapporti. Ci ho sempre creduto. Altrimenti come avrei fatto a scrivere un libro a quattro mani con Aldo Sugo?”
Aldo Sugo? L'umorista nato in Basilicata che finge di essere napoletano per vendere di più?”
Sei ostile. Questo non mi piace. Non va bene”
D'accordo, ma la mia era solo un'osservazione di stampo geografico”
Non è vero. No, tu non sopporti Aldo Sugo per il suo successo. Tu rosichi”
Sticazzi”
Questa è la prova che tu rosichi. Chi usa molte parolacce è una creatura negativa, schiava dell'invidia, apostata dell'odio”
No, come ti permetti? Io non ho problemi di prostata”
Ma... che dici? Di che parli? Non capisco...”
Ho fatto la battuta! Hai capito? Apostata-prostata, capisci l'assonanza? Vedi che sono un umorista anche io? Scriviamo a quattro mani? Anche a tre, se vuoi tenerne una impegnata”
Che schifo, la tua invidia. Tu non avrai mai contatti autentici”
Saranno autentici i vostri, che ve lo lavate a vicenda con tutti quei complimenti e poi vi pugnalate alla prima recensione di scarto”

Ecco. Non mi fido, lo ribadisco, di quelli tutti felicemente smarriti in una visione “mondialista” che è sovente solo di facciata, atta a nascondere i mostri deformi della competitività esasperata, del pettegolezzo propedeutico alla demolizione, del risentimento pretestuoso e micragnoso.
Mi fido di pochissime cose. Di poche persone. Di me non mi fido. Resta inteso che mi fido di alcune emozioni, tra cui c'è la musica.
Stamattina, ad esempio. Sto ascoltando “Shame” dei Brad, un disco al quale sono legatissimo da un rapporto continuativo, istintivo e mnemonico/associativo. Mi fido di quel disco. Anche di quella band.
Faccio progressi. È evidente.

©Luca De Pasquale 2017

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