06/01/17

Donne innamorate in metropolitana


Quando nel 1985 scoprii i Killing Joke, tutta la musica che avevo diligentemente ascoltato in precedenza scomparve all'istante, praticamente seppellita sotto le rasoiate di Geordie e gli anatemi millenaristi di Jaz.
Avevo trovato il mio suono primigenio, l'imprinting, la scintilla.
L'idea, che ai miei coetanei appariva giustamente peregrina, di flirtare liberamente con l'apocalisse mi eccitava, mi motivava. Come cazzo facevano gli altri ad innamorarsi con le canzonette?, pensavo spesso. Io mi innamoravo con “Adorations”, con “Twilight of the mortals”, con “Wintergardens”.
Ho un rapporto di profonda devozione con la band di Jaz Coleman: sono stati il vento che ha scoperchiato tutto.
E la mia prima e più possente influenza letteraria, a conti fatti.
Per questo -e per molto altro- oggi mi sento sempre così imbarazzato e infastidito dai giochini citazionisti in materia di scrittori irrinunciabili e di fari ai quali leccare il buco del culo (del totem, dell'altarino, del fantoccio esposto in salotto sotto la laurea).

Penso ai Killing Joke in metropolitana, come accade tutte le volte che lascio andare la memoria ai vecchi tempi, ai 'vecchi inizi'.
Una volta tanto, sono seduto. Ho coperto con la mia presenza e la mia borsa una coppia di sedili in giusta direzione di marcia. Davanti a me c'è una ragazza con le unghie molto lunghe e smaltate rosse. Consulta uno smartphone e continua a ingrandire le foto di un ragazzo, usando le dita. Sembra davvero tanto innamorata, se non altro ossessionata. Dieci anni fa, questa sua attività mi avrebbe spinto ad attaccare discorso per poi tentare di dimostrarle che quello che ingrandiva era solo un bocchinaro, un fallito, un misero esemplare di uomo come se ne trovano tanti. La spinta a distruggere totem, idoli, compagni di strada, fidanzati in pectore, era fortissima. Partivo dall'idea che nessuno è insostituibile e che l'amore è un gioco di incastri al quale vogliamo dare un valore superiore alla sua effettiva portata.
Sarai anche innamorata di lui, ma finirai per volere le mie carezze”
Lui è niente e non lo sa. Io sono meno di niente, ma lo so. Parto in vantaggio”
Si può dire che alle cene, alle feste, alle riunioni et similia ci andavo solo per creare scompiglio, per esibire la mia inutile libertà, per affermare il mio significato momentaneo, un agente di rottura, un commesso viaggiatore con una valigia piena di peccati più brevi di un coito.
E meno mi davano credito, più io mi accanivo. Non rispondevo ai loro canoni di bellezza maschile, bello tinto con i muscoletti guizzanti? Allora si scendeva in battaglia decisi a non uscirne vivi.
In fondo, l'amore mi sembrava quasi sempre una farsa. E la mia schifosa arroganza si espletava in quel gioco al massacro in cui pensavo di essere così originale da poter svelare l'inganno.
Forse, mi sentivo un grande solo perché nella mia testa tra estasi ed estinzione non facevo granché differenza. Vivere o morire, l'importante era provare e distruggere tutte le bugie del passato.
Oggi che guardo il finestrino del vagone macchiato di nevischio e la ragazza davanti continua a ingrandire le foto del suo eroe penetrante, mi rendo anche conto che non ho mai considerato il fascino e il cazzo come due elementi decisivi o realmente distintivi. Il fascino è soggettivo più dei gusti alimentari e quanto al cazzo, l'importante è che non si inceppi e che non sia corto come una pagliuzza.
Lo scrivo: ero un completo coglione.
Perché pensavo di poter amare con la disperazione addosso. Principalmente con quella. Amare senza fottersene di vivere o morire. Amare. Amare non escludendo il precipizio, l'agguato, l'incubo, la luna coperta dalle nubi più crudeli, il tradimento. Non escludevo nulla e pensavo, tanto sono protetto da questa specie di placenta che è la disperazione di stare al mondo.

La ragazza si alza, e così conclude il suo giochino di ingrandimenti con il suo giovane amante racchiuso nelle foto del telefono. Mi colpisce il suo smalto rosso, erotico quanto il vuoto che ci divide. Il vuoto sa essere erotico più di ogni magniloquente presenza, e attecchisce più facilmente sulle persone già ferite.
La ragazza non mi guarda. Io, solo con l'occhio destro e di traverso. Ma io sono quasi cieco con l'occhio destro, vedo solo ombre in movimento e forme indecise. Se l'ho guardata con l'occhio destro già in fuga, vuol dire che non volevo realmente conoscerla. Mi aveva colpito solo perché ingrandiva il suo cavaliere, il suo soldatino, il suo peluche con la tuta e i tatuaggi e le sue sporche canzoni d'amore alla portata di ogni radio del cuore-zucchero.
Guardavo con l'occhio interno -semicieco, veterano mutilato e allegro chiacchieratore da dopolavoro- del mio abisso abituale, il modo di pensare che ho stupidamente eletto a salvezza personale: vivere o morire, io provo e chi se ne frega.

Tutta quell'arroganza e quella voglia di distruggere sono al capolinea. Come il mio treno. Per carità, niente new age. Mai quella dannata new age dei buoni propositi. Morirò molto prima di percepirne la sola presenza nei miei pensieri.
Morirò comunque. Tanto vale valere. Valere qualcosa. Valere un po'.
Accettare che la dolcezza, il bisogno di essere amati e forse capiti non è qualcosa da ricoprire di merda al primo contraddittorio singulto delle stanze interne, quelle carnivore e tetre signore che vivono dei miasmi delle illusioni, cospargendosi di profumi brevi. Più brevi di un coito.

Prendo il sottopassaggio con la sigaretta in bocca, senza guardare nessuno. Dicono che la temperatura sia di un grado. Forse meno. Dentro, oscillo tra il sottozero e la lava accesa, come sempre. Oscillo.
Per fortuna, però, non ricordo più la mia arroganza. Non ricordo quella disperazione che mi sembrava seduttiva e invece portava dolore, lacrime, lettere di addio da bruciare in seguito. Non ricordo nemmeno altra influenza letteraria all'infuori di Jaz Coleman e artisti simili. Forse è per questo che lascio sempre alcuni interlocutori con la lingua nelle narici a mostrarmi il loro disgustato zelo: perché per molti, ancora adesso, uno che non caccia i classici in mezzo per nobilitare le proprie scintille è un fake, un dilettante, uno stronzo, una brava persona con qualche grillo per la testa.
Certo che sono uno stronzo. L'ho sempre saputo. Un grande stronzo negativo con la notte tatuata tra le scapole. Però l'ho sempre saputo: parto dunque in vantaggio.
E, soprattutto, non cerco di affabulare le persone con le menzogne del mio ego-baldracca. Non più, almeno.

©Luca De Pasquale 2016



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