17/01/17

La mancanza di curiosità dell'educata borghesia


Mi fa orrore la mancanza di curiosità che riscontro, a livelli diffusi anche tra supposti insospettabili.
Il raccapriccio cresce esponenzialmente quando mi capita di intercettare la parolina “ossessione” usata strumentalmente per andare a definire le passioni di altri individui.
Questa parolina la usa Mirco (senza k) quando mi dice che mi segue “abbastanza” su facebook, e che ha notato appunto la mia “ossessione” per Valerio Zurlini, “per quell'attore francese morto giovane” (sarebbe il compianto Patrick Dewaere), per tutto quello che afferisce al basso elettrico e infine per “quelle atmosfere cupe un po' tristi, ti devo dire la verità”.
Il suo discorso mi rompe il cazzo. Superficiale, bolso, solo intuitivo, borghese nell'accezione più devastante del termine, discorsetto conformista, incapace di staccarsi dai propri luoghi comuni e dalle proprie certezze.
Già, perché lui, il buon Mirco senza K che fa, poi?
Posta e condivide solo cose che ritiene, non so dopo quante ore o minuti di studio, passibili di riscontri in termini di piacepiacepiace e commenti. Mirco senza K non è un vero appassionato di quasi niente, io lo so, ma è uno che sta lì a studiare i gusti della gente e si muove di conseguenza. Sembra che questa sia una furbata, io la reputo una cacata colossale.
Mirco senza K è riuscito persino a simulare di essere un appassionato di jazz, quando per me è palese che di jazz non capisce un cazzo; infatti, per lui il jazz finisce nel 1962. E uno che pensa queste cose non capisce un cazzo, ma non solo: è anche pernicioso, grottesco e andrebbe evitato.
Non accetto la sua lezioncina arrogante su come funzionano i social e su come si “condivide il gusto”.
Mirco senza K è anche giornalista. Ha venduto mobili. Ha seguito e anche creato seminari di scrittura creativa. Cucina un ottimo risotto alla milanese e non perde occasione di dirlo al mondo. Espone al suo piccolo grande mondo le imperdibili diapositive dei suoi viaggi con la fidanzata intellettuale: Marocco delicato, Praga esoterica, Vienna a rasbuffo, Trieste con la bora ma senza Italo Svevo, Parigi dalle stanze d'albergo dopo essersi penetrati per ore e aver fatto colazione con le foto di Doisneau, Romania senza Dracula ma con i dolci al legno e le foto progressiste con finti zingari, Stati Uniti con le highways ma lontanissimi dalle periferie, dalle città fantasma e dagli eredi più controversi di Wild Bill Hickok.
Tutto in lui e nel suo affannoso comunicarsi ha un retrogusto deciso di benessere esibito, di progressismo espletato per meriti economici e poco più. Se non viaggiasse, sarebbe vuoto come il pene di un onanista dopo l'ennesima inutile sessione di rabbia e solitudine.
Se non ci pensasse la sua fidanzata intellettuale, non sarebbe mai arrivato a conoscere “Charley Mingus” (come lo chiama lui) e “l'immenso Massimo Urbani” che in realtà non riesce ad ascoltare in privato perché troppo free. L'ipocrita, il simulatore, il bananiere dello spirito.
Uno dei tanti esempi di facile progressismo legato unicamente alla portata economica: fosse disperato, verrebbe fuori in modo evidente la sua natura reale, e cioè quella di un retrivo, un accidioso, un collezionista di piccoli privilegi e di pulpiti dai quali ammansire i già ammansiti.
Il suo tono da conoscitore delle leggi della comunicazione conta meno di una giornata di stitichezza, ma ciò non toglie che mi irriti profondamente. Preso da una malcelata smania di “mettermi a posto”, mi confessa candidamente che lui i miei link non li apre quasi mai. Perché non ha tempo e perché non conosce le cose che infilo nel mio opinabile profilo (opinabile lo scrivo io).
Non va ad ascoltare i Gang Of Four, non ce la fa più a trovarsi tra le palle le foto di Zurlini e Delon e le loro malinconiche passeggiate riminesi, non va ad approfondire chi siano gli ombrosi pittori che sponsorizzo. Non si incuriosisce per niente, se faccio riemergere da una polvere secolare qualche formazione di noise rock dei primi anni novanta. E me lo dice.
A lui piace andare sul sicuro, come con la fidanzata. Gli piace centrare il bersaglio sapendo da prima che sarà accolto e qualche volta tollerato. È una sua regola di vita, andare liscio. In tutto, con tutti, per sempre. Il suo gonfalone deve garrire sempiterno nel deserto della quotidianità.
Il suo approccio manageriale alle idee progressiste -o almeno che lui considera tali- mi provoca crisi di rigetto ogni volta che lo incrocio; il suo blando spiritualismo da India fasulla mi appare solo per quello che è, un antidoto a delusioni e mancate erezioni. E infine, il suo modo di pensare e parlare di Napoli mi fa diventare addirittura violento, un black bloc, un casseur.
Mirco senza K condivide in continuazione cose su Napoli. Pizze con la pummarola, finto Rinascimento, eroi costruiti due anni prima. È intervenuto più volte sulla diatriba De Magistris-Saviano, perdendosi in inutili riflessioni bipartisan senza coraggio, così come ha sbrodolato come una pornoattrice al burro sulla serie “I bastardi di Pizzofalcone” che lo inorgoglisce al massimo, in quanto “napoletano a metà strada tra nostalgia e futuro”. A me la serie ha provocato un senso di noia infinito, ma era una sensazione annunciata e non figlia di preconcetti: sono cose che non mi piacciono e non mi interessano affatto. A che pro comunicarlo al mondo?
Mirco senza K non è una persona curiosa. A lui piace lubrificarsi e centrare il buco al primo tentativo. Sempre e comunque, e mai senza applausi.
Mai i Godflesh, chi cazzo sono? Sceglie una band mainstream, è roba certa.
Zurlini? Un oscuro regista dimenticato. Mille volte meglio Antonioni, anche se non ha mai finito di vedere un suo film.
Gli scrittori napoletani gli piacciono solo perché sono napoletani. Maledetto provinciale, simulatore.
A me non me ne frega una mazza se uno scrittore è della mia stessa città: non lo approverò certo ciecamente per questo.
In conclusione, Mirco senza K è uno di quelli che non hanno palle, in fondo non rischia mai. Non è sincero, bensì studiato. Non è un vero scorticato, è solo un borghese che canta allo specchio, a fronda di limone per farsi sentire dai vicini e dagli accoliti. Canta, canta, entusiasta borghese viaggiatore. Canta, onora la tua città, lecca dove si deve leccare, lavati l'intimo nei bagni che hanno ospitato Claudette Colbert, fatti fotografare tra le dune del deserto per dare sfogo al tuo esotico terzomondismo da share. E mi raccomando, dopo aver scopato vatti a cercare Hikmet e Salinas, che vai sul sicuro.
Non sia mai che sbagli citazione, ti confondi e vai a cadere su Cioran, Caraco o Drieu La Rochelle, questi sporchi sconosciuti senza audience.
Io li apro i link. Quando posso, sempre. Anche se devo ammettere che spesso fuggo a gambe levate. Ma lo riconosco, sono limiti, i miei: i limiti di ogni pazzo innamorato dei margini.

©Luca De Pasquale 2017

Tracklist:
Disappears – Elite Typical
I Am Kloot – Sunlight Hits The Snow






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