23/01/17

L'amore chiuso al pubblico


Gianluca mi convince ad accompagnarlo a cena in un ristorante dove lavora una cameriera con la quale “sono in trattative a stato avanzato”.
Ci vuole molto, e tanta buona volontà, per convincermi. Non mi piace andare a cena con amici che non vedo da tempo. Lo trovo malinconico, se non contraddittorio. Non credo alle rimpatriate. Se già da parecchio vincono le distanze e lo stile diverso, riprendere da un punto che sta tra lo zero e il niente è solo carità affettiva condita di nostalgia.
Alla fine accetto.
Non so perché voglia portarmi con lui. Non sono il tipo brillante che fa l'amicone con gli sconosciuti. Sto sulle mie e prevalentemente fumo, puntando un orizzonte che spesso i miei accompagnatori non scorgono o non è di loro interesse.
Ho i gesti -e ne sono consapevole- dell'uomo ferito. Ferito non significa arreso. Anzi. Ma non lo spiegherò a Gianluca. Non lo spiego più neanche a me stesso. Ho smesso di dare spiegazioni. Le spiegazioni sono agonia. Sporca agonia.

La pioggia ha spazzato la zona antistante il porto tutta la giornata, con particolare accanimento nel pomeriggio. C'è dunque odore di pioggia e tutte le insegne si specchiano in pozzanghere più o meno profonde. Alcuni ristoranti sono chiusi per il giorno di riposo. Mentre Gianluca parla e parla, racconta, ride da solo, trasporta verso le mie orecchie nomi che non mi dicono niente ed emozioni che non abbiamo condiviso, io pettino le mie ferite. Quelle vecchie, ormai veri e propri mondi autonomi, e quelle nuove, battute dal vento, esaltate da dolci sirene e trovatori che non ho mai assoldato né tantomeno cercato.
Due gatti piccoli si nascondono in un vicolo senza luci. Odore di pesce per ogni dove. Non sono un mangiatore di pesce, in questo non sono napoletano ed è troppo tardi per le mie papille gustative: non cambierà.
L'altro giorno sono riuscita a portarla a Posillipo”, mi informa Gianluca, “ci siamo baciati e anche un po' toccati”
Anche un po' toccati. Che modo strano di parlare di una donna. Da adolescente. Modo ingenuo. Questo vecchio amico smarrito nel teatro caduto del nostro tempo difforme crede ancora al destino, è palese. E poi lo vedo, che non è attento alla notte, alle luci, il vento è per lui solo un motivo per riannodarsi la sciarpa; per me invece è un fratello, è un vecchio concerto di cui ho perso il finale e forse pure chi era con me al momento.

Devo insistere, troppo per i miei gusti, affinché possa fumare un'altra sigaretta prima di cena.
Ma fa freddo, e poi non vedo l'ora di fartela vedere”, protesta il vecchio amico, più pixel che sangue, più memoria che futuro.
Fottiti, penso. Fammi entrare che non ho già più fame. È così che mi regolo: quasi sempre e quasi in tutto. Mi faccio passare la fame, mi purgo di vizi minori per smarrire l'orientamento in dotazione. Gianluca non lo capisce, lui che è tutto conseguenza di altre conseguenze, lui che si muove in un immaginario percorso di crescita coerente, lui che ha una visione della vita e dei dolori simile all'elaborazione di una pagella scolastica.
Infine, entriamo. Lei c'è. Da lontano mi ricorda un'altra donna, una che appartiene al mio bagaglio di frantumi e non all'ottimistico revisionismo di quelli come Gianluca. La somiglianza mi fa male -poco ma con evidenza- da subito, così la saluto freddamente. Lui sembra già un polipo lesso e per questo provo un leggero senso di disgusto.
Quando lei si riavvicina al nostro tavolo, Gianluca ci manca poco che le dica “ti amo” e tutto sembra precipitarci in uno di quei feuilleton sentimentali che detesto.
Quando la ragazza riprova a sorridermi, ci provo anch'io, ma quel che partorisco è il volo ad un'ala sola di un soldato senza gavetta. Stanotte ho fatto incubi: un prete che acquistava dei quadri di me e non aveva i piedi, il fantasma di un parente sulla poltrona rosa della prima casa che di notte non guardavo mai e mi terrorizzava, e per chiudere una donna che non mi è mai piaciuta la quale si rivelava una sordida tentatrice. Alle quattro e trentasette del mattino ero dunque contro il vetro del salotto a riprendere un punto immaginario della mia infanzia. Una scena del crimine. Un equivoco di affetto diventato cancro mnemonico, una tempesta ridottasi a interpretare il ruolo monotono di un falò solitario in segrete e inaccessibili stanze della mia persona cresciuta/ferita.
Come posso allora sorridere a questa bella ragazza piena di sogni tutti rigorosamente non verificati e passibili di languido inesorabile sterminio?
Ho ancora bisogno di fumare.
La notte fuori mi chiama. Le sirene pure. Ne ucciderò una, la più sguaiata, elevandola a futuro incubo.
Dico a Gianluca che devo fare una telefonata e mi allontano di nuovo. Non ho fame. Vorrei essere uno di questi uffici nautici chiusi già dalle cinque del pomeriggio. Vorrei essere un divieto di balneazione e sempre un maremoto da giardino. Non vorrei essere io. Voglio mangiare la notte più velocemente dei baci che credevo di dare tanti anni fa.
Uscendo dal ristorante, li vedo che si scambiano sguardi carichi di mezze idee, di promesse ereditate da film prevedibili. Non mi è difficile immaginare il mio amico durante l'orgasmo. Scaccio l'immagine. E così arriva lei, la mezza sosia di un mio mezzo passato. La figuro sotto di lui, con la bocca semiaperta, gli occhi pieni di quel transito veloce, le mani sulla schiena dell'uomo, la fantasia in fila indiana, un sogno alla volta. Scaccio l'immagine e mi pettino le ferite che non si sono ancora palesate. Chissà quale insegna mi rappresenta stanotte, se gialla su fondo nero, se un banale neon fuxia, se uno sciocco arabesco di lettere intermittenti di colori diversi.
Accendo la sigaretta. Sa di aceto balsamico. C'è vento. Vento di mare e di assenze in crociera. Ho un anno in più rispetto all'ultima volta che ho chiuso gli occhi per qualche secondo chiedendo l'azzeramento del mio sistema emozionale.
C'è un cane che mi guarda dall'altro marciapiede. Anche il cane ha la sua pozzanghera. Io sono un disco di Mark Eitzel. Sono una porzione di fiume in un bicchiere da lasciar bere agli ospiti. Sono un fiume che trova il suo mare in fogli di carta e dubbi sontuosi come regni, fragili come palafitte.
Godere non basta più. Godere non è un passaggio, è solo panorama veloce. I ricordi sanno farmi a pezzi, quando li presento in società.
Godere non mi è mai bastato. Godere non è il mare. Sono un disco di Mark Eitzel che dormirà sul fianco destro, dopo una parca cena in un ristorante semivuoto dove due individui slegati sognano un laccio colorato che unisca le loro scorciatoie. Tutto giusto: la parte della reazione al buio.
Sorrido a due ali per pochissimi battiti, il tempo di contare sulla confidenza di questo vento e di notare nello sguardo del cane quella strana malinconia di una devozione venuta meno. Chissà quale padrone amava: chissà come lo ha perso e che tipo di carezze possono non offenderlo.

©Luca De Pasquale 2017






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