29/01/17

L'interesse è sempre conservatore


Come stai?”
Potrebbe andare meglio”
Oh, mi dispiace”
Nulla. Si lotta”
È importante lottare”
Di certo”
La vita è una lotta, siamo tutti schiavi”
Puoi dirlo forte. Fortissimo”
Che ti credi, anche noi siamo in forte difficoltà”
Però voi avete un lavoro sicuro, no?”
Eh, ma che c'entra. Ci sono altre spese: casa, bollette, figli”
Tranne i figli sono spese che ho anche io”
Eh, ma con i figli è durissima”
Certo. Se non mi sbaglio, avete due o tre proprietà, vero?”
Eh, ma che c'entra. Ci sono le tasse, cazzo! E che tasse! La verità è che il governo è ladro, bisogna prendere i forconi, bisogna fare la rivoluzione!”

Già, mi trovo sempre a pensare. Già, fiocchi di merda.
Sono stanco di trovarmi sempre dei finti rivoluzionari tra i coglioni. Quelli che si inventano volgarissime rivolte collettive per mantenere privilegi e per continuare a sfangarla. Sono anche stufo oltre il limite di questo contegno da vecchia tenutaria di bordello, tipico della progenie infingarda di una borghesia che un tempo -almeno- era un po' più intelligente e dignitosa.
Mi ripugnano questi dialoghi da strada -e non solo- basati su uno scambio vuoto di opinioni di convenienza, probabilmente espletato per evitare di prendersi a coltellate. Non accetto di confrontarmi con persone il cui massimo ideale sociale e civile è non pagare le tasse o peggio fermare flussi migratori e ripopolare la “specie italiana”. Così come, e non da poco, mi rifiuto categoricamente di abbracciare le dolentie di chi sceglie l'interesse -che è e sarà sempre conservatore- rispetto all'ideale.
Non mi stupisce più, ma di questi tempi non solo molti individui scelgono di non lottare affatto, arrivano addirittura a denigrare la lotta altrui. Per incomprensione, indifferenza, egoismo, strategie esistenziali da rotocalco fomentate dal sommo pensiero “meglio che accada agli altri”.

Da quando ho superato i quarant'anni mi rendo conto che la maggior parte delle persone che conosco si sono imborghesite, imbolsite se non arrese. Per silenziarli, per tacitarli, sono bastati uno stipendio buono, una bella casa, un trasferimento, una conoscenza utile, un mutuo estinto e l'essere riusciti a pagare un giardiniere come nei vecchi film inglesi.
Non mi scandalizzo. Non sono così sciocco. Però mi permetto il lusso di prendere le debite distanze da queste ritirate così incoerenti e persino negate.
Alcuni scrittori che sembravano voler scorticare il mondo con le loro poetiche ribellioni sono finiti nel gorgo del consenso come risarcimento, che è un'idea pericolosa, strumentale e addirittura fascista rispetto a cosa dovrebbe essere la libera espressione.
Lamentosi stakanovisti da me incrociati, mezzi sindacalisti mezzi retori da bandiera di corteo, dopo aver finto di incarnare il Che adesso spolverano sedie credendo di aver acquistato “il buon senso dell'età”. Patetici. Non è buon senso, vorrei dire: è paura. Fottuta paura con le paillettes della convenienza. Inutile giocare -male e con poca dignità- a fare quelli che hanno conservato i loro ideali. “Io li ho solo spostati”, sembrano dirti con sufficienza, “io li ho aggiornati e modellati, qui l'ingenuo sei tu. Non farai mai un metro di strada con la tua intransigenza”.
E ci provano, a trattarti come quello infognato nelle bandiere di appartenenza. Perpetrando un minuscolo e indegno falso storico, quello di avvolgerti in un drappo che vale più come sudario inutile che come riconoscimento alla memoria. Ti sorridono cinici, apparentemente brillanti, condannandoti -nel loro pensiero- alla condizione di reduce, di insensato idealista ancora attaccato a valori-puttana come l'etica, l'orgoglio e soprattutto il senso di presenza alla lotta. Non vogliono lottare. Benissimo. Ma non potrai giocare a golf -anzi a playstation- con loro se non eviti di lottare anche tu.
I delusi, gli strafatti da buco ideologico, sono pericolosi. Sono nullificanti, il confronto con loro è mortificante. La loro disillusione virata tanto a nuove grottesche utopie (come per esempio il grillismo) quanto a una sorta di disdoro comportamentale verso il basso non porta nulla di buono. Ho visto persone non superficiali e non ignoranti precipitare senza ali nel populismo, nella ricerca peripatetica di eroi pubblici, finire capo e piedi nelle maglie macchiate di un pessimo romanzo di genere, fare sesso con nuove siccità di pensiero e di orizzonte.
E il tutto solo perché avevano migliorato il loro status economico e sociale. Solo per quello. Nemmeno per amore. Nemmeno per tradimento. Solo per comodità impigrita. Davvero poco, ai miei occhi.

Giro per il mio mondo -non sono Jules Verne, Bruce Chatwin e nemmeno il casalingo Salgari- costretto a sostenere dialoghi surreali che poi riverso -come per purificarli, ma senza mai riuscirci appieno- in ciò che scrivo. La scrittura non mi ha mai salvato, su questa roba. Impossibile. Così come non può salvare dalle ossessioni e dagli atterraggi di fortuna in inferni momentanei dove un comitato di streghe ti fa “aloha” cacciando la lingua per convincerti che qualche piacere osceno finirai per meritarlo anche tu.
Mi rendo conto che per alcuni è comodo confinare i non allineati tra i fessi o tra gli improduttivi, è lo stesso meccanismo della società a richiedere questo tipo di approccio. Sarebbe: se non sei qui con noi è colpa tua.
Potrebbe anche essere vero. Questo non autorizza a smontare le scelte di altri individui. Non si può pretendere di disinnescare la coscienza di un uomo come tanti. Ed ecco che quei dialoghi cui accennavo diventano infami, insostenibili, pretestuosi.
Non mi piace vedermi mentre dico amenità come “eh, lo so” oppure “ci siamo dentro tutti, ti capisco”, oppure mentre fingo solidarietà con qualcuno che vive mille volte meglio di me e pretende di piangere più forte. Anche perché qui non si chiedono arene per piangere -che schifo, che immondizia-, bensì spazi aperti per lanciare gli aquiloni contro le montagne. Qui si chiede la porzione di mare profondo per lavare i panni sporchi del tempo che passa, niente di più e niente più di meno. Senza bandiere a coprire il culo e i genitali, come si farebbe con le statue più controverse.
Sono e sarò sempre con le minoranze. Forse a prescindere. Sono con gli impiegati di mezza età che hanno perso il posto e non lo dicono a nessuno. Sono con gli ex moderati che si scoprono veri rivoluzionari per istanza di ferite e non per calcolo di comodo. I fascinosi pasionari possono anche succhiarmelo, preferisco gli angolari, gli impolverati, i titubanti sinceri. Chi già urla non ha bisogno di voce ulteriore. Sono i rivoluzionari timidi a necessitare di attenzione. Come quegli anziani che amiamo solo quando ci fanno la torta di mele e non ci rompono il cazzo con i loro malanni.
Facile amare a distanza di sicurezza. Facile solidarizzare con la pancia piena. Facile non accorgersi che il populismo è una forma di egoistica idiozia. Facile, per concludere, fingere di non sapere che l'interesse è sempre conservativo, è una pratica solipsistica eseguita con il dolo della coscienza pulita, “io a chi faccio male, alla fine?”
Che almeno non si giochi a fare rivoluzioni che sarebbero più interessanti se riprodotte dalla Lego.
E che non si giochi a mescolare Malcolm X, i partigiani e la rivoluzione spagnola, simulando una continuità inesistente: ammettetelo che vi piace Masterchef più di Marx e chiudiamo questa cazzo di partita una volta per tutte.

©Luca De Pasquale 2017



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