10/01/17

Le ambizioni alla gogna


Viene a trovarmi Enea.
Enea porta tristezza. Invariabilmente. Tristezza, disincanto inservibile. Porta sempre con sé le sue ambizioni frustrate come un animale da compagnia in perenne agonia.
Sono anni, tanti anni, che Enea sogna di diventare un grande scrittore. Riconosciuto. Pubblicato da una major e non dalle misconosciute case editrici di stampo locale. Sogna di avere un team di editor al suo servizio, un agente letterario che lo talloni con devozione, ma soprattutto vuole seguito, consenso, vuole complimenti.
Enea non ha mai pubblicato. I suoi manoscritti, ora troppo leggeri ora di insostenibile pesantezza, sono sempre stati rifiutati o addirittura non esaminati a prescindere.
Per Enea io sono uno che più o meno se l'è cavata, come dice lui. Nel senso che ho griffato due libri a mio nome. Per lui questo è molto, come ama ripetermi spesso, non tenendo conto né della relatività né del mio carattere, rispetto al suo molto più irrequieto, nomade, incontentabile.
Ma a Enea non interessano le mie spiegazioni, docili, educate, persino altruistiche. Lui guarda solo il risultato finito. Solo quello.
A lui andrebbe bene anche iniziare con un flop. Purché il suo nome campeggi su un libro. Il flop, ne sono certo, penserebbe di rovesciarlo in un successo con un'abile campagna pubblicitaria e di convinzione per sfinimento.
La sua mestizia, la sua vocazione alla coda tra le gambe, rendono la sua presenza intollerabile per i miei occhi. La smorfia della sua bocca ricorda un ictus, un lutto improvviso, un abbandono. E questo solo perché non ha mai pubblicato a suo nome.
Ha solo scritto tre storielle finite in delle pleonastiche antologie di nessun richiamo, insieme ad altri scrittori geograficamente attinenti che lo sovrastano in quanto a notorietà reale e notorietà social. Lui non lo sopporta, non lo regge. Vive male quella che definisce “l'infamia della retroguardia” e soffre come un cane.
Odia tutte le primedonne che pubblicano spesso. Che pubblicano con le major.
Odia tutti gli scrittori che superano i cento “mi piace” a post, in quel tugurio insincero e pomposo che è diventato facebook.
Si innamora di tutte le scrittrici, alle quali finisce per scrivere in privato, ottenendo risposte gentili ma distanti nella maggior parte dei casi.
Il suo odio diventa guerra santa quando qualche scrittore vende i diritti di un libro per qualcosa di televisivo o di cinematografico. In quelle situazioni, il volto già irregolare di Enea diventa un limone verde e bitorzoluto. Enea è anche abbastanza brutto: la cosa non lo favorisce affatto. E lui lo sa.

La verità è che le sue storie non vanno da nessuna parte. È solo un maledetto moralista che vuole darla a bere sull'essere un libertino. È destinato a finire in qualche piccola casa editrice tutta chiacchiere e distintivo che stamperà quaranta copie di un suo delirio per poi compiere una veloce eutanasia della presunta opera.
La tristezza di Enea non ha nulla di nobile e di sinceramente prossimo alla verità coraggiosa dei saliscendi esistenziali di noi tutti. Enea sogna troppo e raccoglie molliche. Scarti altrui. Raccoglie appelli velleitari, persegue orizzonti di gloria popolati da dragoni e principesse. In realtà sulla scena, anche quella onirica, c'è sempre e solo lui. Da solo. Al centro di una pozzanghera che corrisponde a un cielo uguale.
La sua tristezza mi è intollerabile; se fosse una bella donna mi sarei già innamorato di lui/lei. Ma è un uomo. Frustrato, bolso, perso dietro una smania di riconoscimenti che certamente sopravvaluta. Perché non considera le altre ferite che la vita infligge, molto più serie, durature e trancianti.

Quando capisco che vuole tramutare il nostro caffè casalingo in una cenetta a spaghetti, mi vengono i brividi. Io volevo restare solo a casa, a scrivere e poi ad ascoltare i Russian Circles, o anche le due cose insieme.
E vada per gli spaghetti.
A tavola mi accorgo per prima cosa che Enea è rumoroso quando mastica, e a me questa cosa fa un'impressione terribile. In secondo luogo, mi sottopone a un vero e proprio interrogatorio.
Tu conosci molti scrittori?”
In che senso?”
Conosci nel senso di frequenti”
No”
Hai amici scrittori?”
Non direi”
No?”
No, non da scomodare la parola amici”
Una scelta?”
No. Semmai un caso. Oppure una parata con la mano di richiamo”
Che intendi dire?”
Lasciamo perdere”
Sei felice dei libri che hai pubblicato?”
Certo, come no”
Non mi sembra che tu sia così entusiasta”
Dovrei masturbarmi davanti a te per dimostrartelo?”
Quanto è importante avere amici tra gli altri scrittori?”
Non devi chiederlo a me”
Conosci la scrittrice Pilar Satalino?”
Di nome”
Ha i capelli rossi. Potrei innamorarmi di lei”
Amen”
Le ho scritto su facebook”
Ci risiamo.
E che dice?”
Non mi ha risposto”
Capisco”
Bellissima donna. Scrive anche bene”
Ne sono felice”
Basta, basta, basta.
Senti Luca, scriveresti un libro a quattro mani con me?”
Scriviamo cose diverse. Perché questa idea, Enea?”
Sei un lupo solitario, eh? Sbagli, l'unione fa la forza”
E non esistono più le mezze stagioni”
Dai, serio: ti va?”
Scusa, ma no”
È perché tu sei pubblicato e io inedito?”
Ma che cazzo dice questo? Per i toni ridondanti e strategici che usa, sembra che siamo ad un simposio, un cenacolo di grandi letterati che cercano accordi e alleanze.
No, non è per questo. E poi, comunque vada, io sarò inedito per sempre. Come uomo, intendo”
Sorride. Non ha capito la mia battuta. Non ha capito me, ma non ha nessuna importanza. Lui corre. Corre per i suoi giorni di gloria. Senza farsi domande, senza i morsi allo stomaco della vita fuori dalla carta, quella vecchia beghina che ti pugnala dopo l'alba con un risveglio annunciato.
Gli basterà pubblicare per salirsene di tono, per persuadersi di tutto, tutti e per dare carbone alla sua locomotiva obsoleta. Prima o poi ci riuscirà.
E se una donna crederà in lui, finirà con il sentirsi immortale. Le donne hanno questo potere. Immenso, avvolgente e rischioso molto più della paura di morire.

©Luca De Pasquale

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