07/01/17

La mistica del sesso numero 15


La sera del 31 dicembre il giornalista Adoad Zito ha fatto un po' di abuso di varie pilloline e unguenti atti a garantire una fantastica prestazione sessuale.
Adoad Zito ha quarantanove anni e si è costruito una solida reputazione come critico teatrale, esperto di cucina sannita, cultore di band napoletane che cantano l'indie rock in dialetto, oltre che come fine saggista di sommerse storie politiche sconosciute ai più.
Con due divorzi alle spalle, Adoad Zito ha perso da almeno un lustro il gusto dell'amore e della famiglia, ma in compenso ha guadagnato la passione per le ragazze giovani (massimo ventotto anni, mi disse una volta). E la sera del 31 dicembre, appunto, Adoad aspettava nel suo lussuoso appartamento di via Caravaggio la giovane Irene, ventisette anni e duecentoquarantotto giorni, per trascorrere con lei una rovente notte di passaggio all'anno nuovo.
Irene è una giornalista specializzata in moda londinese, band napoletane en travesti o metrosessuali, cucina dell'agro nocerino e forza Napoli comunque. Poi, passione per pianisti dei quali ha scaricato tutto via emule. Begli occhi, bella bocca, corpo sinuoso e voce roca che -come è notorio- eccita gli uomini in vista dell'istante supremo.
Adoad è un vecchio relitto del 1977, oggi moderato progressista. Ha un passato da proto-vegano e ha frequentato tanto club per scambisti che associazioni di velisti epicurei. Irene è un'idealista irrazionale, non detesta Di Battista e nemmeno Bob Civati, ma preferisce profondere le sue energie intellettuali per Alda Merini, Francesco Rosi e Erri De Luca.
Adoad è dotato di un pene medio, che in erezione raggiunge i quindici centimetri. Con qualche adeguato gioco di ombre, può al limite apparire anche dotato.
Ansima molto quando fa l'amore e durante i preliminari ama citare Ovidio. Il suo difetto principale consiste nel credere ancora nella mistica del sesso, e cioè quella solennità di gesti, esclamazioni, annunci capaci di trasformare un uomo degno in un rifiuto senza speranza. Le sue prestazioni sono sempre state mediocri: non resiste a lungo (mai mettere rossetti traslucidi con lui), è imbevuto di contraddizioni edipiche e anche il complesso di Fedro non lo disdegna affatto. Inoltre, non sa praticare sesso laterale, che considera contronatura. Non gradisce mai che sia la donna a passare sopra e quindi al comando, perché sotto sotto è un maschilista, un residuo oscurantista di un meridione immobile nei secoli dei secoli.

Quando Irene arriva, gonna scura al ginocchio e involontario rossetto traslucido, Adoad è già in erezione e decide di offrirle del vino bianco “che in pochi conoscono”. La solita stronzata dei vini.
Poi si cimenta in noiosissime dissertazioni su Paul Klee, su Israele e Palestina, sull'Is, Isis e anche sull'Es, passando per le bottiglie di Morandi, il cinema di Luis Buñuel, le canzoni di Ivano Fossati e la morte di Prince, transitando ebbro su roba elitaria del tipo che Nick Drake avrebbe dovuto conoscere Mozart e scrivere qualcosa con lui in una villa a Clichy. Il tutto con il pene sempre in erezione, tirato al massimo dei suoi quindici centimetri di arrogante e utopistica eternità.
Irene, potente della sua giovinezza, dei suoi occhi-semaforo, della sua sessualità selettiva e intensa, lo sovrasta per tutto il tempo. Lo schiaccia, lo umilia, lo rende una marionetta con il birillo. Tutto qui. Desolatamente.

Cenano, e lui continua a rompere i coglioni con la sua frastagliata e simil-enciclopedica cultura da parvenu retroverso, da barone insicuro. Poi decide di mostrarle un album di famiglia, sapendo che gli si inumidiranno gli occhi e apparirà dunque vulnerabile, dunque scopabile. Il grande saggista che cede all'emozione interiore. Meglio di qualsiasi diserbante sessuale, di qualsiasi afrodisiaco.
A Irene quell'uomo, i gusti sono gusti, comunque piace. È andata da lui sapendo che la serata si sarebbe conclusa con del sesso. Poi, di qui a costruire una storia irregolare ce ne passa.
Alle 23e55 del 31 dicembre 2016, Adoad Zito mette su un disco di dub ambientale che io gli ho venduto nel 2011: “No more than ever” di Quantec. All'epoca, Adoad mi chiese un disco a mio giudizio sensuale, adatto ad una notte di sesso solenne, ritmato, plastico, fatto di mani che si intrecciano e di respiri che si fondono nel gioco massacrante dell'arco e della freccia.
E così, cinque anni dopo, quel disco lo infila nel suo piatto da veterano della buona musica, anche se avrebbe preferito spararsi una posa con Benedetti Michelangeli o Brian Eno.
Il suo pene rimane, nonostante tutto, di quindici centimetri scarsi.

Alle ooeo2 del primo gennaio duemiladiciassette, Adoad e Irene finalmente si baciano con la lingua. Lui la fa guizzare forte, in modo nevrotico, spasmi sullo stile di una coda di lucertola mozzata. Ci mette troppa saliva e troppo impeto.
Ti desidero dal primo momento che ti ho vista, amore”, dice Adoad.
Come corre questo”, pensa Irene, e sorridendo gli concede la metà della sua lingua, asciutta, profumata, crudele.
A via Caravaggio il mondo spara e loro due, i due amanti, giocano con le lingue in attesa di iniziare a fare sul serio con le batterie pesanti. Il disco di Quantec si insinua tra le loro bocche con il suo beat ipnotico e notturno, grasso e inaffidabile come tutta la musica elettronica pensata per la notte e forse per l'amore.

Alle ooe16 minuti, dopo un'interminabile session di baci bagnati e di apodittiche e pompose dichiarazioni del colto signore (tra cui una disgustosa minaccia, “renderò il tuo piacere un muro della mia casa, tesoro delle mie novità”), Adoad entra in Irene con i suoi stentati quindici centimetri e lo fa forse pensando ad un misto tra Bauhaus, Weimar e il saluto delle guardie svizzere. Irene lo accoglie di buon grado, ma solo perché lo aveva deciso dall'inizio. Solo per quello: troppo più potente e sensata di lui.
Il disco di Quantec è finito e Adoad non ci pensa proprio, a cambiare lato.
Proprio mentre inizia a colpire -secondo se stesso- con chirurgica precisione e Irene accenna a qualche sospiro più forte, si sente un tonfo spaventoso nel cortile del palazzo. Talmente spaventoso che si devono fermare. Poi i due amanti raccolgono quello che è palesemente un urlo di raccapriccio.
Senti, direi di andare a vedere”, fa Irene, “credo sia successo qualcosa di terribile... hai sentito che urlo lancinante?”
Adoad è contrariato: “Irene, sei il sogno. Irene, ti amo”
Vorrei andare a vedere...”
Non interrompere la nostra imprevista magia”
Ma almeno andiamo a vedere... sono spaventata, credimi”
Faccio quel che vuoi. Ti amo, Irene”
Gli viene in mente una frase di Fedro, ma lascia perdere.
Deve uscire da Irene. Una vera disdetta.

Alle 00e18 minuti, al sesto piano dello stabile, il negoziante di giocattoli Antimo Esca, 59 anni, ha aperto la finestra del salotto e si è lanciato di sotto. Morto sul colpo. Aveva provato a bruciarsi il negozio, senza riuscirci, per riscuotere l'assicurazione. Gli strozzini lo taglieggiavano, Era ricattato. La moglie era morta due anni prima di cancro. Un figlio omosessuale e felice. Ma Antimo Esca era così fragile e antiquato da viverlo come una ferita.
Il suo corpo giaceva nella notte di Capodanno, snodato come una vecchia bambola castigata, e la sua caduta aveva interrotto un compromesso di quindici centimetri e di strana pazienza femminile.

©Luca De Pasquale 2016


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