25/01/17

Il cielo Layne Staley


Il giovane blogger vuole fare polemica con me su grunge e post-grunge, forse pure sul post rock.
Io non ho voglia di prendermi alcuna questione con lui. Che vada a fare in bocca lui e la sua giovanile arroganza. Questi so-tutto-e-te-lo-dimostro con il cervello borchiato sono stancanti, sono un vecchio prototipo che c'era anche ai miei tempi.
Ormai non mi immergo più in inutili diatribe di natura musicale, letteraria o politica. In ogni campo, i puristi sono pazzi. I puristi sono perniciosi e andrebbero cancellati velocemente, senza scrupoli. Il ragazzotto blogger ha tanta voglia di mettersi in mostra con i suoi volenterosi concetti e precetti. Il suo nozionismo ha buchi enormi. Buchi dove il nulla scopa con se stesso, rendendolo solo un pezzo di ambizione in un mattatoio, la carcassa di un bue che cerca il sorriso per un selfie.
Rifuggo dai divulgatori. Giovani o stagionati che siano. La loro buona volontà puzza di inganno e egotismo lontano chilometri.
Conosco un mediocrissimo personaggio che ha leccato lo stesso culo per sei anni, prima di poter raggiungere l'enorme onore di recensire una manciata di libri deprecabili su un giornale a tiratura locale.
Conosco anche un chicco di riso con il sospensorio che per aver scritto una specie di saggio sui Soft Machine sul sito “Namby-Pamby” si è sentito realizzato.

Non rispondo più ai messaggi del giovane polemista. Anche solo per motivi anagrafici, che cazzo ne sa lui di grunge? L'ha vissuto senza saperlo, giocando ai videogames, cercando le prime fidanzatine.
Io, come tanti, ho invece respirato l'aria marcia e meravigliosa di Layne Staley, dei Mad Season, di Mike Starrs, persino di Scott Weiland, con quel suo sguardo da barista di provincia licenziato e pronto a tutto. Qui non si discetta solo di musica, non è una gara di cognizioni, nozioni e fuffa: qui si parla di aria respirata.
Con “Frogs” degli Alice In Chains mi sono incendiato per troppe notti. Autocombustione senza faretti. Sesso con collanine hawaiane e poi dissipazione, noia, incondivisione. Persone incerte alle quali farla pagare senza troppi motivi. Disobbedienza civile, pianificazione di delusioni al gusto di sciroppi per la tosse, baci stracolmi di volgare rossetto di segnalazione. Ricusazione di parenti, amici, canzoni slabbrate, insonnia da masturbare fino alla buona idea da scrivere.
Risposta sbagliata al caporale. Docente mandato a cacare per spocchiosa aria di riprovazione ingiustificata. Carriera universitaria a puttane per testare le sonnacchiose e borghesissime aspettative altrui. Le donne degli altri, belle solo quando sporche e perverse. Sputtanamento di questioni di interesse tra parenti che riciclavano i regali di Natale con quell'aria da angioletti con le ragadi.
Sistematico rifiuto di tare dominate da proscrizioni religiose, di natura stoltamente ideologica e anche gerarchica. Cattiva risoluzione di contratti lavorativi da fame e buonuscite in nero.
Ho quasi sempre lavorato in nero. Sudavo in nero, sacramentavo in nero, tradivo in nero, rispondevo sissignore con la mano guantata e “Frogs” in testa. Date di scadenza sotto i piedi degli amori, ruggine evidente nei regali alle donne da conquistare, dito in culo agli oroscopi. Preghiere dimenticate sotto il cuscino, come dimenticate erano le lacrime e le amicizie nascoste nei globi souvenir con la neve dentro, nelle madonne fluorescenti.
Mancati attestati di stima ad altri scrittori solo per non assecondare il sistema e le sue orge murali.
Rifiutati biglietti omaggio allo stadio e in discoteca.
Partenze di notte per vacanze improbabili, come ospite. Come ospite ben trattato ma sempre diverso. Incapacità di ubriacarsi in compagnia. Improvvise mancanze di coraggio: come quando simulai di essere un moderato per farmi assumere da quel pompagro che aveva un parente nella Democrazia Cristiana. Dovevo lavorare, avevo bisogno di soldi. Avevo paura di fallire.
E poi quella schifosa domanda: “a cosa rinunceresti per amore?”
Domanda ricattatoria, iper-romantica, fuori fase, pretestuosa, oscena, da romanzo con la spirale. Mai risposto a tono.
Hai un parere sulla pioggia a Napoli?”
No, vai a farti fottere”

Questo è stato il grunge, anche il post-grunge. Quest'ultimo Dio personale quasi di più, perché è stato quel che è venuto dopo ad essere ancora più perdente, scucito, provinciale, molecole di vento e polvere in un utero carbonizzato.
Quindi, nessuna arroganza da vecchio coglione. Solo, valenze personali che vogliono restare intatte. I dibattiti da salone delle seghe su movimenti che hanno scelto la sconfitta come reale tratto distintivo -luci stroboscopiche o meno addosso- non li accetto, li rifiuto di base.
Esco dal bar. Ho quarantaquattro anni. Fumo. Non sono redento, non mi sono arreso, non sono un girasole, non faccio spot, non scopo la mia anima per esiguo pubblico e claque traditrice alle radici.
Se mi chiedono la trama con il colpo di scena, rimando ad altri scrittori, ad altre scritture. Se mi chiedono i lieto fine, che almeno li possa decidere io.
Il mio lieto fine di oggi, uscito da un bar fetente con in bocca il sapore di un finto caffè, rintronato dall'untuoso saluto di un paraculo che conosco di vista e mai di più, è questo cielo a pecorelle. Pecorelle che non si inseguono e non fanno una collana di pecorelle con la pioggia e l'ombrellino incluso.
Questo è uno dei rari cieli di passaggi che chiamo “Layne Staley”.
Azzurro, giallo, viola, rosso ai bordi, ombrato di resistenza, con al centro il cuore pulsante di una dissoluzione mai posticipata. Uno scioglimento delle milizie precoce e ribellistico, anche ingenuamente, che voleva significare solo una cosa: ci sono finché ci sono. Altro che dibattiti nel salone delle seghe, con il nuovo vinile 180 grammi sistemato sulle giovani cosce come un figlio nato e descritto malamente al mondo.

©Luca De Pasquale 2017


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