14/01/17

Il volontariato culturale? Su per il culo


Cercare lavoro alla mia età è una sfida quasi impossibile, un'impresa titanica votata allo scacco e anche allo sberleffo. Ci ho scritto un libro, ma non è che con un libro il problema muore. Solo un idiota potrebbe pensarlo. Questo è quanto piacerebbe agli ottimisti tout court e ancor di più ai tanti strafottenti eucaristici che popolano il mondo. Quelli, per esser chiari, che vogliono tu stia bene solo per non avere rotture di coglioni e insidiosi sentimenti di disagio anche in una semplice chiacchierata.

Vado a sostenere un colloquio alla libreria “La lepre ipermetrope”. Al colloquio ci arrivo solo perché conosco uno che conosce altri lì dentro, mica per miei meriti. Mica per il mio maledetto curriculum o per la mia presunta cultura letteraria.
Mi riceve un tipo tracagnotto che indossa un ridicolo panciotto a righe, uno con la mosca al mento. Indossa dei pantaloni rossi, quelli tipici degli uomini avanti nell'età che vogliono fare i supergiovani e ricorrono a qualche trucchetto per simulare un vigore sessuale altrimenti intermittente.
Vado al colloquio in giacca e pantaloni minimamente eleganti. Ho anche i mocassini, che per me è come stuprarmi.
Il colloquio parte male, con il tipo che non mi ascolta quando gli dico chi sono -o chi dovrei essere- e da dove vengo. La sua gentilezza ha qualcosa di subdolo, come una malattia venerea a tradimento dopo una notte cocente di stupidaggini sussurrate a una sconosciuta.
Gli dico la verità, perché io dico la verità. E pazienza se qualche volta viene intercettata come vittimismo; sono in molti, quando incapaci di comprendere la condizione di un altro essere umano, a confondere amare verità con piagnistei gratuiti.
Ma lui, come è ovvio che sia, della mia verità se ne strafotte bellamente. Lui mi spiega la sua di verità: e cioè che per lavorare con lui/loro occorre avere spirito di sacrificio. In soldoni: non ti pago, forse solo rimborso spese e neanche, “chi lavora qui deve sentirsi grato e onorato di fare parte di un progetto così diverso dagli altri”.
Ma davvero?
L'importante”, continua il pingue simulatore di anacronistiche erezioni, “è entrare in un contesto dove la cultura indossa la c maiuscola. Correlazionarsi ad altri individui facenti parte di un ambiente dove è l'arte disinteressata che vince, in un coacervo collettivista che ha fiducia nella forza delle parole, nell'amore spassionato per la scrittura e la lettura”
Ma davvero?
Chi passa per 'La Lepre Ipermetrope' non si perde in calcoli di mera remunerazione, perché -come le sto spiegando- quel che conta è il progetto. Qui si vendono libri e dunque Cultura per il solo nobile proposito di trasmettere informazioni, sogni e quant'altro a persone che hanno bisogno di nutrirsi di arte. Ogni tanto pubblichiamo dei libri. Non diamo un centesimo agli autori, perché devono capire quanto siano fortunati a far parte di un'associazione non atta al volgare lucro. Qui non vanno bene persone dedite a spicciativi meccanismi di autotutela, qui si lavora per la gioia e la gratitudine, tenendo ben in mente che si è ricevuto un dono, altroché”
Ma io sono un venditore professionista, ho quindici anni di lavoro sulle spalle, puntualmente retribuito anche se non sempre contrattualizzato...”
Qui funziona così. Poi eventuali altre cose si analizzeranno in un secondo momento. Non posso dirle altro”
Ma, io...”
Qui si fa Cultura. Qui si partecipa. Qui chi viene meno è persona non grata”
Ed eccolo, eccolo qui, il massone panciottista del cazzo. Eccolo, il capo della setta. Che imbonisce e rassicura sul nulla. Ma chi li intasca i soldi delle vendite, massone?
Mi incazzo: “Guardi, allora c'è un equivoco. A queste condizioni, non sono interessato”
Questo dimostra che lei è evidentemente un individualista, lei vuole procedere per la sua strada senza dare fiducia agli altri e soprattutto a un progetto unico nel suo genere. Dove troverebbe una libreria/casa editrice/associazione culturale/osservatorio sul mondo che le conceda, alla sua bella età, tale chance?”
Guardi, temo che come lei facciano in molti, ormai. Il lavoro non è più riconosciuto. Si spacciano lo sfruttamento e il nero, soprattutto in ambito paraculturale, per volontariato entusiasta e dedizione alla causa. Io non sono dedito a nessun marchio, da sempre. Sono un lavoratore, non altro. E quanto alle parcellizzazioni di royalties editoriali, l'Italia è Suburbia”
Cosa sta insinuando?”
Non mi interessa insinuare alcunché. Mi limito a salutarla. A mai più rivederla”
Glielo dico come un fratello maggiore, lei se ne pentirà”
Di non entrare nella tua microloggia massonica? Di non farti fatturare in nome della Cultura Corolla Unita? Fottiti, massone.
Io sono il fantasma del Lavoro, quel disperso. Io sono il fantasma concreto della mia vecchiaia e del disincanto sociale che si fa solitario ammutinamento. Io sono l'incubo di ogni mia futura sicurezza, ma venderò cara la pelle, mio caro massone.

©Luca De Pasquale 2017


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