27/01/17

Errori


Gli errori di calcolo, di valutazione, di gittata, di sopportazione e di equilibrio mi raggiungono, tutti insieme, in una mattina apparentemente senza tratti distintivi.
Mi ritrovo così spinto contro un muro immaginario, indagato, interrogato, messo a soqquadro, probabilmente anche calunniato.
Soprattutto, non ho niente da dire, rispondere o spiegare. Riconosco il novanta per cento di quello che ho fatto e/o scelto. Lo riconosco e non lo rinnego. Nemmeno nelle giornate peggiori, quelle più incerte, quelle con i contorni bruciacchiati, le terminazioni amputate, lo sguardo appannato.
I miei errori sono figure geometriche, attive e semoventi alla luce come al buio. Sono prismi a doppiofondo, valigie con il morto, cartelline con fogli bianchi macchiati di caffè.
Stamattina, per strada, dopo un caffè, tutte queste strane forme compiute e immerse per anni in sylos di nostalgia tostata mi tendono l'agguato e io vacillo. Barcollo, arrivando quasi a dimenticarmi chi sono e cosa voglio.
Detesto le smembrate nostalgie del “poteva essere”. Detesto “avessi saputo” e “avrei potuto”. Sono nemici senza appello.
E mi trovo disgustoso, nell'intaccare il mio portamento, la mia andatura, per un'overdose di questi elementi melmosi, viscidi.
Errori di impulso.
Errori di attenzione al dolore. E alla sua soglia.
Errori di sogno. E di chiamata agli stessi.
Errori di orgoglio e di previste, interrotte geografie.
Errori di sguardo, di intensità degli occhi, di vista laterale.
E anche gli errori di testa, con quei finti ragionamenti basati sulla prenotazione di emozioni giudicate non rimandabili. Quelli sono stati gli errori più gravi.
La mia specialità sono gli errori di superbia da nullatenenza emotiva. Perché sei un cretino e ti sembra che essere libero da vari orpelli sia di aiuto, sia l'orgogliosa scialuppa. Ma chi crede di essere molto libero è anche vuoto, e allora tutto -o quasi- può riempirlo. Molto pericoloso.

Non ho ben capito perché mi stiano tornando alla mente tutti quelli che reputo e identifico come errori. Una sorta di flashback casuale, capriccioso, di base immotivato. Nemmeno a dire che potrebbe essere una sorta di ammonimento generico per evitarne di futuri. Sembra più che altro un gioco.
Lo accetto.
Senza scudo. Senza diga e senza nascondermi in ambasciate dell'invisibile. Forse è una revisione, una mezza resa dei conti. Fragile quanto desidero e inutilmente fortissimo sotto pressione, mi faccio la mia partita a dadi per avanzare di qualche casella e poi essere punito. Ogni avanzamento, è chiaro, presuppone una forma punitiva. Ineluttabile, pazienza se tardiva.

Sul muretto del belvedere ci sono dei ragazzi che pomiciano e si scattano dei selfie. I loro movimenti mi appaiono assurdi, come se appartenessero a una dimensione mai vissuta, mai riconosciuta e anche narrata. Le loro risate fresche –è così che scrivono nelle canzoni- starebbero meglio in uno sciocco telefilm del pomeriggio che a due passi da me. Non conosco bene quel modo di ridere, quello stare al sole come salamandre a dire stronzate.
Sono sempre stato il tipo da interno notte. Mosso da musiche che non erano quasi mai canzoni. Abraso dal rock indipendente, sballottato da miasmi di house notturna e minimale -beat grumoso, sbiadito, sottotraccia con innervature di suoni liquidi, ipnotici e carichi di eco- in appartamenti popolati da piante vere e finte, divani a fiori, figlie di qualcuno, amici di figlie di qualcuno, braciate che finivano a carne nei denti e lingue in bocca.
Nessuno dei miei amici e conoscenti ha mai saputo che ascoltavo moltissima “nocturnal house”, come mi piaceva definirla. Di notte ho sempre cercato il battito, la cassa dritta ma compromessa, dilaniata da suoni estranei, inserti di rumore, interruzioni con il fiato fermo e la febbre nel cuore e qualche volta nei pantaloni.
E c'è una scena che mi tormenta, ma in modo insipido, assurdo: io con la sigaretta in bocca su balconi, tanti balconi e anche qualche terrazza, leggermente discostato da altri bicchieri, bocche, mani, bracciali, voci che avrei sentito al massimo due o tre volte.
Ho sempre creduto nella precarietà delle occasioni e nella fatuità inevitabile di contesti e abboccamenti. Non mi sono mai fidato del mattino seguente. E quando l'ho fatto, non l'ho mai detto a nessuno. Troppo pudore.

Alla fine mi seggo su una panchina aperta da ambo i lati, come una parte di un'enorme sala d'attesa sotto il sole, e decido di finirmi la sigaretta accettando questa pressione mnemonica degli errori.
Non sembra una storia, questa, ma per me lo è. Non è un giallo, non ne sono capace e ho da tempo fatto outing al proposito, ma una trama c'è.
La trama è la memoria, che si presenta alla mia porta con dei fiori spampanati, mi confessa di amarmi, ma poi getta la maschera: mi ride in faccia e dietro l'ennesima faustiana promessa di palpiti, con un banale occhiolino mi ricorda l'ottusità della morte che è certo mi metterà addosso fretta e smania quando dovrò mantenere la calma.
È il gioco.
Ho osato avanzare. Poche caselle, ma l'ho fatto.
Pago. Sotto il sole, in una sala d'attesa grande e inquietante. Più pericolosa della paura. Sì.

©Luca De Pasquale 2017





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