09/01/17

Compimento a sottrazione


E poi i grattacieli si annullano l'un l'altro.
Pier Antonio Quarantotti Gambini, "Neve a Manhattan" 

Sto leggendo un libro di Pier Antonio Quarantotti Gambini, “Neve a Manhattan”, una sorta di reportage di viaggio dagli Stati Uniti, datato 1939. Di Quarantotti Gambini ho amato molto “L'onda dell'incrociatore” e “La calda vita”.
C'è, in “Neve a Manhattan”, una narrazione che sembra sobria, compunta, quasi anacronistica, ma che in realtà trascina in sé un senso dell'osservazione elegante e doloroso, impeccabilmente livido nei momenti più sinceri. La stessa narrazione a sottrarre che ho trovato sempre, innamorandomene perdutamente, nei libri e nei film di Valerio Zurlini. Quarantotti Gambini e Zurlini sono due figure che si associano in una garbata -e non per questo meno sentita- ricerca della verità dell'anima.
Penso che quell'eleganza, fino a venti anni fa, avrei voluto coltivarla, esaltarla, renderla pubblica, farla mia. Ci credevo. Ma i miei tumulti, evidentemente più rozzi e carnali, mi hanno depistato fino a farmi scegliere altre strade, decisamente meno raffinate e sostanzialmente votate alla battaglia da strada, all'ammutinamento, al combattimento tra galli o pitbull.
E così, ieri sera mi sono addormentato con addosso le parole di Quarantotti Gambini, seminascosto tra le guglie crepuscolari del suo guardare e sentire la vita, il passare del tempo, l'urgenza delle rughe e delle cicatrici. Mi sono detto, prima di chiudere gli occhi, che mi è impossibile frenare la veemenza, la passione smodata per i precipizi più scontati, e che le mie scalate, le mie cordate, nascono invariabilmente viziate dalla selvaggia attrazione per la caduta e per le sensazioni che ne conseguono. Vivere il cadere quasi come un atto sessuale, un atto di sinistra fede, un'affermazione di esistenza. Non altro, e niente di particolarmente poetico.
La terra sbriciolata, le certezze violentate, la balaustra che si piega e si tramuta da appoggio suadente in arma senza sconti. Questo mi piace. Questa è la mia volgarità.

Esco, vivo, amo, mangio, scrivo, cerco: senza mai sfuggire a quel vento gotico da scenario desolato post-industriale, convinto come sono che l'amore è un crimine che si paga, che le emozioni più profonde riescono a brillare candide e gonfie più nella dismissione che nella creazione, e che persino il sesso è spesso un azzardo intollerabile, un avvicinarsi alla vita con un mazzo di fiori in mano sapendo che al ritorno la strada sarà un crepaccio di luci notturne con un nome sulle labbra. Un nome da dimenticare.
Non posso impedirmi questo gusto, questo vizio, questo calvario guidato, non posso impedirmi di ricorrere ai miei cani da accompagnamento, più ciechi di me, più lupi che cani, vendicativi e dipendenti dalle fasi lunari come non avrei mai voluto.

Stamattina mi sono svegliato e ho guardato sul mio comodino il pacchetto di Camel Lights e il libro di Quarantotti Gambini. Al secondo ho dato nuovo appuntamento per stasera, come si farebbe con un amante che di giorno non deve risultare. Leggere narrativa da ferite è un peccato che mi consento solo di notte e soprattutto quando sono solo. Mai letto Dagerman e Strindberg di pomeriggio. E il mio libro preferito, “I demoni” di Dostoevskij, letto e riletto sempre e solamente dopo le dieci di sera come minimo. Di giorno leggo altro e con un altro spirito. Di giorno mi serve un altro tipo di violenza, di densa circolarità. Di giorno vincono i masnadieri, i veri bastardi, i cani sciolti, gli anarchici, i ribelli senza profumo, le donne misteriose, le finte puttane, i lavoratori deprezzati, i poliziotti cianotici e corrotti. Di giorno vince la luce della resistenza d'attacco, vincono i combattenti sporchi di fango e decisi a tutto.
La notte, anche nella lettura, è il regno delle streghe, dei fantasmi, degli amori accantonati in partenza o a meno della metà, dei lutti che si fanno strada come ricordi, delle vendette incompiute che renderò carità ancora una volta per non farmi troppo male. Di notte sono costretto a vomitare la mia sensibilità ovunque, sui libri, sul silenzio, sul riepilogo mentale del giorno e dei trascorsi, negli educati baci della buonanotte, nelle timide carezze dell'arrivederci, sempre rischiose in una terra di divieti e di beffe quale è a tutti gli effetti il sentimento del futuro.

Invecchio.
La mia vulnerabilità mi è evidente. La ritrovo accentuata negli scatti d'orgoglio, nella malinconia infestata di egosimi scaduti, e mi vedo, insicuro e reattivo oltre il bisogno, richiamare ordinatamente i miei lupi nella tana della stanchezza più banale.
Mi auguro, come fosse un mantra sussurrato del tutto personale, di perdermi ancora e ancora, sempre di più. Posso compiermi solo se mi perdo del tutto, se smarrisco la strada che sembrava decisa e spianata per me dall'inizio.
Posso acquistare il mio senso, il significato stesso del mio respirare e resistere, solo al cospetto di un arrivo presso una frontiera non prevista, poca roba in tasca, il sorriso cucito sulla pelle bianca come una confessione.
Invecchio, e dunque tutelo la mia continua ricerca di strade corte, sdrucciolevoli, oscure abbastanza per riconoscere occasionali elementi benigni o maligni, lucido il giusto per incidermi senza dissanguarmi come un tempo.
Mi servo di libri, musica, scene, belvedere, panorami, sorrisi, addii, addii continui, appuntamenti mancati finché non celebrerò i pochi per cui vale la pena spendersi con decisione e rischio.
Scrittori come Quarantotti Gambini, figure come Valerio Zurlini, mi sono necessario per il compimento a sottrazione che mi sono preposto con un certo cinismo.
La ribalta. Parola odiosa, ribalta. Scena stupida quasi sempre. La ribalta è una nemica, con lei si usa dinamite. Il consenso inerziale, quello invece è solo un profilattico usato. Chiunque con un po' d'esperienza sa che lo sperma più denso diventa acquiccio in pochi minuti.

©Luca De Pasquale 2016


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