20/01/17

Diamanti e incubi


Quando i miei pensieri sono ansiosi, inquieti e cattivi, vado in riva al mare, e il mare li annega e li manda via con i suoi grandi suoni larghi, li purifica con il suo rumore, e impone un ritmo su tutto ciò che in me è disorientato e confuso.
Rainer Maria Rilke

La rabbia aiuta a tenere gli occhi aperti; incentiva le strategie di resistenza, accentua la necessaria sensazione di rompicollo che mi serve quasi quanto l'aria che respiro.
Eppure, a un certo punto deve fermarsi. Ripartire quando vorrà, quando sarà il momento. So come funziona la rabbia. Lo so troppo bene.
Lo sguardo diventa l'arco, gli ospiti dello sguardo le frecce, e io il bersaglio. La rabbia torna indietro come un boomerang, sporco e ancora più ricurvo di prima.
La rabbia significa movimenti veloci, impulsivi, tensione sessuale perenne, ammutinamenti per quisquilie, presenze da scremare continuamente, contatti da interrompere, speranze proprie e altrui da aggirare o demolire. La rabbia ferma l'orologio nell'attimo della marea, il resto è incoerenza, incostanza, assoluta temporaneità, percorsi claudicanti in strade sterrate che portano sempre nello stesso non luogo: le proprie carceri.
La mia rabbia è sindrome da lupo senza branco, è agitazione glaciale al cospetto di più scenari ignoti in fila indiana.
Rabbia è il dito sul vetro appannato, il respiro pesante sotto luci tenui, il sogno evitato dentro e fuori dal letto, l'incubo coccolato e covato come una proposta di rovina che possa nascerti come un figlio che vivrà poco.
Conosco la mia rabbia. Funziona come la pioggia sul legno: ingrossa, marcisce, filtra. Annienta. Vira in grigio. Suicida e poi ride. Suicida per creare tutta quella farsa delle resurrezioni.
Conosco la mia rabbia. Fotografa superficialmente un uomo violento in un corpo quieto, dalle abitudini sfuggenti.
Di malagrazia, irride e aggredisce i migliori ricordi. Riconduce tutto a ogni forma individuabile di tradimento e di attesa vuota, bianca. La mia rabbia è proprio quello, un'attesa bianca in una stanza di spettri e di idee che a volte funzionano.
Questa sua natura sconcia, da iena, queste sue prestazioni occasionali da prostituta annoiata, meccanica, fanno sì che poi l'effetto si esaurisca e che io -e come me tanti altri esseri umani- abbia bisogno di tregue. Di parentesi, di quelle che si chiudono solo a metà.

Quindi, oggi dedico venti minuti del mio tempo al mare e al vento. Devo pulirmi e ripulirmi. Arrivo sul lungomare con la mia sciarpa scura e la faccia che stamattina allo specchio ho trovato irritante. Il vento si è fumato tutte le sigarette che ho acceso. Vento di mare, vecchio marinaio senza voce o Dio decaduto, non importa.
Cerco di respirare con il naso e non solo con la bocca. C'è odore di pesce, di salsedine, di ristoranti. Una coppia parla animatamente in auto, a pochi passi da me. Lei è pesantemente truccata. Lui ha la voce di una tromba annegata. Mi danno fastidio. Le scene d'amore, che siano tragedie lacrimevoli o coiti atletici a cento all'ora, fagocitano un sentimento di distanza nel mi sguardo che non sempre mi fa piacere affrontare. Non sono un guardone dei sentimenti. E penso che la devozione esibita sia una merda. L'amore è un fatto privato, è un segreto, è un regno ambiguo dove bene e male sono paritari. Il bene, quello con la barba bianca, vince nelle fiction e nei pessimi romanzi. Il bene è una moneta, non altro. Preziosa quanto si vuole, ma ha il suo rovescio nero. Mi interessa l'alternanza. Mi interessano le maree, non le cartoline.
Il gesto che va a vuoto mi piace quanto un abbraccio, un bacio, quanto le brevi fusioni che tanto di irrazionale sembrano mettere in moto.
Guardo il mare per venti minuti. Sono calmo. Non sento rabbia, non sento quei movimenti nervosi nei polsi, nei fianchi, non sento la pulsione sessuale senza occhi delle notti difficili, non sento nemmeno l'urgenza di scrivere. Vaffanculo anche alla scrittura per venti minuti.
Non accendo le luci nel mio museo di viaggi senza ritorno. Di nomi, persone e luoghi mangiucchiati da predatori non ben identificati faccio a meno per venti minuti esatti.
Per venti minuti non rispondo al telefono, dimentico, rimuovo, calmo l'eccesso di violenza trattenuta, non calcolo più le dosi di tenerezza ridotte in schiavitù, evito di tracciare le provenienze, le vecchie condizioni, non mi fanno effetto le scie dei momenti in cui ho creduto e dunque ceduto.
Siamo io e il mare. Questa mia dose, quella che posso ospitare nello sguardo. Non c'è niente di epico, non siamo di fronte a nessun rinnovamento. Respiro. Non sarò migliore dopo questo. E non vorrei.
Non sono di nessuno per venti minuti. Nemmeno mio, a maggior ragione. Sono qui. Come un vecchio amico senza parole, come quegli uomini feriti che cercano nelle onde il senso della voce smarrita o non riconosciuta.
Anche io ho il mio mare dentro. Dopo tanto deserto in fiore, dopo tutti quei diamanti scambiati al mercato del sabato con gli incubi che mi servivano.
Mi servono solo venti minuti.
E prego, sì, prego che il mio odore non mi raggiunga prima di venti minuti. Perché il mio odore mi traccia, mi riconduce, mi smarrisce tutte le volte che glielo chiedo.
Ogni uragano mi racconta di cose tenui che via via sto perdendo, ogni tempesta gioca a farmi ritrovare il giusto ritmo in ritardo.

©Luca De Pasquale 2017


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